Così è (se gli pare). La speranza dopo Capaci. L'eredità di Falcone
ROMA, 23 MAGGIO 2013 - Era il 23 maggio 1992 quando, in seguito alla Strage di Capaci, l'attentato mafioso sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Falcone, quell'uomo brizzolato e con i baffi, era con la schiena dritta, tenacemente impegnato nella lotta alla mafia. Giovanni Falcone deve essere una Speranza, per un futuro migliore, come quell'immagine con il suo volto sorridente.[MORE]
Per molto tempo il Centro-Nord ha vissuto in una bolla di sapone, non vedo, non sento, non parlo. C’è una vera e propria delocalizzazione della ’Ndrangheta. La casa madre rimane in Calabria, ma si sviluppano diramazioni di cosche abbastanza autonome nelle restanti parti del Paese. Perché in molti hanno fatto e continuano a far finta di non vedere?
Per convenienza! Non me la sento di tirare in ballo la popolazione, forse ignara o comunque non informata, credo invece che la responsabilità sia dei mezzi di informazione e della politica. I mezzi di informazione piegati alle esigenze del amministratore locale o nazionale di turno hanno sempre preferito localizzare la criminalità al Sud, sostenendo la tesi nordista del “noi abbiamo gli anticorpi”. Che enorme sciocchezza. Fare finta di niente ha arrecato enormi danni a tutto il Paese: al Sud spesso abbandonato a se stesso e visto solo in chiave assistenzialistica e al Nord che veniva e viene infiltrato dalle varie mafie, impunemente.
Il 1992 e il 1993 sono gli anni della stagione delle bombe, cioè il periodo in cui Cosa Nostra attacca lo Stato italiano. Quello che contraddistingue questo periodo è la natura violenta ed eversiva delle azioni delle autobombe, gli attentati verso i magistrati Falcone e Borsellino, verso i politici. L'obiettivo era quello di screditare il concetto di Stato, indebolire la società e favorire una trattativa tra lo Stato e la mafia. I silenzi della mafia sono stati sempre accompagnati dal rombo degli spari. Attualmente, il linguaggio criminale sembra essere cambiato; pax mafiosa apparente?
Si tratta di trasformismo, di adattamento al mercato che cambia. Le mafie sono sensibili alle mutazioni del mercato e della società come e forse più di molte aziende. Anzi loro le comprano le aziende, per riciclare; le infiltrano e le sfruttano per sub appalti, per centrifugare il denaro sporco che dopo un bel giro diviene lindo. Investono in aziende legali, penetrano e nutrono la società che poche volte rifiuta le generose iniezioni di contante nel sistema finanziario, bancario. Il basso profilo pare essere più redditizio in questo momento storico, come il periodo dei rapimenti fu redditizio a suo tempo. È tutta questione di convenienza, di lurido business. La stagione delle bombe è stato appunto un periodo, in cui le mafie hanno chiesto e ottenuto contatti con la politica. Contatti ottenuti attraverso la minaccia, il terrore, ma che sono serviti a stabilire regolari rapporti, sempre poco limpidi, sempre più frequenti fra gli amministratori e la criminalità organizzata.
23 maggio 1992, sono trascorsi oltre 20 anni dalla Strage di Capaci che ha causato la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. Io in quell’anno avevo solo 4 anni, troppo piccola per capire e ricordare qualcosa. Tu di quell'uomo brizzolato e con i baffi cosa ricordi? Quale sensazione hai provato non appena hai appreso la notizia della sua morte?
Nella piccola provincia toscana il concetto di mafia era un concetto esotico, qualcosa che ci veniva raccontato come qualcosa che avveniva in un’Italia meridionale lontanissima. La morte di Giovanni Falcone, lo ricordo come fosse ora, ci sbattè in faccia che eravamo una sola Nazione e che eravamo tutti responsabili per ciò che era accaduto. “La Contea degli Hobbit”, la Toscana, il “Chiantishire” dove mi illudevo di vivere si era dissolto in una esplosione. Poco tempo dopo la strage di via dei Georgofili ci avrebbe schiaffeggiato in pieno volto. Mi ricordo le manifestazioni, i telegiornali, ma ciò che mi è rimasto dopo tutti questi anni è l’immagine del volto sorridente di Giovanni Falcone che è ormai come la celeberrima foto di Che Guevara: il simbolo, l’icona di un modo di intendere lo Stato, un senso della giustizia che ha chiesto un enorme tributo di sangue per arrivare in ogni angolo d’Italia.
Ricordare le esatte dinamiche della sua morte non serve a molto. È importante ricordare un uomo con la schiena dritta tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata. Occorre non dimenticare di compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché in ciò sta l'essenza della dignità umana. Cosa rappresenta Falcone?
Falcone rappresenta la dedizione che ognuno dovrebbe mettere nel proprio lavoro, la caparbietà nel perseguire i propri obiettivi nel rispetto delle istituzioni e della legge. Non credo avesse la vocazione del martire, ma era sicuramente consapevole che le scelte fatte avrebbero avuto delle conseguenze. Il “costi quel che costi”, ha poco senso, la questione allora era diversa: la posta in gioco era così alta da richiedere di correre un rischio altissimo. Ai nostri giorni la posta è sempre la stessa, il nostro Paese, la nostra libertà.
La strage di Capaci è rimasta un ricordo indelebile nella mente di tutti: sono passati vent'anni, ma cosa è cambiato?
Sarebbe troppo facile dire che niente è cambiato, ma non sarebbe la verità. Alcune cose sono cambiate in peggio, altre in meglio. La criminalità organizzata ha aperto nuove filiali, in alcuni casi ha spostato gli uffici in centro, ha cambiato vestiti, pelle, trucco, adesso il business è altro, un misto fra droga, prostituzione, appalti, politica, slot machine e compro oro, compravendita di immobili. Adesso è tutto più diluito, più omogeneamente distribuito. Dall’altro lato invece si compatta e prende forma sempre più una società consapevole di questa infiltrazione costante, persone di ogni latitudine e longitudine che hanno aperto gli occhi e che provano nel loro piccolo o nel loro grande a ridurre la contaminazione da liquame criminale. C’è ancora bisogno di un maggiore coinvolgimento popolare, di una presa di coscienza da parte di tutti, ad ogni livello. Solo così si può sperare in una futura maturità civile del nostro Paese.
Giulia Farneti e Alessandro Bertolucci
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