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Dell'orgoglio di potersi dire scrittori

Dell\'orgoglio di potersi dire scrittori
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ROMA, 10 GENNAIO - Nel nostro paese scrivere della società contemporanea e moderna con allenate abili capacità, è considerato, una vera e propria “deformazione” a derivazione del tutto “ideologica, attrattiva più per l’indagine sull’identità politica di appartenenza o dell’estrazione degli scrittori, quasi fossero patentati di capacità e talento, attraverso la loro manifesta o sottesa collocazione politica, che non della comprovata bravura. Ciò in ragione del fatto che i contrasti ammaliano e sono conturbanti, dal momento che è piuttosto complicato prestare orecchio a concezioni opposte dalle proprie, che albergano contraddittoriamente non solo nella società ma anche negli individui stessi.

Tra gli elementi più importanti del contrasto da salvaguardare e tutelare, il pluralismo e il dissenso restano indubbiamente i più interessanti. Tuttavia, c'è chi ha sostenuto - e chi ancora sostiene - che dal conflitto tra interessi e valori opposti si possa sempre uscire per realizzare la pacificazione della benamata varia umanità, attraverso un sapere che conciliando l'inconciliabile farà nascere forse il regno della libertà autentica e pura per ciascuno, di restare magari anche proprio della sua stessa medesima opinione.

Inutile dire che vale per tutti la regola che pur collocando gli scrittori all’occorrenza a destra o magari a sinistra, in entrambi i casi nessuno dei provvidi, sottoposto a tale “ meschino gioco” il più delle volte riesce compiutamente a fare apprezzare differenze e qualità delle categorie medesime. Segno dei tempi.

Che si tratti dunque di un atteggiamento romantico, modernista o anti borghese, piuttosto che di un rifiuto lucido e radicale, di un atteggiamento progressista o riformista, oppure scarsamente rivoluzionario, per lo scrittore puro, storicità e scrittura non entrano mai in conflitto.

Lo scrittore, sa sempre che deve venire a patti con la realtà, deve essere per lo più realista e deve sempre allearsi con la propria realtà, anche quella delle subdole speranze e delle idealità più spinte, che qualificano la pavida società moderna, ancora non del tutto lucidamente “laica” e soprattutto ancora abile nella classificazione delle idee, dei pensieri e soprattutto degli individui, con con le solite vecchie e becere categorie “d’appartenenza”, forse per buona pace di quanti da questa pratica se ne sentono rassicurati.

Allora, Scrittori di destra oppure di sinistra? In tutti i casi Scrittori e basta, sarebbe preferibile. Scrittori, Materiale nobile o materiale ignobile? Categoria d’altri tempi, se è vero come è vero, che anche la categoria degli scrittori nobilmente o ignobilmente, assurge al considerevole rango, talvolta attraverso un uso troppo spregiudicato e spinto del termine, ma non di un disinibito modo di categorizzare chi è abile nella scrittura e chi invece non lo è.

Nel nostro paese a doppie velocità, le categorie continuano ad essere amate, ricercate, perseguite da una folta folla di critici letterari puri ed impuri, critici, censori tutti opportunamente attrezzati a fare macelleria dei pavidi. Così, accettate le contaminazioni, il linguaggio letterario e quello comunicativo, con maggiore o minore tolleranza, si è sempre in grado trovare un punto di coincidenza o meglio se di compromesso. Forse per salvaguardare i buoni rapporti con qualcuno, come Maiakovskj ironizzava sui “Buoni rapporti con i cavalli” va da se che ancora vale sempre la pena etichettare, classificare attraverso categorie, che se anche stancamente predefinite e magari obsolete, rispondono ancora. Forse per opportunismo che è parte integrante della dialettica storicistica, magari per pessimismo, che oggi caratterizza la consorteria degli scrittori, oppure per buona pace della stessa editoria da salotto, sempre a caccia del cavallo giusto.

La chiave di volta resta perciò sempre quella di mettere in campo la relativa o spiccata consapevolezza dell’essere Scrittori, espressa con maggiore o minore astuzia o criticità verso la società contemporanea ed il mondo.

Purtroppo o per fortuna, il popolo dei lettori gli scrittori li osanna, li ammira o nel peggiore dei casi li abbatte e demolisce, e solo a loro dovrebbe essere dato il potere, perché nonostante le speranze compiute o disattese, sa benissimo che gli scrittori dicono (quasi sempre) la verità, o che magari ciò che dicono ha sempre il sapore della verità.

Scrittori talpe, scrittori roditori importanti, picconatori consapevoli, sono queste le nuove categorie di scrittori dell’età del nostro impavido progresso. Tutti Registi, che accettano la modernità e ne criticano gli aspetti negativi; che siano essi modernisti, o paladini del passato come del futuro che avanza. Per Antonio Gramsci c’erano gli scrittori 'pennaioli' e con questo termine si riferiva ad un particolare “ceto” di intellettuali che in una delle sue note scritte in carcere dopo la condanna del tribunale speciale fascista, considerava come veri e propri Personaggi – scriveva – incorporati nelle classi dirigenti (meridionali) a cui erano stati concessi particolari favori personali, privilegi “giudiziari” o di natura impiegatizia e burocratica.  Figure di un preciso momento storico, che avevano messo le loro competenze intellettuali al servizio della politica (settentrionale) di sfruttamento neo-coloniale del Mezzogiorno, riducendosi ad un accessorio “poliziesco” la cui funzione era quella di presentare il malumore sociale del Meridione come una questione di mera competenza della «sfera di polizia» giudiziaria.

Coni modello dello stereotipo di scrittore si sono così esaltati alcuni elementi incontrovertibili della nostra società, che dovrebbe prendere finalmente chiarire che non basta affrontare con lucidità o stile, non importa se sognante o visionario, narrativo, giornalistico, saggistico o sperimentale, le funzioni precise della condizione di Intellettuale nella nostra società; forse ciò che conta è piuttosto trovare riparo dalla volgarità ed alle oscenità che albergano nel magma culturale.

Forse oggi lo scrittore dei nostri tempi ci insegna solo ad essere tragici senza melodramma, a raccontare il reale facendolo divenire irreale, e ad unire il vissuto e il lirismo con l’allucinazione.

Angela Maria Spina

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