Brigantismo Eretico: Ribellioni Uguali e Contrarie
Resilienze Calabria

Brigantismo Eretico: Ribellioni Uguali e Contrarie

mercoledì 19 agosto, 2015

19 AGOSTO 2015 - La mia è una forma di BRIGANTISMO ERETICO con proposta di Ribellioni Uguali e Contrarie, inversamente proporzionali alle differenze sociali, economiche e ideologiche. Chi sono questi briganti del Brigantismo, Ribelli, Rivoltosi, “Italioti” “venduti ai Savoia", Banditi, o Disperati ... Semplicemente Uomini e Donne "scoppiati" dalle Sofferenze e dalle Fatiche, nel rapporto di forza della questione Contadina per il possesso delle terre coltivabili e da pascolo; le Usurpazioni delle aree demaniali scippate dai latifondisti grandi e piccoli. Quelli antipiemontesi e savoiarde.  [MORE]

Giovani valorosi, uomini fieri e bellissime appassionate donne, Cafoni, Ignoranti, semi analfabeti, Grevi e Miopi, BRIGANTI e BRIGANTISMO insomma, che hanno puntato e poi sparato con le schioppettate ed i revolver all'Altra visione possibile del mondo, a quella dell'economia dello stato nazione, a quella estranea e lontana dalle loro tradizioni civili e religiose...

Noi stessi meridionali di oggi, siamo la chiave dicotomica di quelle identità offuscate: affamati di benessere e vita, sviluppo e progresso, che "nasciamo uomini e moriamo ancora briganti"
Noi, novelli Briganti, oppure ERETICHE Brigantesse, che come i nostri avi interpretiamo il mito romanzato dell'epopea a sud, della nostra STORIA a metà: tra denunce, prepotenze soprusi e vigore identitario, perenne atavicità degli stessi IDENTICI e CRONICI mali.

Allora Io sono l' ERETICA del Ribellismo meridionale che interpreto come Irrisolta Chiave dicotomica di una incompiuta dialettica Servo Signore, cioè di quel movimento RIBELLISTICO che personalmente NON reputo essere stato per nulla dialettico, che è ragione del suo stesso Fallimento: Il signore feudale prima, poi il latifondista, dominano il servo,(contadino) come strumento e mezzo con cui operare sulle cose; poi, lo stesso signore si è limitato a consumare le cose, o meglio le fatiche ed i sudori dei suoi servi, negandole, avvilendole, sperperandole.

Dalla negazione avrebbe dovuto conseguire un'autocoscienza immediata, non mediata dal riconoscimento dell'altro o di sé attraverso l'altro; il servo, (o meglio il brigante) al contrario, Non acquista consapevolezza di sé, Non supera lo stadio della coscienza naturale, Non è protagonista di trasformazione, Non conquista un orizzonte superiore di oggettività, cioè di libertà e vita. Schiavo sempre, potrebbe essere la chiave per comprendere il dramma di una insurrezione ribellistica che resta ferma allo status di terziareità, isolamento irredimibile, condizione di emarginazione. Quali allora le destinazioni possibili di questa storia? L'evocazione Hegeliana è assai utile al fine di chiarire che, se è vero - come è vero - che la coscienza fa la differenza; nel brigantaggio la coscienza non si è realizzata come assoluta "inquietudine dialettica", capace di generare cioè, progresso e trasformazione. Si è consumata nella propria forza devastatrice.

Ciò vuol dire che nella sua propria costituzione e formazione, la coscienza della "brigantitudine" Non è entrata in rapporto con se stessa e con altre coscienze ribelli, in un gioco di conflitti, che potesse generare trasformazioni, progressi sociali effettivi.

Il Brigantaggio NON ha determinato il superamento dei conflitti sociali stessi, ma li ha generati e esauriti in sé, se non per quelli descritti in chiave psicologica, e poco, troppo poco, in in chiave storico-culturale. Io mi sento figlia del meridionalista Vincenzo Padula (1819- 1893), che della propria indagine storico-antropologica e etnografica, ha saputo fissare la lucida ma incontrovertibile analisi a tutto tondo, di una società "gattopardesca" che vince sul riformismo ed il liberalismo. L'analisi descrittiva, i suoi toni economistici, la sua passione e lucidità per i temi sociali è ancora oggi una dinamica analisi di rapporti sociali, in cui lo scontro tra classi locali e potere centrale, invitano ad immaginare un' ipotesi di auspicato rinnovamento economico sociale della Calabria, che Non si è potuto compiere con effettualità della storia: uno su tutti il tema delle Quotizzazioni e le usurpazioni dei beni demaniali.

Le figure ed i momenti della storia brigantesca quasi similmente a quelli dello spirito umano, hanno determinato per così dire un Brigantaggio senza autocoscienza che non è stato conoscenza, ma si è parcellizzato in mero anacronismo storiografico privo di analisi dialettica; del resto le istanze rivoluzionarie sosteneva l'insigne arguto Padula, possono svolgersi per amore di novità, di utile proprio o vendetta o per promuovere la civiltà morale.
In Calabria - ieri come oggi - ragioni sociali ostacolano gli uomini a diventare persone cioè individui, le stesse che hanno causa nella disgregazione delle società rurali, nel tradizionalismo ed oscurantismo, così come nelle rendite parassitarie.

