Cani di razza, i registi Antonaroli e Nicoletta: "cinema e disabilità tra il comico ed il cinico"

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Cani di razza, intervista a Riccardo Antonaroli e Matteo Nicoletta. Per una volta, più c...

Cani di razza, intervista a Riccardo Antonaroli e Matteo Nicoletta. Per una volta, più che la sinossi è la tag-line a dire tutto: “Il corto è una guerra… non ci sono regole”. Con questo spirito, Cani di razza di Riccardo Antonaroli e Matteo Nicoletta non solo racconta la storia di due registi che cercano di vincere il Nastro d’Oro con una storia smaccatamente compassionevole, scegliendo un disabile come protagonista e pseudo-regista, ma nella realtà loro stessi vincono il Nastro d’Argento nella sezione “Commedia”, oltre a far incetta di premi e menzioni in vari festival. Un progetto sincero, che viene da lontano ma sa anche prendersi in giro, come capita tra l'altro a Giorgio Colangeli nei panni d’un sé stesso come cacciatore di ruoli e partecipazioni. Ne abbiamo parlato con i due registi.

ANTONIO MAIORINO: guardando Cani di razza, si ha la sensazione che chi l’abbia scritto e diretto racconti qualcosa che appartenga al proprio vissuto, qualcosa che faccia parte della professione, del settore cinema. Anche scottando sulla pelle. In che misura il corto è autobiografico?

RICCARDO ANTONAROLI: c’è un po’ di autobiografico. Prima di questo avevamo fatto una commedia, Tinder Sorpresa, e girando per molti festival in Italia ci eravamo sempre trovati con una buonissima critica degli organizzatori ma ci scontravamo con corti molto impegnati con tematiche molto tristi e complicate e non riuscivamo mai a vincere l’agognato premio. Questo è stato il nostro inizio, ma non come “rosicata”: in maniera divertita abbiamo pensato di scrivere un corto su una storia come la nostra.

MATTEO NICOLETTA: la lampadina si è accesa mentre eravamo ad un festival e guardavamo dei corti. Sembrava che alcuni fossero fatti a tavolino per vincere: il tema drammatico affrontato nel modo più drammatico possibile. Anche noi affrontiamo il tema della disabilità, ma non in maniera melensa e compassionevole, bensì cinica. Prendiamo esempio dai maestri della commedia all’italiana, ci siamo sempre chiesti perché si sia smesso di utilizzare quel cinismo che serviva per raccontare quello che siamo veramente. Abbiamo ripreso le redini di quel gioco che ci piaceva e con questo corto stiamo avendo ragione, perché lo stiamo facendo col cuore, nel modo che meglio ci appartiene.

A.M: se il cinismo è di casa nella commedia all’italiana, perché siamo diventati così politically correct?

M.N: perché ad un certo punto abbiamo smesso di ispirarci a noi stessi, di andare in giro per strada e raccontare le nostre storie, la nostra realtà, le nostre dinamiche. Abbiamo cominciato ad omologarci alle dinamiche d’oltreoceano: quando racconti un Paese devi essere coerente alle sue dinamiche, invece noi ci siamo allineati alla commedia americana e questo ci ha fatto perdere la nostra identità.

A.M: a proposito di onestà, in che modo avete raccontato l’esperienza della disabilità?

R.A: ci siamo documentati molto anche durante la fase di scrittura per capire quale fosse il modo più corretto e realistico di raccontare la disabilità. Ci siamo confrontati con logopedisti ed esperti del settore per non sfociare nella classica presa in giro.

M.N: con un tema del genere sei sempre sul filo, non devi cadere nella macchietta né nel patetico. Alla fine comunque basta raccontarlo senza giudicare, prediligere l’importanza dell’essere umano nella sua completezza. Così diventi sincero. Anche in fase di scrittura abbiamo pensato a Corradino prima di tutto come una persona: è così che lui agisce, con tutte le sfaccettature, comprese presunzione e stronzaggine. Sono gli altri, che non stanno in questo mondo, a vedere una diversità.

A.M: in passato Matteo ha dichiarato che bisogna sempre volere bene ad una storia e mantenere il coraggio di cambiare idea se serve. Rispetto alle prime stesure della sceneggiatura, avete mai cambiato strada?

M.N: abbiamo ritrattato – più che cambiato – le nostre idee, fino all’ultimo: essendo un tema così particolare e volendo più bene alla storia che ai singoli personaggi, ci siamo chiesti sempre se funzionasse, senza affezionarci troppo. I personaggi all’inizio erano quattro e non tre, l’attore che doveva interpretare Corradino non ero io. Ci abbiamo messo un anno per scrivere la sceneggiatura, perché devi anche provarla con gli attori.

R.A: abbiamo visto che tante cose che su carta ci piacevano, nella pratica non funzionavano.

M.N: cerchi di trovare un giusto equilibrio e poi ti butti: così è.

A.M: e l’idea del film nel film, ossia del cortometraggio con Corradino che poi concorre per la vittoria, era già in programma?

R.A: c’è sempre stata, ma anch’essa in fase di ripresa è cambiata. Abbiamo aggiunto delle cose, come la scena di Colangeli in bicicletta insieme a Corradino. L’abbiamo messo in stile Don Matteo. Il film nel film dunque c’era, ma quando siamo arrivati in location ci sono venute altre idee.

