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CONFLITTI. Guerra e disagio sociale tra Otto e Novecento

Redazione
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Articolo segnalato da: Stefano De Angelis
CONFLITTI. Guerra e disagio sociale tra Otto e Novecento
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Tempo di lettura: ~4 min

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La nuova mostra che animerà lo Spazio Heart di Vimercate dal 10 maggio al 21 giugno, curata da Simona Bartolena in collaborazione con Enrico Sesana, riunisce le opere di trentatré artisti in un racconto corale, teso e necessario.

Sottolinea Simona Bartolena nel suo testo in catalogo: “Questa non è una mostra nata per raccontare un momento storico. È una mostra che consapevolmente indaga una condizione perenne dell’umanità che non sa fare a meno della guerra. Non una mostra sulla guerra, piuttosto una mostra sul concetto di conflitto, termine che ha diverse sfumature, non tutte negative.”

L’arte nasce dal tempo che la genera e, come una membrana sensibile, ne registra le ferite. Da sempre si misura con la violenza e con il conflitto, opponendo alla sopraffazione una resistenza silenziosa ma ostinata. Combatte la sua guerra— minuta e immensa, privata e pubblica allo stesso tempo — contro ogni forma di privazione, contro l’abuso, contro l’ingiustizia. E se è vero, come scriveva Camus, che l’arte contesta il reale senza sottrarvisi, allora essa diventa spazio di urgenza: luogo in cui il pensiero prende forma, il disagio si manifesta, e ciò che è invisibile trova finalmente voce.

Il percorso espositivo proposto nella mostra “Conflitti” attraversa Otto e Novecento, accostando maestri che, con linguaggi diversi, hanno interrogato la brutalità della storia. Non vi è compiacimento, né retorica: ogni opera incide, smaschera, restituisce il volto disumano del conflitto — qualunque conflitto — e l’assurdità della violenza che lo alimenta.

All’origine di questo sguardo collettivo troviamo Francisco Goya. Con la serie Disastri della guerra il pittore e incisore spagnolo infrange la tradizione celebrativa e sottrae il conflitto all’epica, per mostrarne l’orrore nudo. L’arte si libera così dalla retorica del potere e diventa denuncia. Le tre acqueforti in mostra aprono la via a una costellazione di opere ottocentesche che ne raccolgono l’eredità: Un paysage en 1870 di Honoré Daumier, La barricade di Edouard Manet, Une rue de Paris en Mai ’71 di Maximilien Luce, La queue pour la viande de rats di Cham e La Guerre di Henri Rousseau offrono cinque visioni differenti a ugualmente intense dei venti di guerra che stravolsero Parigi negli anni dello scontro franco-prussiano e della conseguente vicenda della Comune. Ciascuno con una propria intensità, ma tutti attraversati dalla stessa tensione.

Da qui il percorso si dispiega in una trama fitta di presenze: Barlach, Beckmann, Kirchner, Dix, Picasso, Miró, Manzù, Music, Vedova, Cavaliere. Nomi celebri e voci meno note si alternano in una sequenza che è insieme storica ed emotiva, costruendo un atlante del dolore e della resistenza.

A unire queste opere sono il tema e la materia: tutte sono stampe. Acquaforti, litografie, puntasecche, silografie — tecniche che diventano linguaggi, strumenti di precisione e libertà. Nella ripetibilità del segno e nella sua incisività, gli artisti trovano un mezzo diretto per esprimere il proprio impegno, sottraendosi ai vincoli della rappresentazione ufficiale.

Orari di apertura: da giovedì a domenica 16-19. Ingresso libero

Inaugurazione mostra: domenica 10 maggio dalle ore 18.30

 

 

 

La mostra si offre così su due piani: da un lato, quello iconografico, che invita a rileggere la storia europea — passata e presente — attraverso le sue fratture; dall’altro, quello tecnico, che rivela la potenza espressiva della grafica d’arte come campo di sperimentazione e presa di posizione.

Le opere, provenienti da una collezione privata, sono tutte stampe originali, spesso rare. Alcune sono icone riconosciute — Sueño y mentira de Franco di Picasso, Aidez l’Espagne di Miró, Noi non siamo gli ultimi di Music — altre attendono uno sguardo nuovo, come la drammatica Morfinomane di Grasset o El fusilado di Mendez.

Un’esposizione che parla al presente, ma non si esaurisce nell’urgenza dell’oggi. Piuttosto, scava oltre il tempo, cercando ciò che resta costante: la persistenza della guerra, la sua inaccettabile normalità. Perché la guerra non è mai finita. E perché, in fondo, non esiste guerra giusta.

 


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