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Omelia di S.E. Mons. Vincenzo Bertolone dettata nel giorno di Natale

Omelia di S.E. Mons. Vincenzo Bertolone dettata nel giorno di Natale
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Pubblichiamo in forma integrale l'omelia di S.E. Mons. Vincenzo Bertolone dettata nel giorno di Natale nella Cattedrale di Catanzaro (25 dicembre 2016)

OMELIA
(Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18).

Venite, adoriamo il nato Bambino. O Cristo, luce vera che vieni nel nostro mondo, noi ti adoriamo; noi adoriamo Te, che eri nel seno del Padre e ora sei in mezzo a noi; nello Spirito Santo, noi prorompiamo insieme in canti di gioia davanti alla tua mangiatoia! Buon Natale, sorelle e fratelli carissimi. Auguri a ciascuno di voi. I piedi del messaggero che annuncia la pace, come ci ha detto l’oracolo profetico di Isaia, ci ha condotto non solamente alle soglie di questo annuncio, ma ci ha mostrato la pace in persona. Cristo nostra pace oggi è nato per noi a Betlemme e vuol nascere in ogni cuore che si lascerà invadere dalla misericordia di Dio. La luce di Cristo, preludio alla luce di Pasqua, rompe, finalmente, le tenebre della notte e addolcisce il gelo del periodo climatico: questo Bambino, irradia davvero la gloria del Padre, di cui è impronta sostanziale, e tutto sosterrà con la sua parola potente, che scende in ciascuno di noi come un fioretto.



Questo Bambino è la vera luce, che splende nelle tenebre del mondo, e le tenebre non l’hanno vinta. Il buio del peccato, del crimine, dei brogli, degli inganni, delle falsità, dei tradimenti…. di tutte le brutture di cui sono capaci i cuori umani. Tutto, tutto è sopraffatto da questa luce che solca il cielo, come una stella cometa, illuminando le tenebre e l’oscurità provocate dal peccato.

Natale :la festa delle feste. Tommaso da Celano racconta nella sua seconda biografia  su san Francesco d’Assisi che “al  di  sopra  di  tutte  le  altre  solennità”, san Francesco  “celebrava  con ineffabile premura il Natale del Bambin Gesù e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno materno. Baciava con animo avido  le  immagini  di  quelle  membra  infantili,  e  la  compassione  del  bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza, alla maniera dei  bambini.  Questo  nome  era  per  lui  dolce  come  un  favo  di  miele  in  bocca” (Tommaso  da Celano, Vita seconda,  in Fonti  francescane, n. 199,  p. 711ss).

Il Prologo del Vangelo di Giovanni, pur nella sua densità speculativa, ci ha messo di fronte a questo Bambino, che faceva commuovere san Francesco e fa commuovere noi e i nostri piccoli in famiglia: “La Legge fu data per mezzo di Mosè,/ la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo./ Dio, nessuno lo ha mai visto:/ il Figlio unigenito, che è Dio/ ed è nel seno del Padre,/ è lui che lo ha rivelato”.

Con quella nascita è cominciata la liberazione di tutta l’umanità… Gesù ci ricorda che siamo tutti uguali e che dobbiamo amarci e rispettarci: nessuno è più schiavo, nessuno è più diverso, nessuno è più straniero.
Certo tanto è avvenuto nel cammino dell’umanità, ma tanto resta da fare. Sono sotto gli occhi di tutti i tanti luoghi di guerra presenti nel mondo.

Ma allora come oggi la nascita di Cristo  si presenta come «notizia», come buona notizia: Dio è uscito dal silenzio, si è fatto uomo; il Figlio ha preso un corpo umano dalla carne immacolata di Maria. «Il Verbo si è fatto carne e ha posto la Sua dimora in mezzo a noi ... » (cfr Gv l).

Il Vangelo è la «buona notizia» che ci fa conoscere il volto di Dio e  illumina la nostra vita. Di fronte alla «malattia teologica» di questo nostro tempo ove i diritti religiosi non  sempre sono  essere tutelati, noi cristiani possiamo pur sempre offrire la «luce» di quel volto di bambino che ha affascinato milioni di  uomini con il suo «eccessivo Amore» (S.  Francesco ). «L'Onnipotenza di Dio - diceva padre Pio - è serva dell'Amore». «Se si perdessero tutte le bibbie-scriveva s. Agostino--e ne restasse una sola, se di questa si perdessero tutti i fogli e ne restasse uno solo, se di quest'ultimo restassero solo tre parole: Dio è amore, la Bibbia sarebbe salva».

Ecco cosa viene a ripeterci il mistero del Natale: Dio è amore e viene a svegliarci, a “scomodarci”, ridestando in noi il ricordo vivissimo di quel giorno in cui ci siamo sentiti “afferrati da Cristo” .
Una fede che si fa speranza nella storia, dove uomini e istituzioni hanno nelle loro mani la leva per la trasformazione sociale per restringere una buona volta la forbice tra ricchi e poveri e far gustare il sapore della fratellanza, della solidarietà, della giustizia. La fede in Cristo si vive nella storia, piccola o grande che sia, ma Cristo è fuori dal tempo: è eterno. Forse è utile un esame di coscienza, basato sull’amore: abbiamo riconosciuto nei non vedenti, negli storpi, nei lebbrosi, nei sordi, nei morti, nei poveri, il volto di Gesù? Bisogna ravvedersi tutti di fronte all’Amore incarnato in un Bambino.

