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Cosenza: l'assassinio di Sergio Cosmai, il servitore dello Stato che non si piegò alla 'Ndrangheta

Cosenza: l\'assassinio di Sergio Cosmai, il servitore dello Stato che non si piegò alla \'Ndrangheta
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COSENZA, 12 MARZO 2013- “Mio marito non era un eroe ma un uomo semplice, un uomo dello Stato”. Queste parole furono pronunciate da Tiziana Palazzo, moglie di Sergio Cosmai, nel corso del processo per l’omicidio del direttore del carcere di Cosenza. Molti giovani cosentini collegano, semplicemente, il nome di Cosmai a un famoso viale cittadino, dedicato appunto alla sua memoria, senza conoscere la sua storia e il suo sacrificio. Proprio su quella strada il direttore fu barbaramente ucciso dai sicari della ‘Ndrangheta.

Occorre però fare un passo indietro di un trentennio per tentare di spiegare la realtà di quel tormentato periodo. Gli anni ottanta segnarono un autentico tunnel di violenza e sangue per il capoluogo bruzio. Nel 1977 era stato ucciso in un agguato Luigi Palermo, detto “ ‘U Zorru”, un personaggio di spicco della malavita cosentina, che godeva di una certa considerazione tra le ‘ndrine calabresi, sebbene la sua figura fosse riconducibile al meno complesso fenomeno del "gangsterismo". La morte di Palermo aprì la strada a un’autentica guerra di mafia che interessò l’intera provincia. Da una parte il clan Pino-Sena, ostile nei confronti di “ ’U Zorru” e responsabile della sua morte, e dall’altra la cosca capeggiata da Franco Perna, rimasto fedele al vecchio boss per il quale stravedeva. I due schieramenti si fronteggiarono in una lotta spietata per il controllo del territorio. Decine di morti da ambo le parti che svegliarono bruscamente Cosenza dal sogno di una città diversa dal resto della Calabria dove la ‘Ndrangheta non aveva attecchito. I cosentini dovettero fare i conti con una nuova realtà da cui non era possibile sfuggire. Una” guerra civile” su scala ridotta che contrappose persone della stessa città. Una logica criminale e brutale che insanguinò le strade di Cosenza come mai era accaduto prima di allora. Lo Stato tentò di reagire alla mattanza, forse sottovalutando, in un primo momento, la criminalità cosentina. Ma la ‘Ndrangheta della città ai piedi della Sila aveva assunto ormai le mostruose sembianze della malavita organizzata di altre parti della Calabria, in ogni caso più esperta e potente.

Il sistema carcerario costituiva uno degli strumenti dello Stato che doveva neutralizzare tale violenza. Tuttavia gli esponenti delle due bande godevano di piccoli e grandi privilegi anche dietro le sbarre, in particolare i mammasantissima. Un fenomeno riprovevole ma molto diffuso in tutta la penisola. Poi nel settembre del 1982 giunse a Cosenza, in qualità di direttore del carcere locale, Sergio Cosmai. Nato a Bisceglie nel 1949, si laureò in Giurisprudenza all’Università di Bari. Fu vice direttore delle carceri di Trani, Lecce e Palermo e direttore di quelle di Locri, Crotone. Cosmai non tollerò i trattamenti di favore di cui godevano i malavitosi nella casa circondariale di Cosenza. Il direttore pugliese decise di mettere fine a questo trend a dir poco discutibile. A ordinare l’omicidio di Sergio Cosmai fu Franco Perna, rimproverato dalle ‘ndrine del reggino di essersi fatto sottrarre il controllo del carcere. Inoltre il 21 giugno del 1983 alcuni detenuti inscenarono una protesta rifiutando di rientrare nelle celle. La loro pretesa era di usufruire di un’ora d’aria in più. Cosmai non si piegò dinanzi a questa dimostrazione di forza. Era in gioco la credibilità delle istituzioni. Il direttore ordinò alle guardie penitenziarie di ripristinare l’ordine. Ne seguirono dei tafferugli in cui rimasero feriti alcuni carcerati, compreso lo stesso Franco Perna.

Alle 14 del 12 marzo del 1985 Sergio Cosmai fu barbaramente assassinato nel tratto della SS 19 che collega Cosenza a Roges (Rende) (oggi via Cosmai). Si spense all'ospedale di Trani, dove era stato trasportato, il giorno seguente. Stava recandosi all’asilo per portare a casa la figlioletta Rossella di appena tre anni. Il figlio Sergio nascerà il mese successivo.  Un’autovettura  si affiancò alla sua 500 gialla; gli attentatori esplosero undici proiettili calibro 38 che lo colpirono alla testa. La Corte d'assise di Bari condannò all'ergastolo Nicola e Dario Notargiacomo e Stefano Bartolomeo. In appello, tuttavia, furono assolti per insufficienza di prove. In seguito Dario Nortagiacomo raccontò le fasi del delitto: “Il direttore veniva controllato e le sue mosse spiate dall'abbaino che è sito sulla casa di Giuseppe Bartolomeo, a Bosco De Nicola. Con un cannocchiale si riusciva a seguirlo in tutti i suoi spostamenti”.... Quella mattina, Giuseppe Bartolomeo segnalò a mio fratello Nicola quando Cosmai uscì dal carcere. Io e Stefano Bartolomeo aspettavamo nascosti a bordo di una Mitsubishi verde. Eravamo camuffati con barbe, baffi e parrucche. Lo vedemmo e ci avviammo. Quindi l' affiancammo. Io esplosi il primo colpo che non andò a segno. Però, il dottore aveva capito benissimo quello che stava accadendo e frenò di colpo. Allungai la mano e sparai ancora. Lui mise la retromarcia, cercò di fuggire, Bartolomeo tirò fuori una calibro 38. Sparò 2 o 3 colpi e poi me la passò. Io feci lo stesso. Mi avvicinai ma l'arma era scarica. Constatai, però, che Cosmai era immobile”.

Dopo l’assoluzione Stefano e Giuseppe Bartolomeo decisero di staccarsi dal clan Perna e di mettersi in proprio. Pagarono a caro prezzo la mancata fedeltà al boss e le loro ambizioni criminali: entrambi furono ammazzati e sciolti nell’acido. I fratelli Notargiacomo, nonostante la confessione, evitarono la condanna perché non processabili essendo stati assolti per lo stesso reato con sentenza passata in giudicato.

L’omicidio di Sergio Cosmai è rimasto impunito come tanti altri fatti di sangue di quegli anni. Al suo nome sono intitolate un'aula della Pretura, una strada ed una scuola della sua città natale. Lo scorso 9 marzo a Cosenza gli è stata dedicata una scultura.  A ventotto anni di distanza da quell’efferato crimine la società civile rende omaggio a un vero uomo delle istituzioni che con coraggio e senso del dovere decise di non chinare la testa davanti alla ‘Ndrangheta.

Davide Scaglione

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