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Fidaf. Intervista a Coach Roberto Rotelli

Fidaf. Intervista a Coach Roberto Rotelli
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Un’esperienza indimenticabile ed unica nel suo genere quella di coach Rotelli al Wartburg College. Il racconto di tre mesi vissuti ad alta velocità.

E’ un fiume in piena Roberto Rotelli, i ricordi si accavallano e fluiscono rapidi nelle sue parole, trasmettendoci subito tutta l’intensità delle emozioni che ha provato nei tre mesi vissuti, da coach, al Wartburg College, università dell’Iowa militante in NCAA Div. III. L’avventura, iniziata con una telefonata a fine giugno, è terminata ad una partita dal termine della stagione regolare: 3 mesi vissuti a stretto contatto con gli atleti e il coaching staff dei Wartburg Knights, in una delle stagioni più vincenti del team. Negli ultimi 85 anni, i Knights hanno portato a termine 5 perfect season, e questa è stata una di esse. Non solo: l’approdo ai quarti di finale nei play off della Elite 8 è un risultato che entrerà nella storia di questa Università. Roberto Rotelli è dovuto purtroppo rientrare in Italia alla scadenza del suo permesso di soggiorno e non ha potuto godersi fino in fondo la gioia e gli applausi per questa impresa. Ma quello che ha visto, vissuto ed imparato in questi tre lunghi mesi resterà per sempre scolpito nella sua memoria, insieme alle grandi praterie dell’Iowa, punteggiate da paesi di chiara origine indiana dove la cultura indigena è ancora molto sentita, e ai paesaggi fantastici che hanno saputo spezzare la tensione e il ritmo di una stagione di football molto intensa.


Un’esperienza unica nel suo genere, quella che hai vissuto in questi mesi al Wartburg College. Tutto il mondo del football italiano ha applaudito a questo tuo prestigioso incarico e adesso siamo curiosi di sapere com’è andata.

Partiamo dal principio…già conoscevi il college e gran parte del coaching staff, ma arrivare nell’Iowa con un “contratto” in mano, che effetto fa?

Sì, conoscevo già il College e, soprattutto, Rick Willis, l’Head Coach dei Wartburg Knights, grazie al camp effettuato nell’estate 2015 nell’ambito del progetto FIDAF USA Experience, ma quando mi è stato proposto di tornarci per allenare la squadra, nel ruolo di Assistant Offensive Coach, quasi non volevo crederci. L’impatto iniziale è stato attutito dalla presenza del collega ed amico Roberto Imparato, che ha condiviso la prima parte del percorso con me, durante il camp che precede l’inizio della stagione. Avevamo un bell’appartamento all’interno del college, un posto immenso e dotato di tutte le più moderne strutture didattiche, oltre che sportive. Il football non è la disciplina di maggior spicco in questa università, che invece guida il panorama nazionale americano nella lotta libera, ma come in tutte le città universitarie americane, gli atleti e gli allenatori godono di un rispetto e di una considerazione assoluti da parte degli abitanti. Far parte del loro coaching staff è stato…emozionante!

Come ti hanno accolto i colleghi? Hai avuto difficoltà ad integrarti nel coaching staff?

Sono stato accolto benissimo. Come ho già detto, conoscevo già il capo allenatore, che è una persona estremamente aperta. Del coaching staff, oltre al sottoscritto, facevano parte anche due allenatori texani che, geograficamente parlando, parevano più stranieri di me, e Matt Wheeler, l’OC, che ha lavorato e giocato come QB in Germania. Seppur la sua esperienza non sia stata particolarmente felice (la squadra ha chiuso a metà campionato!), conosce bene l’Europa e il modo di fare football nel nostro continente. Sono stato immediatamente coinvolto in tutto l’enorme lavoro di preparazione della stagione e al mio fianco, ad allenare i tight end, mi sono trovato un ex giocatore dei Knights, alla prima esperienza in sideline. Poteva rivelarsi difficile, invece non lo è stato e sono riuscito a portare in campo persino un po’ dello stile e della fantasia italiani!

 


Parlaci del tuo rapporto con i ragazzi: avere in sideline un coach italiano poteva essere vissuto con un po’ di scetticismo, e invece…

…e invece è stato bellissimo. I ragazzi in principio mi ascoltavano con un po’ di curiosità, è vero. Ma sempre con un grande rispetto. Forse il tutto è stato anche facilitato dal fatto che non avevo senior nel gruppo: tutti e gli 8 tight end che ho allenato erano al massimo al secondo anno di college e hanno accolto il mio lavoro e le novità che ho proposto loro sempre con grande disponibilità e attenzione.

Sei rimasto a Wartburg fino a poche settimane fa, compiendo un percorso agonistico pressoché perfetto. Cosa ti sei portato da casa da questa esperienza?