E' Padula che auspica il ridimensionamento del latifondo, l'incremento dei piccoli possedimenti, il miglioramento delle condizioni di lavoro dei braccianti; e della lottizzazione e vendita delle terre ai contadini. Per riequilibrare quei rapporti di forza in un nuovo ciclo produttivo, egli interpretava il ruralismo moderato come possibile nello sviluppo industriale, nel quale la restituzione delle terre usurpate, potesse far deflagrare la moralizzazione della vita pubblica.

Per tutti NOI che al mito del Ribellismo dovremo far corrispondere noi stessi e Non solo i fatti storici, resta solo di operare la distinzione tra noi stessi e gli altri: per questo nuove destinazioni possibili della storia, sono indispensabili per generare ribellioni ancora più Uguali e forse necessariamente Contrarie. Ma va bene così.
Personalmente nel Brigantaggio io vi ritrovo SOLO il primo momento di un processo identitario, ancora estremamente incompleto, quello cioè che si è manifestato come lotta di un conflitto imploso o fatto implodere, poco conta. Per me è quello e basta. Fra coscienze in lotta - è vero - prevale quella che sa sfidare la morte, questo vale per i briganti, ma non per i loro eredi quelli cioè che ancora non hanno imparato a vincerla la paura della morte. I miti, le leggende, le storie di Briganti e Brigantesse hanno saputo adempiere, nell'immaginario romantico, all'idea sentimentale di giustizieri e castigatori, di coraggiosi e impavidi; verso cui la memoria ha scavato il solco più della Storia stessa: come ciò che si nega, e che riesce ad attrarre nella propria dinamica.
La vittoria sul negativo, quella ancora dobbiamo vederla. Siamo a distanza di secoli e continuiamo come meridionali, ad avere grossi problemi di identità col passato e la nostra storia, che fatica a diventare autocoscienza; anche a distanza di tempo non scavalchiamo quei solchi cercandone le tracce cioè le orme della storia nelle memorie.

L'altra coscienza, del BRIGANTAGGIO invece, ha avuto timore della morte, non ha vinto il momento della negazione, non ha raggiunto l'autocoscienza di sé ed ha miseramente fallito, divenendo serva dell'altra, quella asservita ai potenti, che si è di per sé "Insignorita" in ragione del TRADIMENTO.

Anche il dibattito per il riconoscimento del Brigantaggio, iniziato troppo tardi nel nostro paese, risulta come un timido impacciato passo verso il mancato processo Identitario ancora tutto da compiere. La Questione Meridionale invece è altro tema che ignobilmente si evita di affrontare. Ieri come oggi c'è un'Italia che "arranca" al cospetto dell'Europa, stridente contraddizione in termine di regionalismi atipici e municipalità peregrine, non solo per ragioni storiche, ma soprattutto per quelle geografiche climatiche, e talvolta anche qualche subalternità culturali. Le connotazioni differenziali tra latitudini geografiche appaiono radicali, lo erano ieri lo sono di più oggi: difficili condizioni dell'agricoltura, misure inefficaci di conservazione del suolo, disboscamenti funzionali all'Erosione del terreno a causa di piogge irregolari, piovosità disastrose, torrenti inutilizzabili, ecosistema ambientale compromesso e tanto troppo altro ancora, che ripropone gli spettri del passato e della nostra storia recente.

Le raffigurazioni storiche Brigantesche sono utilissime - ma allo stesso tempo - invocano cautela. Stereotipare un modello Brigantesco è un rischio maldestro, lo è oggi più di ieri. Così come voler smentire la cronicità del sottosviluppo delle aree del sud del nostro paese. Quel sud povero, prevalentemente Agricolo con redditi insufficienti e spese per investimenti migliorativi del tutto inefficaci - ieri come oggi - si consolida e non si perde nel risucchio dei vecchi moderni "manutengoli" che rafforzano la posizione di dominio sui gruppi (mafiosi), nella connivenza di questi ultimi con gli strumenti funzionali alle diverse necessità di avvalersi della violenza organizzata per incutere timore e/o rispetto: il brigante, in definitiva perde la sua specifica connotazione protestataria che avrebbe potuto storicamente adempiere, per svolgere, le funzioni del comune delinquente; il mito popolare che si rifrange e resta immerso in un vago, schematico simbolico, ove l'omertà si sconta con la persecuzione poliziesca e con la rovina economica; la colpa di non tradire, pur di tener fede agli obblighi dell'ospitalità, è simboleggiata efficacemente dalla "tavula cunzata".

