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Della capacità maieutica del discorso su Saviano

Della capacità maieutica del discorso su Saviano
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ROMA, 12 GENNAIO - Ci sono scrittori che oggi sono una vera forza olimpica, sono quelli che subiscono il trauma dell'essere moderni e magari del non poter essere classici, per il solo fatto di essere entrati nella civiltà delle macchine, di cui riescono sovente a fornire immagini quasi “oniriche”, molto più forti di quelle che sarebbero in uso ai “futuristi”.
Allora all’occorrenza offrono dei flash, che mettono in condizione di identificarli, poiché possiamo dirli anche artefici non solo della comprensione di quanto la vita e il mondo condizionano, così come della stessa comprensione dei processi che hanno sovente intrapreso magari senza consapevolezza alcuna delle piccole-grandi rivoluzioni operate nel tessuto sociale, generate sì per vendere libri, ma incontrovertibilmente anche per affiliarsi alla tradizione, attraverso forme e contenuti innovativi, che si fa fatica a comprendere a fondo, apprestandosi sempre a considerare vantaggi e svantaggi della post modernità.
Di quella modernità per così dire allo stato sorgivo, in cui la sperimentazione ne diventa forse la nuova paradossale ideologia.

Ci sono scrittori che si fondano sulla menzogna, Menzogna che serve a compattare o slegare una comunità, come è avvenuto per tutte le opere di carattere epico, che hanno segnato una linea da seguire; poi ci sono quelli che hanno fatto di loro stessi un’epoca e quelli che si sono basati esattamente su una deformazione di verità narrate.

L’Odissea ad esempio, forniva alla comunità esempi “adeguati” da seguire, allo scopo di realizzare il bene della patria e dei suoi cittadini; fu forse per questo che i temi ricorrenti dell’epica risultano per lo più essere gesta di eroi sempre in guerra; gesta che esaltano valori del coraggio, lealtà, forza d’animo, spirito di sacrificio. I poemi cavallereschi, invece ispirati ai valori del cristianesimo, primo fra tutti la difesa della fede, che mescolava insieme i valori guerreschi della società feudale in quella Chanson de Roland, scritta intorno alla prima crociata per celebrare le gesta di quel famoso paladino di Carlo Magno, e la relativa morte dell’eroe a Roncisvalle, successiva ad una spedizione fallimentare dei Franchi per liberare la Spagna dai musulmani, in cui i Nemici in realtà erano identificati in chiave propagandistica, proprio perché v’era bisogno di una mobilitazione ideologica contro i musulmani, alla vigilia della spedizione per liberare il Santo Sepolcro.
I romanzi del neo realismo invece - che come sosteneva Calvino - erano un insieme di voci, in gran parte periferiche, scoperta delle diverse Italie, specialmente delle Italie fino allora più sconosciute dalla letteratura.
La letteratura appunto la madre delle contese, che percorre in ogni epoca strade interessanti, forse utili anche ad una auspicabile riappacificazione per così dire sovranazionale che rabbonisca lo sguardo che ad oggi è diventato esasperatamente severo e giudice solo degli intellettuali.

Nella indissociabile importanza, di contenuti, dichiarazioni di carattere estetico esistenziale e storico-politico, oltre che di contenuti narrativi, resta in ogni caso la presenza costante di una precisa gnoseologia che informa e orienta, per quanto i testi, letterari e non, siano tutti di natura per così dire finzionale o giornalistica, vivono cioè sempre nello scrittore, attraverso l’ osmotico scambio di un reciproco nutrirsi e sostanziarsi di realtà e finzione, che fertilizza di senso le parole, a giustificare la spericolata quanto felice operazione che esplicita la propria intentio di scrittore: quella cioè di raccontare in un romanzo, in una storia,in una poesia o attraverso una silloge, la natura per lo più sempre finzionale, o la realtà di biografie intime e sempre tormentate.

Pochi lo sanno ma i rischi a cui si espone lo scrittore sono enormi, in primis ignorando col proposito di criteri tanto filologici quanto cronologici; poi c’è anche quello di esporsi alle obiezioni, alle critiche ed agli insulti (talvolta non del tutto immotivati), ma sovente accade di doversi anche difendersi da agguati strumentali, che deve essere doloroso ed avvilente sopportare, come per il recente caso che si lega al nome di Roberto Saviano.

Gli argomenti a proposito sono tanti, tutti relativi all’utilizzo di tratti per così dire “documentali” sociologici o psicologici oltre che indissolubilmente storici, rintracciabili nelle sue opere e rispetto ai quali l’intellettuale sovente deve opporre difesa, principalmente attraverso le appropriate scelte narrative.

Al di là dei felici risultati narrativi o degli insuccessi più spietati, giova sempre considerare, nelle scelte personali e motivazionali, negli espedienti narrativi degli scrittori; che i testi sono quello che sono: Libri, la cui intima complessità è pericolosità è riposta da sempre nelle parole e nelle idee, potenziale minaccia, solo per uso e consumo di chi le brandisce come armi.
Perciò mai banalizzare o semplificare intellettuali e libri, neanche nei limiti del saggismo o del giornalismo a volte per così dire falsamente profetico, giacché il valore dell’impegno è sempre tanto prodigo d’intenzionalità e volenterosa applicazione, in cui i risultati di pubblico forse oggi contano pur sempre qualcosa.

Saviano lo si può amare o detestare, in entrambi i casi resta quello che è uno scrittore, un valoroso scrittore del panorama letterario contemporaneo, che anima le parole e dona corpo alle storie.