Ho imparato cosa vuol dire lavorare davvero per il football: qui i coach dall’inizio stagione vivono con e per la squadra praticamente 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. C’erano mogli e figli dei miei colleghi che venivano al campo a portarci dolci e sorrisi, pur di trascorrere un po’ di tempo vicino ai propri cari. Un impegno assoluto, suddiviso tra sessioni di lavoro al PC (senza computer, oggi, non si gioca a football!), visione dei filmati, riunioni e sessioni di allenamento sul campo. Non meno di 10 ore al giorno, oltre al lavoro che poi, la sera, si doveva fare a casa. Sono tornato ad Ancona con la consapevolezza delle grandi differenze tra il nostro e il loro football, ma anche con la certezza che a fare la differenza sia soprattutto l’attitudine mentale, la cultura sportiva degli atleti universitari americani. Gli allenamenti sul campo si svolgevano in sessioni di 2 ore, 3 volte alla settimana (come da noi!), il martedì, mercoledì e giovedì, dalle 16 alle 18, rigorosamente dopo la scuola. Il venerdì c’era il “walk through”, allenamento leggero solo con il casco e senza contatto. Ma la domenica mattina, prima di ogni partita, i ragazzi alle 7 erano già in palestra! E’ questa attitudine che mi piacerebbe ritrovare qui, pur con tutte le difficoltà del caso!

Cosa, secondo te, potrà essere replicabile ad Ancona, di quanto appreso e insegnato in NCAA?

Sono tornato con tantissimi schemi nuovi che proporrò ai miei ragazzi e sui quali sto già lavorando. Cercherò di migliorare il lavoro di scouting sugli avversari, anche se in Italia non abbiamo ancora una struttura capace di consegnarci statistiche precise pressoché in tempo reale a fine partita, come succede là. La redazione dello scouting report da consegnare a coach Willis il martedì mattina si è rivelato uno dei compiti più duri ma anche più interessanti tra quelli svolti, e ho continuato a prepararli anche una volta rientrato in Italia, fino a sabato scorso, quando i Knights hanno concluso la propria stagione con la sconfitta ai quarti di finale.

Vivere un’esperienza come la tua può stravolgere gli equilibri se parliamo di mentalità. Come si torna alla realtà italiana dopo aver provato la professionalità di gioco e gestione di un team americano di questo livello? Energia o frustrazione? Rimpianto o nuovi stimoli?

Sapevo cosa trovavo a Wartburg, e cosa avrei trovato una volta rientrato a casa. Nessun senso di frustrazione, dunque, e certamente tantissima nuova energia. Magari mi arrabbio un po’ quando vedo che i ragazzi stentano a credere in quello che fanno: lavoro e studio qui hanno naturalmente la priorità sul football, ma spero di riuscire a trasmettere un po’ dell’entusiasmo accumulato in questi mesi per creare in loro nuovi stimoli e nuove ambizioni.

Prima di salutarci, qual è stato il momento più difficile e quello più bello di questi tre mesi?

Il più difficile, forse, quando è partito Roberto (Imparato) e mi sono trovato da solo ad affrontare un impegno che, sin da subito, mi è parso enorme. E poi quando uno dei miei ragazzi si è infortunato gravemente, obbligandolo a saltare l’intera stagione. Il momento più bello? In realtà sono tanti, ma forse il primo TD segnato da uno dei miei. Era la terza partita di campionato e giocavamo contro la squadra che occupava la terza posizione nel ranking di un’altra divisione e che l’anno scorso era già stata ai play off, contrariamente a noi. Il mio tight end ha segnato il TD del pareggio (7 a 7), da cui è poi scaturita la vittoria. E’ stata un’emozione indescrivibile…

Il racconto di Roberto continua e ci vorrebbe forse ben più di un semplice articolo per riuscire a riassumere questa esperienza. Guardare e vivere il football con gli occhi appassionati di un italiano ha, forse, cambiato anche un po’ il modo di farlo dei suoi colleghi americani. Tra le immense distese dei campi coltivati a granoturco, in una cittadina della provincia americana di poco più di 10.000 abitanti, in un college appartenente alla Chiesa Luterana nell’anno del 500° anniversario della Riforma Protestante, un coach italiano ha saputo lasciare, con grinta ed eleganza, la propria impronta.

“Grazie per il tuo impegno”, scrive in un toccante biglietto di saluti coach Willis . “So che i nostri atleti e tutto il nostro staff sono cresciuti molto grazie alla tua presenza qui, e mi auguro che anche per te sia stato così. Vincere un campionato è qualcosa di grandioso, ma ancora più bello è sviluppare relazioni e nuove amicizie, ed è ciò che certamente noi abbiamo fatto”.

Grazie Roberto, e buona stagione con i tuoi Dolphins!

Redazione

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