SALERNO, 05 MARZO 2012- Testimoniare per distruggere ogni ipocrisia o malafede; testimoniare in un tempo che preferisce sotterrare anche il presente pur di non subire alcun salutare turbamento. Testimoniare perché è troppo facile credere che la verità sia quella a portata di mano, quando in realtà non va dato nulla per scontato. Guarda a questo scopo “Chi ha paura muore ogni giorno”, il racconto-spettacolo che Giuseppe Ayala proporrà il 7marzo alle 21 presso il Teatro Verdi di Salerno. Le scuole vi potranno assistere nella stessa sede l’8 e 9 marzo alle 10 nell’ambito della rassegna Primi Applausi, mentre al Massimo cittadino le repliche si terranno fino all’11 marzo, alle 18.30. Roberto Colavalle e Matteo Cremolini curano le musiche, Pietro Sperduti firma le luci, Matteo Astolfoni è autore delle proiezioni, Massimo Natale collabora al progetto la cui direzione artistica spetta a Gabriele Guidi.[MORE]
La prima parte della performance, dove è presente sul palco un albero di magnolia, simbolo palermitano della lotta alla mafia, è dedicata ai rapporti che unirono Ayala a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con cui ha condiviso un rapporto lavorativo e umano di grande intensità. Viene poi dato spazio al maxiprocesso, concluso il 16 Dicembre 1987, a cui il protagonista prese parte nel ruolo di pubblico ministero. Per leggere interamente la sentenza servì più di un'ora: 2.665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i 360 colpevoli, senza includere gli ergastoli comminati ai 19 boss principali. Cosa Nostra non era mai stata colpita con una simile forza: anche i più cinici non poterono fare a meno di credere che un mondo migliore fosse possibile. Nella fase conclusiva il narratore chiama in causa direttamente gli spettatori, scende in platea, non si sottrae a nessuna domanda, interloquisce con passione.
La spiegazione del gesto è lampante: tutto ciò che è accaduto, il sangue versato, il male smascherato, le menzogne e le calunnie, i tentativi di insabbiamento riguardano la comunità, considerata nelle sue singole parti come nella sua totalità. Il passato non è un secchio di cenere, ma la sostanza di un contesto che non ha acquietato le proprie contraddizioni. L’autore affronta a testa alta la discussione su di un periodo che ha segnato per sempre la storia italiana ed evidenzia a chiare lettere le responsabilità dello Stato. Le istituzioni vollero voltare le spalle a un’impresa meritoria e in un doloroso e spietato redde rationem Ayala condivide con la platea il peso di domande a cui dare finalmente risposta.
Gemma Criscuoli
(notizia segnalata da gemma criscuoli)