Gaza, Obama si muove per la pace

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NAPOLI, 20 NOVEMBRE 2012- Ad una settimana dall’inizio dell’offensiva aerea israeliana è già un bollettino inquietante: stando ai dati resi pubblici dal Ministero della Salute, 115 i morti, oltre 900 i feriti. Tra le vittime, tantissimi bambini. Le immagini dei loro corpi mutilati, martoriati, fanno il giro del mondo. Sono il simbolo di un’illogica brutalità, di una spietata lotta all’ultimo pezzo di terra, all’ultimo interesse in bilico.[MORE]

Per fermare questo orrore interviene ora anche la Casa Bianca, entrando in merito alle trattative già avviatesi tra Hamas e Isreale e coordinate dal premier egiziano Hisham Qandil che annuncia imminente una tregua. Al telefono, Obama parla prima al prersidente egiziano Mohamed Morsi, poi al premier isrealiano Netanyahu: chiede un cessate il fuoco, al fine di concedere ad entrambe le parti il tempo di concordare i termini per una tregua duratura, che possa ridare a questa terra tutto quello che gli anni di guerra le hanno sottratto. Intanto gli USA si mettono al riparo per l’eventualità, non tanto remota, che la situazione precipiti. Nel Mediterraneo compaiono come d’incanto Uss Iwo Jima, Uss New York e Uss Gunstom Hall, tre colossali navi da guerra pronte a salpare, in caso di emergenza, con a bordo cittadini statunitensi. Emergenza? Questa forse non lo è? Pare di no: non lo è l’offensiva israeliana di lunedì mattina che ha provocato dieci vittime fra i palestinesi; non lo è la morte di 2 ragazze di 20 e 23 anni e di un bambino di 5 anni.

Intanto da Washington si fa sapere che ad Isreale deve esser data la possibilità di operare in maniera autonoma in materia di sicurezza. Ma, allo stesso tempo, si chiede al governo egiziano di intervenire su Hamas perché si ponga fine al lancio di razzi su Isreale. Di questo si discuterà domattina con l’arrivo a Gerusalemme del Segretario di Stato Usa Hillary Clinton, di ritorno dalla Cambogia.

In azione per costruire le premesse di una pace da più parte ormai attesa, anche il Segretario Generale dell’Onu Ban ki-Moon, il quale, durante un incontro col Segretario della Lega araba Nabil el Araby, si è adoperato per chiedere a tutte le parti di porre fine alla violenza che, nel suo perpetuarsi, andrebbe a costituire una situazione senza più ritorno.

Ma per molti aspetti, quella della striscia di Gaza, è già una situazione al limite del non ritorno. Qui, il contrario della morte non è quasi mai la vita, ma la sopravvivenza. A dirlo, in maniera inequivocabile, sono soprattutto i dati resi noti lo scorso giugno da Amnesty International, attraverso un comunicato di cui s’imprime nella memoria l’eloquente titolo: ‘Gaza’s lost children’. I dati più inquietanti riguardano soprattutto i traumi psicologici che segnano le vite dei tanti bambini che scampano sì alle bombe, ma che le schegge le portano nel cuore. Soffrono di insonnia i bambini che vivono su quella stricia di terra maledetta, hanno attacchi di panico, convivono con una paura che spesso toglie loro la possibilità di fare qualsiasi cosa, una delle tante che fa, ogni giorno, un coetaneo nato da un’altra parte del globo. E nei prossimi anni la situazione è destinata a peggiorare. Per il 2016 è previsto che l’acqua di Gaza non sarà più potabile, per il 2025 il sovraffollamento giungerà a livelli altissimi, rendendo ancora più difficile la convivenza in quei soli 365 kilometri di terra. Intanto, l’embargo isrealiano, che col passare degli anni diviene sempre più restrittivo, renderà quasi del tutto assenti a Gaza cibi freschi e di qualità.
E allora è forse il caso di fare qualcosa di più, qualcosa di serio e lungimirante. Perché dell’operazione Pillar Of Clouds si smetta di contare i morti. Perché nei prossimi anni si parli di cittadini, non di sopravvissuti; di vite, di diritti, non di traumi e ferite.

(Immagine: TheTelgreph.it)

Emmanuela Tubelli
 

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Scritto da Emmanuela Tubelli

Giornalista di InfoOggi

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