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C'e' posto per fede e preghiera in una societa' tecnicizzata?

Calabria

22 GIUGNO  2015 - Non dovete sorprendervi se inizio questa mia riflessione contestando il titolo che io stesso ho proposto per il nostro consueto appuntamento del lunedì. L’ho scelto per mutuare chiaramente un interrogativo che spesso sento affiorare nei dibattiti quotidiani o nelle semplici chiacchierate tra un caffè e l’altro. È la domanda in se stessa che a mio avviso è sbagliata e fuori contesto, fino al punto di offendere la struttura dell’uomo nella sua vera essenza. C’è infatti da evidenziare che la preghiera e la fede non sono due componenti esterne all’uomo che possono da lui essere scelte a piacere. Esse sono parte integrante dell’impasto di cui è formato l’essere umano, anche se ignorate. Sono natura nella sua natura. Sono luci soprannaturali che illuminano e purificano la realtà quotidiana in cui viviamo.  [MORE]

Nonostante questa verità oggettiva è possibile imbattersi in chi rida di tutto questo o chi non voglia sentirne parlare o chi ancora pensi che si tratti di debolezza individuale. Una sorte di valvola di sfogo o di “luogo attrezzato” in cui fuggire dalle proprie sconfitte. Sullo sfondo una società che rischia di essere sempre di più insoddisfatta e inquieta. C’è gente che si vergogna di manifestare la propria fede o la necessità di rivolgere una preghiera al cielo, reprimendo di fatto una parte essenziale del proprio modo di essere. 

Siamo spesso convinti che il progresso scientifico, necessario all’uomo per il suo cammino verso il nuovo, non possa convivere con la dimensione spirituale dell’umanità. Una persuasione inquinata che ridimensiona di fatto la portata straordinaria che Dio ha assegnato alla storia degli uomini.  

Annullare il valore trascendentale della fede e della preghiera nell’oggi, significa rafforzare quei nuovi convincimenti sociali che vogliono l’uomo titolare di una verità soggettiva da modificare, rispetto alle proprie esigenze di potere personale o di gruppo. Avere fede significa per un vero credente considerarsi creta nelle mani di Dio, per essere da Lui lavorata, modellata, formata, presa, portata, trasportata, spostata, collocata, ricollocata. Pregare vuol dire che ogni cosa che si vuole va chiesta al Signore, annullandosi alla sua volontà. Tutto questo ci fa capire, nonostante il chiaro rifiuto dei nostri tempi, che ci sono due verità, uomo e Dio, sempre in relazione, pena la falsificazione della storia. La verità di Dio è quella di essere Lui il Creatore a cui il visibile o l’inviabile obbedisce.

La verità dell’uomo, che si vuole ormai modificare, è nella sua certezza di esser figlio non della “scimmia”, ma del Padre, camminando nella Parola che il vangelo ha offerto per la salvezza ad ogni persona, di qualsiasi colore, razza, censo, ruolo sociale. L’uomo rischia di perdere la sua verità se non vive con consapevolezza la Parola del nostro Signore. La stessa preghiera, senza una fede viva, sarebbe espressione di falsità, come falso e il Dio a cui essa verrebbe indirizzata. Verità e falsità fanno da ostacolo ad ogni forma di comunione. La fede e la preghiera non possono tuttavia essere considerate elementi di rottura, in una società altamente tecnicizzata e protesa alla scoperta dei mille misteri che ancora l’avvolgono. Tutt’altro! Se lo si vuole sapranno essere sicure compagne di viaggio per non farci sconfinare oltre i valori cristiani e i principi etici, che hanno ridato dignità alla condizione umana e di cui la società, pur nel suo sviluppo tecnologico, non può farne assolutamente a meno.

Egidio Chiarella

http://www.egidiochiarella.it

egidiochiarella@gmail.com