L’Iran esclude per ora la riapertura dello Stretto di Hormuz e chiede agli Stati Uniti segnali concreti sul piano diplomatico. Intanto Donald Trump torna a parlare del passaggio strategico come di un territorio americano, mentre cresce la tensione militare e prosegue il transito delle petroliere attraverso il canale meridionale.
Teheran conferma la chiusura dello Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz resta chiuso e la sua riapertura dipenderà da un cambiamento nell’atteggiamento degli Stati Uniti. È questa la posizione ribadita da Teheran attraverso Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano.
Secondo quanto riportato dall’Irna, Rezaei ha affermato che il passaggio marittimo non sarà riaperto fino a quando Washington non rispetterà gli impegni assunti e non adotterà iniziative considerate concrete dall’Iran.
Una posizione che conferma quanto lo Stretto di Hormuz sia ormai diventato non soltanto un punto fondamentale per il commercio energetico internazionale, ma anche uno degli strumenti di pressione più importanti nel confronto tra Iran e Stati Uniti.
Trump torna a rivendicare Hormuz come territorio americano
Ad aumentare ulteriormente la tensione sono intervenute le dichiarazioni e le iniziative social di Donald Trump. Il presidente americano ha pubblicato nuovamente su Truth Social un’immagine dello Stretto accompagnata dalla frase “nuovo territorio americano”.
Non si tratta della prima uscita di questo tipo. Trump aveva già utilizzato espressioni analoghe riferendosi al passaggio strategico, mentre gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria presenza militare e logistica nell’area per garantire il movimento delle navi commerciali.
Le parole del presidente assumono quindi un peso particolare in un momento in cui Washington e Teheran continuano a confrontarsi sia sul terreno diplomatico sia su quello militare.
Petroliere in transito attraverso il canale meridionale
Nonostante la posizione iraniana sulla chiusura dello stretto, il traffico petrolifero non risulta completamente fermo. Secondo quanto riferito da media statunitensi, nella notte tra venerdì e sabato quasi 40 petroliere sarebbero riuscite a transitare in entrata e in uscita attraverso il canale più profondo.
Il carico complessivo trasportato viene stimato in circa 16 milioni di barili di petrolio.
Il passaggio sarebbe stato reso possibile dal dispositivo logistico e militare organizzato nelle ultime settimane dagli Stati Uniti nel canale meridionale dello Stretto di Hormuz, al largo delle coste dell’Oman.
Il sistema prevede il movimento notturno delle petroliere lungo rotte organizzate, con una fila dedicata alle navi in uscita e un’altra a quelle in entrata.
La protezione militare americana alle navi
Il transito avverrebbe sotto la protezione di velivoli militari statunitensi, impiegati soprattutto per contrastare la possibile minaccia rappresentata da droni e missili da crociera iraniani.
L’operazione arriva dopo le azioni condotte dal Comando Centrale degli Stati Uniti Centcom, che secondo fonti americane avrebbero ridotto l’efficacia di una parte dei radar e dei sistemi iraniani destinati alla sorveglianza marittima.
Il risultato sarebbe una ripresa parziale delle esportazioni attraverso l’area, che avrebbero raggiunto circa 10 milioni di barili al giorno, un livello comunque ancora sensibilmente inferiore rispetto ai volumi precedenti al conflitto.
Il controllo dello stretto rimane quindi al centro di un delicato equilibrio militare. Teheran conserva capacità offensive nell’area, mentre Washington punta a mantenere aperto almeno un corridoio sufficientemente sicuro per il traffico energetico.
Permessi speciali per alcune petroliere irachene
Parallelamente, l’Iran avrebbe autorizzato il passaggio di alcune petroliere irachene attraverso permessi speciali.
La decisione sarebbe arrivata dopo le richieste avanzate da Baghdad e rilanciate durante la recente visita in Iraq del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.
L’apertura selettiva verso alcune navi dimostra come la gestione dello Stretto di Hormuz possa essere utilizzata anche come leva nei rapporti regionali, distinguendo tra Paesi e interessi economici differenti.
