Beatles e San Francesco a parte, non v’è fenomeno umano che la Storia non abbia già visto accadere. Tutto è già stato. E tutto si ripete con strumenti, personaggi e dinamiche differenti. Mutano gli uomini, i tempi e gli strumenti, ma tutto è un insieme di “corsi e ricorsi storici”, mutuando l’insegnamento che fu di Vico.
Detto ciò, se circa novant’anni fa, poco dopo la seconda grande Rivoluzione industriale, l’immenso genio di Chaplin concepiva “Tempi moderni”, denunciando così – sia in chiava comica che drammatica – le storture del nuovo mondo meccanizzato che disanimava l’Umanità, oggi servirebbe una pellicola del medesimo spessore che denunci la disumanizzazione cui ci conduce l’intelligenza artificiale. A dire il vero di film con tale contenuto ce ne sono già, ma non ancora con quell’impatto profondo e globale che ebbe la pellicola di Chaplin.
Nel mezzo, c’è una speranza. Una speranza che l’intelligenza artificiale non sostituisca l’Uomo ma gli renda la vita migliore. Non un mutamento antropologico, insomma, ma un miglioramento delle condizioni di vita dell’Essere umano.
In questa terra di mezzo si colloca un saggio bellissimo, scritto dall’ostunese Gianluca Zurlo, uno degli amici di maggiore sensibilità circa la conoscenza dell’arte e della storia dell’arte, dal titolo “Il palloncino rosso e l’algoritmo. Arte, intelligenza artificiale e altre stranezze umane”, con la prefazione del giornalista Angelo Sconosciuto, pubblicato come Independently published il 9 maggio 2026 e disponibile su Amazon sia in formato eBook che in edizione cartacea.
La mia attenzione di lettore si è soffermata ben presto su questa riflessione dell’autore: “Il dibattito su autenticità e valore si intensificherà perché quando l’arte generata da IA è indistinguibile da quella umana come valutiamo quanto pesa il processo creativo rispetto al risultato finale? Queste domande diventeranno più urgenti e non meno, e forse ci costringeranno a guardare più in profondità a cosa davvero cerchiamo nell’arte, se solo il prodotto finito o il segno di una presenza, di un io che si è messo in gioco, che ha sudato, sbagliato, ricominciato, che testimonia attraverso l’opera un rapporto personale con la realtà e non solo l’esecuzione perfetta di un compito” (tratto dal capitolo 17, “Il futuro che ci aspetta (con qualche speranza e molto pragmatismo”).
La preoccupazione di Zurlo è condivisibile, ma, a mio parere, trattasi della medesima domanda che si ponevano le generazioni precedenti alla nostra nel corso della industrializzazione e poi della informatizzazione. Potranno le macchine di fabbrica sostituire l’Uomo? Potranno i computer sostituire i lavoratori? Quante volte, tra i banchi di scuola, abbiamo anche noi ascoltato queste domande? Bene. Sia le macchine che i computer sono certamente entrati a gamba tesa – e in modo preponderante - nel ciclo produttivo, delle professioni, della scuola e della vita quotidiana, ma l’Uomo non lo hanno sostituito.
Lo stesso accadrà con l’IA. Esattamente come accade con Google da circa una quindicina d'anni. Si va meno dal medico o dall’avvocato perché tanto c'è Google che dice cosa fare. Poi però Google non ti può diagnosticare un bel nulla né può indossare la toga in Tribunale, dove non più la sola tecnica recita un ruolo fondamentale ma l’Umanità. Ed oggi, che l’IA risponde praticamente su ogni cosa, nelle fessure della verità e della cultura più profonda l’Essere umano è e resterà insostituibile. L’Umanità – e quindi soprattutto anche l’Arte, che dell’Umanità ne è l’espressione più nobile - non è fatta dei soli colori dell’arcobaleno. Esistono molteplici sfumature, talvolta impercettibili, che l’IA non troverà mai. E sapete perché? Perché l’IA mette insieme tutte le informazioni che trova sul web. Ma la vita non è solo web. La vita è anima, è vissuto quotidiano, è esperienza non pubblicata su internet.
E in questa direzione va il saggio di Gianluca Zurlo, che concentra la sua analisi in merito al rapporto tra IA ed arte. Significativo quando Gianluca scrive: “l’arte non è solo il risultato ma è il processo …. […]. Non basta consumare le immagini scrollando velocemente tra un post e l’altro, serve fermarsi, guardare davvero, lasciare che l’opera lavori su di te, e per questo servono tempo, silenzio, quella disponibilità a essere cambiati che è esattamente il contrario della fretta algoritmica” (Epilogo, “Arte, algoritmi e altre stranezze umane”).
Se volete sapere dunque che rapporto vi sarà tra qualche anno tra arte e intelligenza artificiale, il libro di Zurlo è la lettura che fa per voi.
Giuseppe Palma