Base Popolare - Pascuzzi: La politica torni a partire dalle persone

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C’è una frase in questi giorni che mi ha colpito più di tanti discorsi politici. 

Mons. Giuseppe Baturi, alla fine del Consiglio permanente della CEI, ha detto una cosa semplice: la polarizzazione rischia di far vincere gli interessi elettorali sulla coesione sociale. Ha chiesto di non trattare l'avversario da nemico. 

È una frase che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di politica. Perché la domanda vera non è come abbassare i toni. È un'altra: da dove deve partire la politica? Dalle appartenenze, dalle ideologie, dai sondaggi? O dalla vita delle persone? 

Qualche settimana fa ero a un incontro pubblico in periferia. C'era un'insegnante di scuola media. Ha detto una frase che non ho più dimenticato: "Non mi chiedete cosa manca alla scuola. Chiedetemi cosa manca ai miei ragazzi quando escono da scuola." 

Non un problema di edifici o di organici. Un problema di vite intere, che la politica di solito guarda a pezzi: un decreto per l'istruzione, uno per il lavoro giovanile, uno per la famiglia. Come se un ragazzo potesse essere diviso in capitoli. È lì che ho capito, ancora una volta, che la realtà viene sempre prima di come la raccontiamo. 

Destra, sinistra, progressisti, conservatori, sovranisti, europeisti. Sono etichette utili per collocare una posizione. Non bastano di fronte alla vita vera. Una madre che non riesce a far stare insieme lavoro e famiglia non chiede in che casella ideologica mettere il suo problema. Chiede una risposta. Un anziano che aspetta mesi per una visita non è un numero in una lista d'attesa. È una persona che ha bisogno di essere curata. 

Impariamo ad andare “oltre”. Oltre le appartenenze che dividono prima ancora di ascoltare. Oltre gli schieramenti che spiegano tutto tranne la vita reale delle persone. 

Essere popolari, in fondo, non vuol dire stare al centro, né essere equidistanti tra destra e sinistra. Vuol dire partire dai territori, dal confronto vero, prima ancora che dalle risposte. La domanda giusta è: di cosa ha bisogno questa persona? Solo dopo: quale politica può rispondere? Non dovrebbe essere la politica a cercare persone disposte ad adattarsi alla propria agenda. Dovrebbe essere la politica a mettere la propria agenda al servizio di chi ha davanti. 

Ascoltare non significa fare un giro di quartiere, scattare due foto, raccogliere qualche lamentela e tornare a Roma. Significa avere l'umiltà di ammettere che la realtà è più grande delle nostre idee. Come quell'insegnante mi ha ricordato senza volerlo. E poi fare la cosa più difficile: trasformare quell'ascolto in una proposta. 

Ascoltare senza rappresentare produce frustrazione. Rappresentare senza ascoltare produce distanza. La crisi della politica nasce anche da qui. Il cittadino non dovrebbe essere solo qualcuno da convincere in campagna elettorale. Dovrebbe essere qualcuno da incontrare prima di scrivere una proposta. 

Quando la politica vive solo di contrapposizione, succede una cosa paradossale: mentre discutiamo chi abbia ragione, le persone continuano ad avere problemi veri. Le differenze in democrazia servono. Ma devono saper fare i conti con la realtà. Possiamo discutere per mesi su chi ha ragione, ma se non capiamo perché una scuola non riesce a includere un ragazzo, perché una famiglia rinuncia a curarsi, perché un'impresa non assume, abbiamo perso il contatto con il motivo per cui la politica esiste. 

O la politica riparte dai bisogni delle persone, o non è politica. 

Partiamo dai “fondamentali”: di cosa ha bisogno questa persona, questa famiglia, questo quartiere? Da lì si parte. Non dalla soluzione già scritta, non dal comunicato stampa, non dal bisogno di avere ragione. 

È questa l'idea con cui, con Base Popolare, proviamo a fare politica: meno categorie, più bisogni; meno rappresentazione, più rappresentanza; meno nemici, più soluzioni. Non per rinunciare alle proprie idee, ma per metterle alla prova più difficile, che è la realtà. 

Il bene comune non nasce quando una parte batte l'altra. Nasce quando qualcuno riconosce un bisogno e decide di farsene carico. Come quell'insegnante, che alla fine non voleva un decreto. Voleva sapere che qualcuno l'avesse davvero ascoltata. 

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Scritto da Redazione

Giornalista di InfoOggi

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