Ad “Itaca” arte memorie e identità in una storia trans

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Una storia che è una parabola di crescita trans ed insieme una riflessione sul potere rivelatore dell’arte. È “Mia zia Daniela detta Dada per andare a ballare la notte indossava zeppe tacco 25”, vincitore del riconoscimento ‘Next Generation’ al Premio Drammaturgico Internazionale Carlo Annoni 2025, di e con Riccardo Iellen, in cartellone il 7 e 8 novembre presso lo spazio Itaca Colonia Creativa di Pomigliano d’Arco (NA), in Via G. Carducci 7 (sabato ore 20.30, domenica ore 18.30) Info: info@itacacoloniacreativa.it, 081.17610467.

Per quale motivo la protagonista del testo deve soffrire così tanto? È la domanda che balena nella mente di un drammaturgo esordiente, durante la lettura scenica nel suo ultimo lavoro; leggendo il testo ad alta voce si accorge per la prima volta, di aver scritto una pièce intrisa di sangue e violenza, che si mantiene tale anche nelle successive riscritture e correzioni, mai veramente soddisfacenti, spingendolo a dubitare di se stesso e ad interrogarsi profondamente sul proprio passato, indagando tra gli aneddoti familiari, che continuano a scappargli di bocca, tra una riscrittura e l’altra, mentre la mente gli si affolla di domande. Perché pensa continuamente a sua zia? Cosa c’entra il padre con la violenza del testo?

“Amo i titoli lunghi, in questo in particolare, ho estrapolato una frase del testo – dice l’autore, che ha mutuato l’abitudine dal drammaturgo rumeno naturalizzato francese Matei Vișniec – Mi sembrava presentasse il cuore di questa ricerca drammaturgica: indagare l’educazione familiare che, spesso reprime chi siamo veramente”.

Il protagonista di questa storia, interroga le ragioni di questa violenza eterodiretta, che insegna cosa sia un ‘uomo’, mentre un’altra identità si affaccia timidamente, ma prepotentemente.

Un testo che cerca di costruire nuovi immaginari, mentre l’autore in scena, attraverso cambi di voce, di postura e di prossemica, interpreta i cinque personaggi chiave di questo viaggio si conoscenza del sé: il Drammaturgo, Carolin (la figura femminile raccontate), il Padre e Tiresia l’indovino cieco del mito greco, che non sa perché non vede, ma proprio per questo sa più di tutti, anche cosa significhi stare abitare un corpo maschile ed uno femminile, per averne fatto in prima persona l’esperienza. Il finale è un gioco drammaturgico, con un colpo di scena che svela la violenza interiorizzata, perpetrata (in)consciamente e il percorso da intraprendere, per rivendicare la propria identità, qualunque essa sia.

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Scritto da Redazione

Giornalista di InfoOggi

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