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Festival del Cinema dei Diritti Umani: dall'Ilva al fascismo, poi belle voci dalla Turchia

IL FESTIVAL DEL CINEMA DEI DIRITTI UMANI A NAPOLI FA ESORDIRE I PRIMI TITOLI IN CONCORSO. COLPISCE IL DOCUMENTARIO SULL'OCCUPAZIONE DI GEZI PARK IN TURCHIA, MA VOCE ANCHE ALLE VITTIME DELL'ILVA.

Dialogo in Tunisia, l'Ilva, il fascismo e le proteste in Turchia. Due corti e due documentari al Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli hanno inaugurato il 21 ottobre rispettivamente le sezioni Human Rights Short e Human Rights Doc e messo sul tavolo i primi temi di discussione: tutti interessanti, ma con alterna "fortuna dialettica"; ora più incisivamente, ora con meno savoir faire alla macchina da presa.

I CORTI - Al Palazzo dei Congressi della Mostra d'Oltremare - a proposito di diritti: lo spettatore reclamerebbe un'indicazione all'interno dello sconfinato complesso - si parte con il corto Précipice di Touijer Nadia (2013, 18'), sulle peripezie di Aid Touhami e Mongi, tra cui l'avventura più grande: incontrarsi. I due, che non si conoscono, ricevono una pecora che dovranno dividersi. Avranno modo di diventare amici e confrontare limiti e diversità. Non ci esprimeremo in merito, essendo - come tanti - arrivati in ritardo, dopo un'avventurosa ricerca dell'Auditorium Europa tra zone poco illuminate, cartelli latitanti - meglio: assenti - ed indicazioni fuorvianti. [MORE]

L'abbiamo visto bene, invece, Settanta di Pippo Mezzapesa (2013, 10'), che dell'Ilva non parla direttamente, ma di cui fa respirare le polveri. Nel Rione Tamburi di Taranto, Enzo "Baffone" ed il figlio organizzano una pesca ambulante. La fortuna ha l'aspetto di un carrellino coi premi, la sfortuna quella di una targa che lamenta l'impotenza di fronte ad un destino tradito. Un corto completamente dal basso, anche visivamente, con immagini come rubacchiate da amatori tra i palazzi. Vi si affacciano matrone e giovanotti per qualche blanda invettiva. Non un'inchiesta, e vista la durata, nemmeno un'autentica sortita per tastare il polso di chi soffre. Piuttosto, una sinistra allusione, forse troppo fugace per risultare efficace. 

I LUNGHI - Tocca poi al primo documentario lungo di giornata, Fascism INC. di Aris Chatzistefanou (2013, 74'), preceduto da un'intervista anglo-italo-napoletana col giovane regista greco, che nonostante le difficoltà di traduzione - l'organizzazione è appassionata, ma a tratti leggermente rustica - spiega chiaramente il senso della propria opera con una lapidaria affermazione: "il fascismo è l'altra faccia del capitalismo". E aggiunge di essere stato licenziato: effetto collaterale del giornalismo d'inchiesta. Con la dichiarata intenzione di ispirare i movimenti antifascisti d'Europa, Chatzisfetanou realizza un'opera a tesi, quella della sostanziale connivenza tra certi poteri economici e i movimenti autoritari. Lo fa partendo da Mussolini ed Hitler ed arrivando alla Grecia, con la crescita dell'estrema destra e l'immobilismo dell'Unione Europea. Senza entrare nel merito della ricostruzione storico-politica, dal punto di vista del montaggio vien da osservare la dubbia destrezza alla macchina da presa: per quanto il regista confessi di essere un giornalista piuttosto che un filmaker, alcune scelte pertengono semmai al gusto. Poco materiale d'archivio, molti ammiccamenti al linguaggio giovanile, un bislacco narratore che fa capolino all'inizio ed alla fine, una colonna sonora a tratti esuberante compongono uno scenario poco convincente e leggermente slegato per la denuncia.

Ha invece pienamente la pasta del documentario Çapulcu, Voices from Gezi (AA.VV., 2014, 60'), non a caso già reduce da diversi festival (menzionato a CinemAmbiente). "Saccheggiatore", vuol dire il titolo, ed è l'etichetta affibiata ingenerosamente ai protestanti nel quadro del movimento sorto in Turchia, nel maggio 2013, in opposizione alla decisione governativa di abbattere l'alberatura del parco pubblico Gezi per lasciar spazio alla ricostruzione della Caserma ottomana Taksim e ad un centro commerciale. La ricostruzione, a più voci, si avvale sia di testimonianze dei presenti - molto interessanti, perchè riguardano lo spirito del movimento e l'anima di Istanbul, oltre che i fatti - e di riprese video dei giorni più turbolenti. Con una studiata struttura per capitoli, il documentario s'incunea con ordine tra i disordini, evidenziando la genesi della protesta ma soprattutto l'intima struttura laboratoriale del movimento, con un occhio allo scontro mediatico ed a come la forma moderna della contrapposizione veda contrapposti i social media alle televisioni: talvolta confusionari ma generosi e preziosi i primi - pertanto temuti dal potere politico -, più inclini a trasmettere documentari sui pinguini le seconde. Il film più penetrante di giornata.

UN BILANCIO - La prima giornata di proiezioni mostra una dato comune sia nell'organizzazione che nel valore dei documentari: tanto lodevole impegno, una qualità non sempre eccelsa. Per dovere di cronaca, ad avviso di chi scrive esempi di aspetti migliorabili sarebbero la presenza di un supporto di interpreti all'altezza, indicazioni più chiare per chi deve raggiungere l'Auditorium, più illuminazione (ma questo non è strettamente colpa di chi gestisce l'evento) e possibilmente non chiudere frettolosamente dentro gli ultimi spettatori che lasciano lo stabile; consegne più chiare ai giurati (a cui inizialmente viene detto di consegnare i voti al termine di tutte le proiezioni, poi si corregge il tiro chiedendo i voti di giornata), pause più ragionevoli tra i film. Quanto ai documentari, normali alti e bassi da festival. L'evento resta comunque un patrimonio da preservare, plaudendo alla mission ed auspicando maggiore partecipazione (anche delle Istituzioni). Emblematico l'ultimo documentario, Çapulcu, che mostra tutta la potenzialità divulgativa di un festival retto da dedizione ed idee.

(in foto: dettaglio del poster di Çapulcu)

A.M.