Ex Unilever Pozzilli: milioni pubblici, anni di cassa integrazione e lavoratori lasciati nel limbo

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Quella dell’ex Unilever di Pozzilli non è più soltanto una crisi industriale. È diventata la fotografia perfetta di come, in Italia, possano consumarsi anni di immobilismo dietro tavoli tecnici, promesse politiche e comunicati rassicuranti, mentre decine di famiglie restano appese a una cassa integrazione infinita.

Dal 2021 i lavoratori vivono in uno stato di sospensione permanente. Prima le promesse di rilancio, poi la joint venture, quindi i tavoli ministeriali e, infine, le “determinazioni” di Invitalia. Intanto il tempo passava e il sito produttivo rimaneva fermo.

I numeri di una vertenza infinita

I dati raccontano meglio di qualsiasi slogan il fallimento della gestione della crisi. Oggi i lavoratori coinvolti sono circa 58-62, a seconda delle fasi degli accordi firmati negli ultimi anni. Nel gennaio 2024 il Ministero del Lavoro ha autorizzato altri 12 mesi di Cassa Integrazione Straordinaria per 62 dipendenti: 52 operai, 9 impiegati e 1 dirigente.

Per sostenere l’ennesima proroga sono stati stanziati quasi un milione di euro pubblici: precisamente 967.359 euro. Poi è arrivata un’ulteriore proroga, fino a giugno 2026, con integrazioni salariali al 70% e la promessa che il progetto industriale sarebbe finalmente partito.

Nel frattempo il piano di riconversione legato alla joint venture tra P2P e Seri Industrial è stato presentato come la grande svolta: un progetto da 109 milioni di euro, tra fondi pubblici e investimenti industriali, destinato alla trasformazione dello stabilimento per il recupero e il riciclo delle plastiche post-consumo.

Ma la domanda che molti lavoratori continuano a porsi è semplice: quanti anni devono ancora passare prima che quei numeri si trasformino in posti di lavoro reali?

Invitalia: burocrazia, attese e nessuna certezza

Invitalia viene continuamente indicata come il soggetto decisivo per il futuro dello stabilimento. Eppure, proprio attorno alle sue decisioni si è costruito un clima di attesa estenuante. Ogni passaggio sembra dipendere da una delibera, un’autorizzazione, una valutazione tecnica. Intanto, però, i lavoratori restano senza una prospettiva concreta. Le famiglie non vivono di “iter procedurali”, ma di stipendi. La sensazione diffusa è che la politica industriale si sia ridotta a un gigantesco esercizio amministrativo: si finanziano percorsi, si annunciano riconversioni, si pubblicano bandi, ma la produzione non riparte mai davvero.

L’ultimo atto di Invitalia, datato 21 gennaio 2026, aveva riacceso le speranze, dettando però condizioni ferree. Nel rimodulare le somme, infatti, venivano imposte alla Packaging to Polymer s.r.l. disposizioni ottemperative chiare, inequivocabili e previste a pena di decadenza. Entro 120 giorni dalla ricezione della determina — quindi dal 21 gennaio 2026 — doveva essere trasmessa a Invitalia, tramite piattaforma dedicata, la seguente documentazione:

  • DSAN per la comunicazione dei titolari effettivi;
  • DSAN di invarianza dell’assetto societario e gestionale rispetto a quanto già indicato con i precedenti modelli antimafia A e B e modelli B1 dei familiari conviventi;
  • DSAN del casellario giudiziale dei componenti degli organi di governance e dei titolari effettivi;
  • documentazione attestante l’avvenuta regolarizzazione delle posizioni debitorie da parte delle società del Gruppo Seri (Fib S.p.A. e Menarini S.p.A.) inerenti ai finanziamenti agevolati concessi dall’Agenzia;
  • verbale del Consiglio di Amministrazione riguardante il conferimento dei poteri di sottoscrizione della Determina;
  • per ciascuno dei soci Unilever Ventures Holdings B.V. e Seri Plast S.p.A., verbale di assemblea attestante l’impegno a effettuare, per cassa e pro quota, un apporto di risorse finanziarie non inferiore a 27.352.154 euro, di cui almeno 9 milioni nella forma tecnica di aumento di capitale sociale, mentre la restante parte anche sotto forma di versamenti in conto futuro aumento di capitale. Doveva inoltre essere dimostrato il versamento di almeno il 25% della somma all’atto della sottoscrizione, mentre la quota residua sarebbe stata corrisposta in misura proporzionale ai SAL via via rendicontati.

Ad oggi, a termine scaduto, non è arrivata alcuna risposta ufficiale, se non una nota dell’assessore regionale competente che rassicura con un: “Tutto a posto. La Se.Ri. Plast ha aumentato il capitale per le due quote richieste. Il 27 maggio 2026 ci sarà la conclamazione della determina e quindi l’avvio definitivo della riconversione”.

Nel frattempo, il recente percorso di “ricollocazione collettiva” previsto dal programma GOL coinvolge appena 58 lavoratori: praticamente gli stessi dipendenti che da anni attendono una soluzione definitiva.

La domanda che resta aperta

A questo punto la domanda sorge spontanea:

-Se Invitalia ha imposto condizioni precise, inequivocabili e improrogabili, come si può restare sereni quando una delle condizioni fondamentali — prendendo per valida l’affermazione mai documentata ufficialmente dalla proponente — sembra essere stata soddisfatta solo da uno dei due soggetti coinvolti, seppure “per due quote”, venendo così meno alla richiesta di un’azione solidale tra i soci?-

Un maggiore livello di trasparenza, probabilmente, avrebbe evitato dubbi tanto sulla politica quanto sul sindacato.

Il sindacato: troppa mediazione, poca battaglia

In questa storia c’è anche un altro grande convitato di pietra: il sindacato.

Per anni ai lavoratori è stato ripetuto che bisognava “mantenere la calma”, “salvare il tavolo”, “non compromettere le trattative”. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: quattro anni di cassa integrazione e ancora nessuna vera ripartenza produttiva. Le organizzazioni sindacali rivendicano di aver difeso gli ammortizzatori sociali e ottenuto proroghe economiche. Ma un sindacato non dovrebbe limitarsi a gestire la sopravvivenza: dovrebbe imporre tempi certi, pretendere trasparenza, alzare il livello dello scontro quando il territorio viene svuotato pezzo dopo pezzo. Invece la vertenza ex Unilever ha spesso dato l’impressione di una gestione attendista, quasi notarile: firme, incontri, verbali, proroghe. Tutto mentre i lavoratori scivolavano lentamente fuori dal ciclo produttivo.

Pozzilli come simbolo del Sud dimenticato

L’ex Unilever di Pozzilli è ormai il simbolo di un Mezzogiorno industriale che sopravvive di promesse e ammortizzatori. Milioni annunciati, milioni stanziati, milioni deliberati. Ma il territorio continua a perdere lavoro, competenze e futuro. La verità è che nessun comunicato potrà cancellare un dato politico enorme: dal 2021 decine di lavoratori sono rimasti sospesi tra casse integrazioni, progetti da approvare e rilanci mai realmente partiti.

E mentre istituzioni, Invitalia e sindacati continuano a parlare di “prospettive”, chi ha lavorato per anni dentro quello stabilimento aspetta ancora una sola cosa: un posto di lavoro vero. Non l’ennesima proroga.

Maurizio Varriano

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Scritto da Redazione

Giornalista di InfoOggi

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