11 settembre 2001 il ricordo di Chiara Marchelli a venticinque anni dagli attentati

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La scrittrice valdostana viveva a Princeton a pochi chilometri da Manhattan e aveva programmato un volo proprio per quel giorno ma il viaggio non ebbe mai luogo

Quel pomeriggio sospeso tra incredulità e paura

Ad Aosta era un pomeriggio soleggiato e insolitamente silenzioso. In Piazza Chanoux le poche persone presenti camminavano velocemente, con lo sguardo incredulo, cercando un telefono o un televisore per capire che cosa stesse accadendo dall’altra parte dell’oceano.

Nel 2001 non esistevano ancora i social network come li conosciamo oggi e le notizie non raggiungevano immediatamente gli smartphone. Per comprendere la gravità degli eventi era necessario entrare in casa, accendere la televisione e seguire le immagini trasmesse in diretta.

Era l’11 settembre 2001. A New York, alle 8.46, il primo aereo aveva colpito la Torre Nord del World Trade Center. Alle 9.03 l’impatto del secondo velivolo contro la Torre Sud rese evidente che non si trattava di un incidente. Milioni di persone assistettero davanti agli schermi a uno degli eventi più drammatici della storia contemporanea.

Chiara Marchelli viveva a pochi chilometri da Manhattan

In quel periodo Chiara Marchelli, scrittrice valdostana che negli anni successivi avrebbe insegnato alla New York University, abitava a Princeton, nel New Jersey, non lontano da Manhattan.

La sua esperienza restituisce il senso di smarrimento vissuto da chi si trovava negli Stati Uniti ma non aveva ancora compreso la portata di ciò che stava succedendo. Marchelli aveva programmato un viaggio proprio per l’11 settembre e, nei giorni precedenti, aveva incontrato diverse difficoltà nel modificarne la data.

Il ricordo della scrittrice è legato soprattutto a una telefonata ricevuta quella mattina. Il compagno con cui viveva le disse che non sarebbe partita e le chiese di accendere immediatamente la televisione. Davanti alle immagini provenienti da New York, Marchelli rimase incredula e si affrettò a tranquillizzare la propria famiglia in Italia.

Il bisogno di uscire e incontrare altre persone

Dopo aver appreso la notizia, la scrittrice lasciò la propria abitazione e raggiunse la biblioteca di Princeton. Sentiva il bisogno di vedere altre persone, ascoltare le loro reazioni e condividere un momento che appariva impossibile da comprendere.

Sugli schermi venivano riproposte continuamente le stesse immagini. Prima del crollo delle torri prevalevano la confusione e l’incapacità di interpretare quanto stava accadendo. In seguito arrivarono la paura, il dolore e la consapevolezza che gli Stati Uniti erano stati colpiti nel cuore.

Il viaggio previsto da Marchelli fu annullato e per molto tempo non riuscì a raggiungere Manhattan. Ponti, strade e collegamenti furono chiusi o sottoposti a rigidi controlli, mentre l’intero sistema dei trasporti affrontava una situazione senza precedenti.

La vita quotidiana cambiò improvvisamente

All’epoca Chiara Marchelli non lavorava ancora alla New York University e si manteneva impartendo lezioni private. Dopo gli attentati alle Torri Gemelle, molte persone sospesero qualsiasi attività considerata ricreativa o non indispensabile.

Le lezioni vennero cancellate e la scrittrice perse improvvisamente gran parte dei propri clienti. In quelle settimane dominava la convinzione che dedicarsi ad attività piacevoli fosse poco rispettoso di fronte alla tragedia appena avvenuta.

Marchelli non conosceva direttamente persone impiegate nelle Torri Gemelle e non era mai salita sui due grattacieli. Una circostanza che, negli anni successivi, sarebbe diventata per lei motivo di rimpianto. Aveva però un conoscente che lavorava nelle vicinanze del World Trade Center: quel giorno, fortunatamente, era rimasto a casa.

Paura e solidarietà nelle settimane successive

I ricordi di quel periodo sono segnati dalla paura e dalle notizie, spesso frammentarie, che circolavano tra la popolazione. Si parlava di possibili esplosivi, sostanze sospette e nuovi attentati. Metropolitana, strade e collegamenti erano condizionati non soltanto dalle misure di sicurezza, ma anche dal panico collettivo.

Accanto alla paura, però, emerse un fortissimo sentimento di solidarietà. Cittadini, volontari, vigili del fuoco, poliziotti e operatori sanitari si mobilitarono per aiutare le persone colpite e sostenere le famiglie delle vittime.

Quando Marchelli tornò a New York, alcune settimane dopo, trovò una città profondamente diversa. Viveva negli Stati Uniti da circa due anni e aveva appena iniziato a sentirsi parte di quella realtà. L’11 settembre rappresentò una frattura nella sua esperienza americana, paragonabile soltanto, molti anni dopo, a quella provocata dalla pandemia.

Una Green Card perduta nel caos

Il settembre del 2001 coincise anche con un momento importante per la vita della scrittrice. Marchelli aveva ottenuto il visto necessario per vivere negli Stati Uniti ed era in attesa della documentazione definitiva.

Nel caos seguito agli attentati, la sua Green Card andò perduta durante la spedizione. Fu quindi necessario avviare una nuova procedura, aggiungendo altra incertezza a un periodo già segnato da paura e instabilità.

Ground Zero e la memoria delle vittime

Gli attentati dell’11 settembre provocarono 2.977 vittime, senza contare i diciannove terroristi, colpendo il World Trade Center, il Pentagono e il volo United Airlines 93 precipitato in Pennsylvania. Tra le persone uccise vi erano anche numerosi cittadini statunitensi di origine italiana. (it.wikipedia.org)

A Ground Zero, i nomi delle vittime sono oggi incisi sui parapetti in bronzo che circondano le due grandi vasche realizzate nel punto in cui sorgevano le Torri Gemelle. Il memoriale trasforma l’assenza degli edifici in uno spazio dedicato al raccoglimento e alla memoria.

Nel museo sono conservati oggetti personali, mezzi di soccorso danneggiati, strutture deformate e testimonianze di chi visse quelle ore. Scarpe, occhiali, documenti, abiti e abbonamenti della metropolitana raccontano le vite interrotte, mentre le registrazioni delle richieste di aiuto e degli ultimi messaggi alle famiglie restituiscono la dimensione umana della tragedia.

Venticinque anni dopo nulla è stato dimenticato

A venticinque anni dall’11 settembre 2001, il racconto di Chiara Marchelli conserva il valore di una testimonianza personale inserita in una memoria collettiva molto più ampia.

Quel giorno cambiò il modo di viaggiare, trasformò i controlli negli aeroporti e influenzò profondamente la politica internazionale. Modificò anche la percezione della sicurezza nelle città e lasciò conseguenze destinate a durare nel tempo.

Nelle caserme dei Vigili del Fuoco di New York sono ancora esposti i nomi e i volti dei soccorritori morti mentre cercavano di salvare chi era rimasto intrappolato nelle torri. Sono luoghi della memoria che ricordano il loro sacrificio e testimoniano quanto quella ferita sia ancora presente.

New York ha saputo ricostruirsi, ma non ha dimenticato. Anche per questo, dopo venticinque anni, le testimonianze di chi si trovava dall’altra parte dell’oceano continuano a raccontare lo smarrimento, la paura e la solidarietà di un giorno dopo il quale il mondo non fu più lo stesso.

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Scritto da Redazione

Giornalista di InfoOggi

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