Donna pakistana viene rifiutata da clinica privata e partorisce in automobile
Responsabile Categoria: Serena Casu
ARZANO – Due vite in pericolo per indifferenza, superficialità, probabilmente razzismo. Ad Arzano una giovane donna pakistana è stata respinta dal pronto soccorso ostetrico di una clinica privata, nonostante la bambina – Asia, ora in ottime condizioni – stesse già nascendo. Il medico del San Giovanni Bosco, ospedale dove la donna è stata poi soccorsa, ha rivelato, allibito, che il corpicino della neonata era scivolato in una gamba dei pantaloni della madre.
Venerdì sera, verso le 23, Amana e suo marito Muhammad stavano cenando, quando lei si è accorta che le si erano rotte le acque. Con l’aiuto del vicino, che ha messo a disposizione la sua automobile e che li ha accompagnati in questa assurda avventura, si sono diretti di corsa alla clinica privata, dove la donna avrebbe dovuto partorire tre giorni dopo con un cesareo e dove prestava servizio anche la ginecologa che l’aveva seguita in gravidanza. Durante il tragitto verso la clinica, il parto comincia e – racconta il vicino di casa – già nell’automobile si potevano sentire le grida e il pianto della bambina. Al loro arrivo, ecco il tremendo e sbalorditivo rifiuto: i responsabili della struttura, sebbene questa fosse dotata di pronto soccorso ostetrico, negano assistenza alla donna, vietandole di entrare. Quindi la corsa contro il tempo al San Giovanni Bosco: “Pensavo che fosse ormai troppo tardi... ma se fossimo stati italiani...?”, commenterà successivamente, spaventato e amareggiato, il padre Muhammad. In ospedale la neomamma Amana e Asia hanno poi ricevuto le cure mediche cui avevano diritto: in seguito al parto in automobile la donna ha subito diverse lacerazioni; il medico che si è occupato della madre e della bambina ha dichiarato di non aver mai visto, in tanti anni di carriera, una vicenda così agghiacciante. La burrascosa prima notte di Asia si è rivelata a lieto fine, ma la negligenza della clinica privata di Arzano poteva distruggere un’intera famiglia. [A.M.]












Concordo con entrambe le lettrici, Laura e Zuleika.
dico solo una cosa 'che schifo'
se la signora non è stata soccorsa perchè indossava il burqa è ancora più grave. Una qualsiasi infermiera o ostetrica donna avrebbe potuto verifcare l'identità della signora e darle soccorSO. Il compito di un medico è prestare soccorso, non fare l'ufficiale all'anagrafe. Tanto più che la signora era conosciuta. Trovare giustificazioni ad un caso di malasanità solo perchè coinvolge uno straniero è allucinante
Caro James, premesso che si può discutere tutto, ma al momento opportuno (svolgere, cioè, il proprio dovere di medico non vuol dire che, successivamente, non si possa anche contestare l'abbigliamento della paziente, quando non sia più in pericolo di vita), premesso questo, dicevo, il fatto che la donna sia stata "ammessa" senza alcun problema all'Ospedale S. G. Bosco fa capire che c'erano tutte le condizioni per farla entrare in un ospedale pubblico. Ad ogni modo, sono in corso le indagini dei Carabinieri del N.A.S.: puoi dormire, dunque, sonni tranquilli in quanto ogni perplessità ti verrà chiarita dalle forze dell'ordine. [A.M.]
ti sei dimenticato di scrivere che la donna in questione aveva in testa il Burqa integrale...e visto che si è in luogo pubblico non si pò entrare cosi conciati...è stato chiesto esplicitamente dai medici di toglierlo...ma senza nessuna risposta...a questo punto cambia tutto lo sputtanamento(quando in un paese si arriva bisogna rispettare le leggi del paese e poi quelle religiose e non viceversa)