A.M: altro ingrediente essenziale di Cani di razza è il ritmo. Qual è il segreto di questo ritmo ed in che misura sarebbe sperimentabile anche nel formato del lungometraggio?

M.N: è il complimento più bello che riceviamo ogni volta e stiamo cominciando a crederci. È dettato dalla sceneggiatura ma anche dai tempi comici, che mi viene da dire che non possano essere imparati in una scuola. Ci sono delle dinamiche che se ben costruite danno un grande contributo, certo. Ma non basta: serve anche un montatore che abbia questo nel sangue. Se fai un piano sequenza o un’inquadratura lunga al posto sbagliato, puoi distruggere o compromettere il ritmo comico.

R.A: nell’economia di un corto che ha tempi brevi, per raccontare una storia come questa che aveva una struttura da film, dovevamo stare attenti ai paletti del tempo: stare nei 15 minuti e non nei 30, con una sceneggiatura regolata al millesimo e senza battute da tagliare durante le riprese. Dopo un anno a leggere la sceneggiatura, tutto era controllato ed indispensabile.

A.M: nella V edizione della Città Incantata Film Festival, dove il film ha da poco vinto, alcuni giurati osservavano che Cani di razza possiede la struttura di un film auto concluso, laddove molti corti contemporanei sembrano essere concepiti come “inizi di lungometraggio”. Ma c’è davvero una ricetta privilegiata per girare un corto?

M.N: dipende molto da chi scrive. Noi scriviamo in maniera circolare, nel senso che si parte da un punto, si fa un giro e si arriva ad un altro punto. Siamo legati alla struttura, alla storia: non alle suggestioni. Ciò non vuol dire che il nostro cocktail sia quello vincente. È una cosa molto soggettiva. Nel fare questo, siamo avvantaggiati quando vogliamo passare al lungometraggio, soprattutto nella commedia di cinismo. Essendo abituati a raccontare le storie in questa maniera, ci orientiamo verso questa struttura narrativa.

R.A: infatti, se si tratta di una commedia questa circolarità è fondamentale rispetto ad un corto drammatico che può anche raccontare solo dei momenti avvalendosi di suggestioni disparate.

A.M: l'autoironia di Colangeli, la collaborazione della Kahuna Film: in che modo questi fattori s'inseriscono nel vostro lavoro di squadra e nella scrittura del cortometraggio?

M.N: la struttura del corto era già scritta. Poi succede che vado a due festival e vedo due corti di Colangeli diversi in cui lui interpreta lo stesso personaggio entro la stessa storia. Chiamo Riccardo e gli dico: dobbiamo inserire Colangeli che ci viene a chiede una parte nel corto, ed uno di noi che gli chieda “ma l’altro anno hai fatto due corti uguali... ma perché?”. Bisogna avere coraggio, tanto al massimo ci poteva dire di no. L’ho incontrato e gli ho speigato tutto. Lui è stato molto intelligente perché ha deciso di leggere la sceneggiatura, poi ha chiesto di avere una ruolo da ago della bilancia per i finanziamenti. Nella prima stesura lui entrava e noi lo cacciavamo in malo modo. Invece abbiamo accolto la sua idea e lui si è prestato in tutto e per tutto. Oltre ad essere un professionista, per giunta auto-ironico, è una persona che ha saputo cogliere la nostra decisione e determinazione nel raccontare una storia. Quando vedono che sei indeciso, si fanno un’auto-regia, invece lui si è prestato, si è fatto decidere.

R.A: e si è divertito tantissimo, questo si vede! Quanto a Kahuna, sono ragazzi non solo giovani, ma anche molto bravi. Hanno scommesso insieme a noi su questa idea un po’ folle ed hanno partecipato attivamente sotto il profilo artistico, parlando sempre per il bene del corto e mai per loro vantaggi produttivi. Questo non è tanto comune, a volte i produttori cercano di portare certe situazioni dalla loro parte. Volevano bene al progetto tanto quanto noi.

A.M: negli ultimi mesi i Manetti Bros hanno vinto i David; Fontana & Stasi (da noi intervistati) hanno realizzato Metti la nonna in freezer, in tema di commedie ciniche; i fratelli D’Innocenzo vanno a Berlino ed escono in sala con La terra dell’abbastanza. Sembra avanzare il trend delle regie in tandem: e voi, continuerete su questa strada?

R.A: coming soon… è da capire! Vediamo come si sviluppano le cose! Rispetto a tante regie in tandem non ci siamo scannati, la cosa importante della regia doppia è arrivare sul set con le idee veramente chiare senza lasciare nulla al caso.

M.N: avendo anche interpretato il corto, non potevo girarlo da solo. D’altronde quattro occhi lavorano meglio di due, purché ci si sappia ascoltare e si sappia bilanciare tutto. Se va così, si riesce a raccontare una storia anche meglio, in maniera più autentica ed incisiva.

(in alto: dettaglio d'immagine da Cani di razza; all'interno, i due registi sul set, fonte: Kahuna Film)
 
Antonio Maiorino

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