Sono passati vent'anni da quel 7 ottobre 2006, quando Anna Politkovskaja fu uccisa a Mosca, nel portone del suo palazzo. La giornalista di Novaya Gazeta era una delle poche voci capaci di raccontare senza filtri la guerra in Cecenia, gli abusi del potere e la corruzione che attraversava la Russia di Vladimir Putin. La sua morte non fu un episodio isolato, ma un colpo inferto al cuore del giornalismo libero.
Una voce scomoda che continua a risuonare
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha voluto ricordarla con parole nette: «La sua voce continua a risuonare», ha dichiarato, definendola un simbolo di coraggio e di giornalismo senza paura. Un riconoscimento che arriva a vent'anni di distanza e che sottolinea quanto l'eredità della reporter russa sia ancora viva, soprattutto in un'epoca in cui la libertà di stampa è minacciata in molte parti del mondo.
Chi era Anna Politkovskaja
Nata a New York nel 1958 da genitori diplomatici sovietici, Anna Politkovskaja ha dedicato la sua carriera a raccontare le verità scomode della Russia post-sovietica. Le sue inchieste sulla guerra in Cecenia le valsero numerosi premi internazionali, ma anche minacce e intimidazioni. Il suo stile era diretto, mai neutrale di fronte alle ingiustizie: documentava le violenze, ascoltava le vittime, sfidava la censura.
La sua uccisione, avvenuta nell'ascensore del palazzo dove abitava, è rimasta a lungo senza giustizia. Due uomini furono condannati come esecutori materiali, ma i mandanti non sono mai stati identificati. Un vuoto che ancora oggi alimenta interrogativi e sospetti sui legami con il potere.
Un'eredità per i giornalisti di oggi
Il ricordo di Anna Politkovskaja non è solo una celebrazione, ma un monito. Il suo lavoro continua a ispirare chi si batte per la libertà di informazione e per il diritto di raccontare la verità senza condizionamenti. In un mondo dove i giornalisti sono sempre più spesso bersagli di violenze e pressioni, la sua figura resta un punto di riferimento imprescindibile.
Vent'anni dopo, la sua voce non si è spenta: risuona nelle redazioni, nelle piazze, nelle coscienze di chi crede che il giornalismo sia un servizio civile, non un mestiere per silenziare.