#25aprile, La «tomba di vivi» di Via Tasso e la Resistenza di Orlando Orlandi Posti

34
Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
ROMA, 25 APRILE 2013 - A guardarlo da fuori sembra un palazzotto degli anni Trenta come tanti, piutt...

ROMA, 25 APRILE 2013 - A guardarlo da fuori sembra un palazzotto degli anni Trenta come tanti, piuttosto anonimo e anche abbastanza bruttino con quei muri esterni giallini e la facciata senza balconi. Quei quattro piani del palazzotto di Via Tasso 145, che oggi ospitano il Museo Storico della Liberazione, rappresentano però uno degli emblemi della più spietata ferocia nazista. Non fu certo l'unico luogo di tortura di quella Roma occupata per nove mesi dai tedeschi che, nonostante le dichiarazioni, di fatto «città aperta» non fu mai.

Quell'anonimo edificio di Via Tasso, in origine sede dell'Ambasciata germanica a Roma e poi diventato di esclusiva gestione da parte delle SS, fu però uno dei peggiori carceri per detenuti politici. Quello che Arrigo Paladini – che nella minuscola cella di isolamento numero 2 fu detenuto per un mese, dal 4 maggio al 4 giugno 1944 – ha definito nel libro “Via Tasso, Museo storico della Liberazione di Roma” «simbolo della più inaudita sofferenza, della più spietata sopraffazione; il luogo dove veniva calpestata ogni dignità umana, in nome della feroce violenza che solo la barbarie di un oppressore ormai disperato può esercitare».

Il carcere vero e proprio era stato ricavato dagli appartamenti al secondo e al terzo piano dell'edificio e ancora oggi è possibile visitare le quattordici celle affacciate sui piccoli ingressi degli appartamenti, nelle quali durante l'occupazione della città sono state recluse più di duemila persone, quasi tutte consapevoli che passare di lì significava essere destinati a morte certa. Le testimonianze di chi è riuscito a sopravvivere dopo l'arrivo degli Alleati e la fuga dei tedeschi da Roma nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1944, o le lettere scritte clandestinamente da chi in quel carcere ha passato gli ultimi momenti della propria vita, ci raccontano di un luogo di sopraffazione e sofferenza, di uomini costretti in piccole stanze dalle finestre murate, senza alcun accesso alla luce del sole, ma illuminate giorno e notte dalla lampadina presente nell'ingresso, la cui luce penetrava dalle grate sovrastanti la porta numerata. Costantemente sottoposti alla sorveglianza delle guardie naziste, anche in quei pochi minuti concessi la sera per andare in bagno. Un unico pasto giornaliero: una ciotola d'acqua calda con qualche pezzo di verdura semicruda e due pagnottine spesso acide o ammuffite. E poi gli interrogatori e le torture, cui i detenuti sospettati di essere a conoscenza delle mosse dei partigiani o degli alleati erano sottoposti quasi giornalmente.

Una «tomba di vivi», lo definisce un giovanissimo studente partigiano rinchiuso nella cella numero 5 di Via Tasso il 3 febbraio 1944, Orlando Orlandi Posti, detto Lallo. Non aveva ancora compiuto diciotto anni quando fu arrestato dai nazisti in corso Sempione, nel quartiere di Montesacro, dopo aver aiutato i compagni dell'ARSI (Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana) a scappare da una retata dei nazisti, consentendo loro di salvarsi. Viene catturato alle 11.30 davanti al bar Bonelli, il cui proprietario è il padre della ragazza di cui è innamorato, Marcella. A lei e a sua madre sono dedicate alcune lettere che Lallo scrive di nascosto dal carcere di Via Tasso, dove viene portato quello stesso pomeriggio e dal quale uscirà per l'unica e ultima volta il 24 marzo. Lallo sarà ucciso insieme ad altre 334 persone nell'eccidio delle Fosse Ardeatine, uno dei più feroci e ignobili massacri compiuti dai nazisti durante l'occupazione.

Le 39 lettere che Lallo riuscì a scrivere da quella “tomba di vivi” su pezzi di carta racimolati chissà come e inviate alla madre di nascosto, arrotolate nel colletto delle camicie da lavare, sono state pubblicate da Donzelli nel 2004, in occasione del sessantesimo anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Lettere che non raccontano storie di battaglie partigiane, che non danno informazioni sulle operazioni militari o su quelle dei CLN. Raccontano, però, l'esperienza di cattura e detenzione di un ragazzo, “Uno dei tanti”, come lo chiama Edgarda Ferri nel suo libro dedicato a Orlando (Mondadori 2009), un giovanissimo partigiano non ancora maggiorenne, che non ha ancora concluso gli studi ma che sogna di poterlo fare appena la guerra sarà finita e appena a Roma sarà tornata la normalità.

È a quelle lettere scritte alle due donne che ama, la madre Matilde e Marcella, che Lallo affida il racconto di ciò che subisce in carcere, delle condizioni cui è sottoposto quotidianamente dal giorno del suo arresto, della fame perenne, della mancanza di riposo, delle torture. A leggere le pagine scritte da questo giovane martire ciò che emerge, però, non è solo un ulteriore tassello per la presa di coscienza – qualora non se ne avesse già – della spietatezza dei crimini nazifascisti.

A emergere prepotentemente dalle parole di Lallo è la sua voglia di riscatto, la sua precisa volontà di studiare per diventare medico, lui orfano di padre e ancora studente alle scuole magistrali, il suo desiderio di poter formare una famiglia con Marcella e di dare a lei la possibilità di vivere una vita almeno all'altezza di quella che conduce. Ciò che non riesce a staccarsi di dosso al termine della lettura di quelle pagine è la consapevolezza che nemmeno le più atroci sofferenze e nemmeno la peggiore barbarie fascista era riuscita a cancellare in un giovane ragazzo il sogno del riscatto e di una vita migliore. Per cancellare per sempre quel sogno, è stato necessario ucciderlo.

«Giovanissimo combattente della Resistenza – questa la motivazione del conferimento della Medaglia d'argento al Valor Militare alla Memoria – pose nella diuturna lotta clandestina tutto il suo entusiasmo e cosciente spirito patriottico segnalandosi fin dall'inizio in rischiose, ardite azioni di guerra. Nel corso di un colpo di mano effettuato dall'avversario, anziché porsi in salvo, preferiva stare sul posto per dare in tal modo l'allarme ai compagni vicini. Catturato, opponeva il silenzio alle più atroci torture. Chiudeva alle Fosse Ardeatine la sua nobile vita che aveva votato alla causa della Libertà».

Serena Casu 

( foto da www.ultimelettere.it )

InfoOggi.it Il diritto di sapere