Scriveva Lev Tolstoj: “Ecco vorrei dire a tutti, i vicini e i lontani, a tutti gli uomini che è impossibile continuare a vivere così: bisogna “ravvedersi”. Come diceva l’apostolo Giovanni, bisogna ravvedersi e comprendere che non si può vivere senza fede. Comprendiamo che in questo accrescimento dell’amore in noi stessi e in tutta l’umanità risiede la felicità di ciascuno e di tutti gli uomini nel loro insieme” (L. Tolstoj, Sulla pazzia del nostro tempo e del mezzo per rinsavire, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2016, p. 34)

Il nostro Pirandello dispone nel testamento di non volere lasciare alcuna traccia di sé « perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me». Eppure confessava all’amico Silvano d’Amico d’essere “religiosissimo”: «Sento e penso Dio in tutto ciò che penso e sento», e a don Giuseppe De Luca confidava di avere « una fede in Dio, non so se vera, per lei prete, ma fermissima, alla quale ho dovuto ubbidire ed offrire dolorose rinunzie».
Ma che cosa rappresenta per noi la nascita di Gesù?

Natale è un fatto straordinario, non è una semplice ricorrenza, è il fatto più alto delle speranze umane, è la Novità assoluta che ci raggiunge dall’Alto che viene a seminare nella storia e nei cuori di ogni uomo il cambiamento operato nel mondo da Gesù nel momento in cui entra nei cuori come un seme, come un lievito nella farina, come il sale nel cibo.

Per saper cogliere il significato autentico del Natale bisogna liberarlo da tutte le incrostazioni accumulate nel tempo. Così potremo ritrovare noi stessi e interrogarci sul senso profondo della vita. Invito pertanto a sostare in silenzio contemplando il Bambino e ciò che veramente significa. La nascita di  Gesù  riesce a parlare, da due millenni, al cuore di uomini e donne di ogni cultura e di ogni razza. Noi cristiani, in primis, siamo chiamati a recuperare ed a testimoniare questo patrimonio umano e divino e custodire il senso profondo della festa.

Il Natale che si celebra in tutto il mondo è anche la festa di quanti, pur senza riconoscere nel figlio di un’umile coppia di Nazaret il figlio di Dio, perseguono vie di pace, di riconciliazione e di perdono per vivere insieme nella solidarietà e rendere questo mondo migliore.

Natale è la festa della speranza perché per noi credenti l’apice della speranza è Gesù, che ci fa sognare un’umanità diversa. E siccome “niente ci appartiene più dei nostri sogni” e niente è così potente come un sogno, invito tutti a sognare, a sperare.

Ed è per questo che in tempi cosi aridi ed avari  di grandi orizzonti, sogno che a Natale si  celebri la giornata e la festa della fraternità, della semplicità e della quotidianità.

Sogno una società più inclusiva, più giusta, più amica della natura, senza guerre né sopraffazioni.
Sogniamo tutti una Calabria ed una Catanzaro che nutrano la speranza di un anno migliore e coltivino grandi orizzonti culturali, il coraggio di dare un calcio alle proprie paure, di  lanciare il cuore oltre gli ostacoli, di battersi per una vita più giusta.

Andiamo avanti con fiducia e speranza: la fiducia è come una sposa fedele, la speranza ti prende il cuore e te lo guida verso un mondo migliore perché essa ama ciò che ancora non è, ma che sarà: basta crederci. 
Oso sperare che il Natale sarà autentico, capace di dare a tutti ed a ciascuno la forza e la gioia di donare, come scriveva Oren Arnold, regali nuovi ed originali quanto semplici e ricchi: «Perdòno per un tuo nemico, tolleranza per un tuo avversario, il tuo cuore per un tuo amico, un buon servizio per un tuo cliente. Carità per tutti e buon esempio per i bambini. Rispetto per te stesso».

Auguri agli sposi, ai figli, alle mamme ed ai papà; a chi soffre negli ospedali, a chi è privo della libertà; auguri agli immigrati, agli emigrati e ai clandestini, poveri cristi sradicati dalle proprie famiglie, soli e senza affetti. Auguri ai sacerdoti, ai consacrati, ai fedeli e, naturalmente, a tutti i miei fedeli dell’Arcidiocesi di Catanzaro Squillace.
Affidiamoci allo Spirito Santo, lasciamo che  scaldi cuore e sentimenti e ci aiuti a capire, meditando sul mistero del Natale, il senso della vita e poter cantare col Salmista: “Amore e verità s’incontreranno,/ giustizia e pace si baceranno./ Verità germoglierà dalla terra/ e giustizia si affaccerà dal cielo”.

         È con questi pensieri che auguro di celebrare il Natale di Gesù perché il messaggio di luce che proviene da Betlemme illumini le nostre povere vite e dia un senso che va oltre il  nostro vivere quotidiano. Auguri per un Natale finalmente diverso, nuovo perché autentico e vero. Cristianamente, di cuore, buon Natale. Amen.

 

Redazione

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