Le storie di Saviano sono dure e spigolose, sono storie di vita, in primo luogo sono storie napoletane, intense quanto le storie di vita dei ragazzi di borgate romane, che Pasolini proponeva nei suoi romanzi popolari.

Le città di Napoli, come di Roma, rivestono nelle rispettive narrative una fondamentale importanza, assicurano cioè un violento trauma e (una) violenta carica di vitalità, cioè “un’esperienza di un mondo e quindi in un certo senso del mondo”.

Entrambe sono protagoniste dirette non solo come oggetto di descrizione o di analisi, ma proprio come spinta dinamica e come necessità testimoniale, avrebbe detto il maestro delle “ceneri di Gramsci.
In entrambi i casi per Pasolini, come per Saviano e per tutti quelli degni del nome di scrittori, vale il pugno nello stomaco a rappresentare in tutta la propria violenta drammaticità, le contraddizioni di luoghi e testimonianze difficili e complicate, che ieri come oggi sono ancora agitate da certi manieristici populismi, diffusi più o meno sempre a buon mercato, non importa se da napoletani, romani o giovani di altri sud o nord del mondo; tutti egualmente carichi di una sconcertante potenza evocativa e ideologica, a cui il nome di Saviano nel nostro paese recentemente si associa come simbolo di certo ostracismo preconcetto, dietro cui si cela l’individuazione e la portata rivoluzionaria delle parole e delle sue rappresentazioni moderne.

Ieri come oggi le parole degli scrittori diventano pietre, lo scandalo si rinnova e prende corpo: offende e denigra, stavolta però con l’immoralità dell’invettiva e l’amplificazione dell’uso strumentale che la politica vorrebbe piegare ai propri scopi, lo fa con troppa sfacciata disinvoltura.

Stavolta infatti il gioco è più meschino e fraudolento, poiché all’intensa e precisa rappresentazione delle parole di Saviano su certa parte di umanità cittadina e di gioventù napoletana criminale e camorrista - che si fa paranza appunto - e che è realtà incontrovertibile e sociologicamente accurata e lucida; si contrappone la posizione di una parte della “intellighenzia culturale” anche di parte di una città e dunque di un popolo, non necessariamente (come invece dovrebbe essere) composto esclusivamente da lettori. Ciascuno a suo modo in lotta ancora forse con sé stesso e con la propria identità storica e culturale presente e forse futura; e magari anche a caccia di notorietà anch’essa a buon mercato. Tutti critici non letterari, ma duri giudici, interpreti di certa spavalda arroganza sfacciatamente politica, poco importa se di destra o di sinistra, che ripone nelle parole e magari anche nei libri il teorema della doppia morale fatta malafede.

Le recenti affermazioni del primo cittadino partenopeo De Magistris, i commenti del giovane filosofo Diego Fusaro contro Roberto Saviano, sono solo l’ultima recente conferma, di come Saviano venga utilizzato per esperire agguati, aggressioni, offese e invettive contro lo scrittore, costretto all’esilio forzoso dalla sua città.
Gioco sporco e poco garbato, specie per un ex magistrato, già vittima in passato di emarginazione ed isolazionismo, ma anche di tanta malafede ideologica.
Ma si sa in politica e amore tutto sarebbe permesso, se non fosse che c’è di mezzo la letteratura, ovvero quella cosa preziosa e necessaria come l’ossigeno, che dopo aver solcato tempi trapassati, si è destinato a ritagliare un ruolo di profonda importanza per la società futura, che fa inevitabilmente parte del presente, nei modi che invitano invece a svuotarne l’ influenza.

Mai affermazione fu più appropriata di quella: “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la biro, l’uomo con la pistola è un uomo morto perché la biro da l’eternità” credo la si debba attribuire a Roberto Benigni, in ogni modo sfacciatamente sento possa assurgere ai ranghi anche essi letterari, poiché è indubbio che si debba riconoscere la magnificenza della parola, delle idee dei libri, così come quella per gli scrittori degni di questo nome.

La letteratura è risaputo, mira a scoprire l’essenza per così dire di un inconscio ma eterno modo di rappresentare, quindi se è vero che, come spiega Giovanni Berchet, nella Lettera semiseria del Grisostomo al suo figliuolo, che la letteratura rende l’immortalità, non resta che coltivare il potenziale diritto all’eternità offerta ai migliori scrittori, pardon agli intellettuali-scrittori, piuttosto che alla letteratura medesima ancella delle più nobili arti umane, che si spera solo pochi ignorano.

La polemica contro Saviano con tutta evidenza è stata concepita strumentalmente per attaccare l’intellettuale usando il pretesto di “difendere” l’onta di una città che interpreta però solo in parte l’offesa, e per l’altra metà, legge e invece considera i romanzi dello scrittore.
Romanzi tutti densi di attualità, coraggio, e una considerevole coerenza ed onestà intellettuale di scrittore letterato, appunto.

Saviano destabilizza e corrode e a molti parla “assaje" forse anche troppo.
Dice infatti troppo Saviano, dice soprattutto quanto non sia facile, avere una determinata coscienza di certi elementi tanto perniciosi e pruriginosi, come quelli di cui si è impossessata la sua letteratura, tanto da ostacolarne lo stesso ribaltamento di stereotipi e preconcetti a buon mercato, che servirebbero invece per rifondare l’idea stessa di legalità nel nostro paese e quella di illegalità diffusa, che ci rende tutti ostaggi di un abusato ed improprio senso di responsabilità applicato alla realtà più degli aspetti più profondi che sottendono la sua opera di grande scrittore.


Angela Maria Spina

 

 

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