Cultura e Spettacolo

De Gregori torna a stupire, lontano da orecchie indiscrete

VASANELLO (VT), 9.5.2011 - Francesco De Gregori sceglie Vasanello, un delizioso paesino in provincia di Viterbo, quasi in cima ad una piccola collinetta per tornare a cantare da solo, orfano (per fortuna?) di Lucio Dalla con cui ha condiviso il palco degli ultimi 150 concerti.
Piazza della Repubblica, sabato scorso, è stata il palcoscenico ideale per uno spettacolo davvero inusuale che avrà di sicuro lasciato interdetti tutti coloro i quali si aspettavano – una dopo l'altra – Rimmel, Pablo, La leva calcistica della classe '68, Pezzi di vetro, Il bandito e il campione.[MORE]
Invece, con le sole eccezioni di Niente da capire (il primo brano) e – en passant – Titanic, Alice e Generale, dopo tanto tempo il Principe ha proposto una succulenta scaletta per palati fini o, se vogliamo, per viaggiatori disposti a raggiungerlo dalla Sicilia, dalla Lombardia e dalla Puglia per rivederlo finalmente da solo con la sua collaudatissima banda, impreziosita dal violino solista di Elena Cirillo.
Davvero tantissime novità, moltissime sorprese e una sezione acustica di tutto rispetto.
La mezzaluna che illumina la piazza canta assieme al milione di stelle di Niente da capire, evergreen d'apertura, seguita dalle parole di De Gregori “Grazie amici, non avrei mai pensato – quando ho scritto questa canzone – di ritrovarmi dopo 60 anni ancora qui a suonarla per voi”.
Sembra il preludio ad una sequenza infinita di classici senza tempo, ed invece seguono i due blues di Numeri da scaricare e Finestre rotte, con chitarre bassi e batteria in gran spolvero.
Ad interrompere il ritmo ci pensa un diamante segreto, nascosto tra le rive della Senna: Gambadilegno a Parigi è suonata divinamente e Francesco la interpreta dando senso e peso a strofe come “dottoressa chiamata Aprile, che conosci l'Inferno, portami via da questo inverno portami via da qua”. Comincia a farsi largo l'immensa classe di Lucio Bardi, autentico pittore della chitarra acustica, qui accarezzata come fosse un lieve mandolino.
Inizia quindi un rapido susseguirsi di delizie per intenditori: tra tutte la surreale In onda, poi ancora Il vestito del violinista, Il panorama di Betlemme (queste ultime due dall'album Pezzi del 2005) e la profetica Bambini venite parvulos (“legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di mastro Lindo ad organizzare la fila”) a fare il paio con Tempo Reale (“paese di navi treni banche che esplodono in cerca d'autore).
Su tutte svettano, per intensità e pathos, I Matti e Cardiologia: una, impreziosita dal banjo e l'altra offerta in acustico (pianoforte e voce).
Interessantissimo il secondo momento “essential”: Sempre e per sempre assieme a La storia. I musicisti raccolti in cerchio, con De Gregori al piano assieme al volino, alla fisarmonica, al contrabbasso e alle chitarre. Davvero emozioni a mille e nuovi – sempre nuovi – arrangiamenti, una costante per chi ascolta da sempre i live del Principe dei cantautori.
Come detto, lo spazio per i classici si limita a Titanic (con inedito intermezzo strumentale, azzeccatissimo), Alice suonata a valzer (sempre meravigliosa) e La donna cannone con Generale che fanno parte dei bis assieme a Battere e levare, addirittura con due violini.
Ancora, da segnalare, una springsteniana Compagni di viaggio ed una dylaniana Come il giorno (cover di I shall be released) oltre alla bellissima Sotto le stelle del Messico a trapanàr, vero tripudio di batteria e violino.
Inarrivabili, a giudizio di chi scrive, la struggente Festival e l'apoteosi della poesia, ovvero quella Atlantide che – messa lì quasi a fine serata – ti lascia sospeso. Con un cappello pieno di ricordi e la faccia di chi non ha capito.


Francesco Corallo