Il nodo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran
La nuova escalation arriva dopo la scadenza senza risultati del periodo negoziale di 60 giorni previsto dal memorandum d’intesa sottoscritto a giugno tra Washington e Teheran.
Tra i punti affrontati figurava anche la prospettiva della riapertura dello Stretto di Hormuz, ma la mancanza di un'intesa ha lasciato irrisolto uno dei dossier più delicati della crisi.
Le dichiarazioni iraniane indicano che Teheran non considera sufficienti le aperture finora arrivate dagli Stati Uniti e chiede iniziative concrete prima di modificare la propria posizione.
L’Iran annuncia una risposta militare più dura
Mentre prosegue il confronto diplomatico, Teheran rafforza la propria postura militare.
Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha assicurato che l’Iran risponderà immediatamente a qualsiasi aggressione e che la reazione potrebbe avere una portata superiore all’azione subita.
Akraminia ha inoltre spiegato che la dottrina militare iraniana si sarebbe evoluta da un’impostazione prevalentemente difensiva verso una strategia maggiormente offensiva. Una trasformazione che, secondo il portavoce, non comporterebbe comunque l'intenzione di effettuare attacchi preventivi.
Lo Stretto di Hormuz, nella strategia di Teheran, avrebbe assunto dopo il conflitto un peso geopolitico ancora maggiore e sarebbe diventato uno degli elementi centrali attraverso cui l’Iran intende perseguire i propri obiettivi di politica estera e sicurezza nazionale.
Teheran aumenta la produzione militare
Segnali importanti arrivano anche dall’apparato industriale iraniano.
Il capo di Stato maggiore delle forze armate, generale Ali Abdollahi, insieme ai vertici della Difesa, ha visitato uno dei complessi industriali sotterranei del Paese, sottolineando la volontà dell’Iran di mantenere e ampliare le proprie capacità militari.
Il comandante delle forze navali, Shahram Irani, ha invece evidenziato il ruolo della produzione nazionale nel mantenimento dell’equilibrio strategico.
Secondo il portavoce del ministero della Difesa, generale di brigata Reza Talaei Nik, durante i quaranta giorni di conflitto la produzione di alcuni materiali considerati strategici sarebbe stata più che triplicata.
Perché lo Stretto di Hormuz è decisivo per petrolio e mercati
La situazione viene osservata con particolare attenzione anche fuori dal Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e prodotti energetici.
La sua posizione, tra Iran e Oman, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e successivamente al Mar Arabico. Attraverso quest'area transitano forniture provenienti da alcuni dei principali produttori energetici del Medio Oriente.
Una chiusura prolungata o un aumento degli incidenti militari potrebbe quindi avere conseguenze che vanno ben oltre la regione, incidendo sulla sicurezza delle rotte commerciali, sui costi di trasporto e sulle quotazioni internazionali dell’energia.
Per questo il confronto sullo Stretto di Hormuz resta uno dei dossier geopolitici più delicati: alle tensioni tra Iran e Stati Uniti si aggiungono gli interessi dei Paesi produttori, degli importatori di energia e delle potenze che dipendono dalla stabilità delle rotte del Golfo.
Hormuz resta al centro della sfida tra Washington e Teheran
La situazione rimane estremamente delicata. Da una parte Teheran condiziona la riapertura dello stretto a un cambiamento concreto della politica statunitense; dall’altra Washington cerca di garantire il passaggio delle petroliere attraverso un dispositivo militare e logistico sempre più strutturato.
Le nuove dichiarazioni di Trump, il rafforzamento dell’arsenale annunciato dall’Iran e il continuo movimento delle petroliere mostrano come la partita sullo Stretto di Hormuz sia ormai contemporaneamente energetica, diplomatica e militare.
Qualsiasi ulteriore escalation potrebbe avere effetti immediati non soltanto sui rapporti tra Stati Uniti e Iran, ma anche sugli equilibri del Medio Oriente e sul mercato globale del petrolio.