Il Brigante è perciò un personaggio imperscrutabile, incomprensibile, alla luce delle sue «parità morali» combatte contro sé stesso ed i suoi compagni, il comportamento della Giustizia che vuole "pre¬miare" con una doviziosa taglia sul capobrigante è il premio al quale concorre il "malacarne". Il più turpe dei delitti di cui possa macchiarsi un uomo è invece trasformare la trasgressione della fiducia che in lui i suoi pari ripongono, negli altri suoi simili uomini "morti di fame" in scelta di convenienza, fissata sull'onore o la fede. I manutengoli sono i familiari e gli amici dei giovani renitenti divenuti banditi in circostanze di ribellismo sociale, successivamente la funzione del manutengolo è assolta nel quadro di traffici che saranno destinati ad assumere carattere vagamente mafioso. Nei processi istruiti tra gli anni 1867-71, con i banditi si trovano coinvolti, come complici, ricettatori e favoreggiatori, individui che sapranno fare "fruttuose mediazioni" della mafia o della influenza sulla malavita.

Del resto, chi deve subire la razzia degli animali è il piccolo borgese del latifondo o il colono delle zone a vigneto, il quale non dispone di stalle o guardianie atte a custodire il bestiame. Da qui il carattere socialmente discriminatorio dato, come violenza esercitata a danno sempre dei più poveri e indifesi.

Lo Sviluppo, per attecchire in un Paese, necessita di articolati processi IDENTITARI, ivi comprese tutte le azioni delle rappresentanze politiche, che ancora i meridionali aspettano di veder finalmente COMPIUTI.

Alle latitudini meridionali ciò che ha devastato, più di altro sono sempre state le classi dirigenti: oscurantiste e tradizionaliste; che all'occorrenza hanno sempre saputo a quale "santo votarsi" per spirito di conservazione.
<< Morte ai Galantuomini>> usurpatori di Terre gridava don Vincenzo Padula, in una regione dove si preferiva tenere i sudditi a freno con la scarsa scolarità, ignoranza, povertà, bisogno, oltre a non far troppo circolare le idee attraverso i binari delle ferrovie o sulle pagine delle stampa.

Intanto l'esistenza di (presunte) ricchezze e prosperità economiche del mezzogiorno non si capisce dove siano state rispedite; hanno abbagliato e continuano a farlo attraverso gli illusionismi di interpretazioni bislacche. L'opposizione armata all'Unità nazionale fu il deterrente più controverso della resistenza antiunitaria delle popolazioni meridionali, che presentò contorni più vasti e profondi, che meriterebbero ancora tutti di essere dibattuti. Magari però avendo cura dell'ordine storico e della cronologia come metodo.

Mi chiedo solo - e continuerò a ricercarlo ancora a lungo - Qual'è stata dunque l'occasione smarrita del nostro sud? Forse quella di NON comprendere sé Stesso e la cecità dei propri governi feudali? Aver fatto e per molti, troppi veri continuare a svolgere, scelte di campo suicide ed assassine? Forse.
Continuo perciò a rimuginare che: Lo Statuto promulgato da Carlo Alberto nel 1848, che prima di allora, era un ordinamento giuridico retrivo, meriterebbe in alcuni punti di essere evocato giustamente a sostegno della inettitudine brigantesca.

Art. 3 – Il potere legislativo sarà collettivamente esercitato dal Re e da due Camere»; per l’epoca credo essere stato come un colpo di fucile a teatro - l’articolo 24 del medesimo: «Tutti gli abitanti, qualunque sia il loro titolo o grado, sono uguali davanti alla Legge»; l'altra metà di quel cielo, offuscato e buio, in cui molti ravvedono solo danni e congiure.

All’epoca, senza colpo ferire, i piemontesi codini e retrivi sopravanzarono con un balzo in avanti. Lo fecero poco e male ma non possiamo essere dimentichi che nello stesso anno, a Napoli, il tentativo di ricevere da Ferdinando II una carta costituzionale, era sfociato in un bagno di sangue: Efferatissimo eccidio che è stato descritto magistralmente dal "narratore di razza" della Napoletanità: Salvatore Di Giacomo.

E se fosse tutto nato proprio da quel "maledetto" 1848? Il nostro treno mancato, la nostra occasione smarrita, il nostro bisogno di emanciparsi e credere come possibile la pacificazione del valore dell'unità dello Stato Nazione, senza clamori e sensazionalismi che taluni vorrebbero nobilitare a fonti di un male oscuro e reversibile della calabresitudine.

Fa differenza, per l’entità chiamata Sviluppo, attecchire in un Paese in cui la società civile ha una rappresentanza politica, una classe dirigente illuminata ed illuminante dove diventa possibile, la stampa e la circolazione di idee con una (relativa) libertà di dibattere le priorità e necessità del Paese.
Povera quella Nazione invece dove si preferisce tenere i sudditi a freno con la scarsa scolarità, e l'ignoranza, il tradizionalismo bigotto e asfissiante che non gradisce far troppo circolare le idee attraverso i binari delle ferrovie o sulle pagine delle libera stampa. Ma per favore restiamo seri: siamo uomini e donne prima che Briganti e Brigantesse.

Angela Maria Spina


Autore
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