I nuovi servi della Gleba. Come il Capitale ha definitivamente affossato il Lavoro.

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I nuovi servi della Gleba. Come il Capitale ha definitivamente affossato il Lavoro. Un percorso storico, politico ed economico lungo quasi due secoli (saggio breve di Giuseppe Palma)

1. L’industrializzazione e l’Ottocento liberale

Occorre partire da lontano, da molto lontano. La grande rivoluzione industriale che ebbe inizio già verso la metà dell’Ottocento aveva gradualmente spostato masse di contadini dalle campagne alle città, mutando definitivamente non solo i centri urbani, ma anche gli stili di vita e la stessa concezione del lavoro. Non più la vita nei campi, già di per sé difficoltosa e sacrificata, ma la vita nelle fabbriche, con orari di lavoro massacranti, senza garanzie e con salari appena sufficienti a sfamare una famiglia. Carne umana (anche di donne e bambini) a disposizione non più degli aratri ma delle catene di montaggio. Veri e propri servi della gleba nell’era industriale, cioè post-contadina e post-feudale. Mutava la cornice (dalla terra alle fabbriche), ma il quadro (lo sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo) era sempre lo stesso.

Le rivoluzioni che si erano succedute in quei decenni (prima in Francia, ben tre, nel 1789, nel 1830 e infine nel 1848), e poi in tutta Europa (tranne che in Inghilterra) tra il 1848 e il 1849, erano state rivoluzioni sostanzialmente borghesi. La borghesia - soprattutto quella produttiva, finanziaria e delle professioni - chiedeva Costituzioni liberali che garantissero e dichiarassero inviolabili le libertà politiche e la proprietà. Libertà di stampa e di associazione, libere elezioni su base censitaria, libertà personale e di domicilio. Non di certo i diritti di operai e contadini. Quelli, neanche a parlarne. 

I primi beneficiari delle rivoluzioni borghesi furono appunto i detentori dei mezzi di produzione, vale a dire i grandi capitalisti (cioè coloro che detenevano ingenti ricchezze) pronti ad investire nelle attività produttive, molto più redditizie rispetto alle decime feudali. E allora fu così che venne giù il vecchio sistema feudale (Ancien Régime), con la sua nobiltà e le sue monarchie assolute, a vantaggio della borghesia, il cosiddetto Terzo Stato, che decise di trasferire la sovranità dai re alle assemblee legislative elette per censo, cioè espressione esclusiva della borghesia medesima. I re restarono sul trono solo se disposti ad accettare il sistema parlamentare, cioè di accontentarsi di regnare senza governare. I nobili si fecero borghesia e investirono le proprie ricchezze nelle attività produttive, ma necessitavano di leggi che garantissero tali investimenti. Leggi fatte da assemblee dominate dai rappresentati dei nuovi nobili. I capitalisti.

Il Quarto Stato (operai e contadini) arriverà più tardi e si scontrerà non più con re e nobili secondo la vecchia concezione assolutistica, bensì con i nuovi nobili, i borghesi, cioè i detentori del capitale e quindi dei mezzi di produzione.

2. Il Manifesto del Partito Comunista

Con la sempre maggiore industrializzazione della produzione, già nella seconda metà dell’Ottocento qualcuno si era posto il problema delle condizioni di lavoro nelle fabbriche. Nel 1848 era nato il “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels, ma la classe dirigente di allora – invece di affrontare il problema – prese le contromisure contro un eventuale pericolo “comunista”. Ma se il problema lo eviti, prima o poi torna e ti presenta il conto. Ed ecco che nacquero i primi partiti socialisti, dapprima in Germania (nel 1869 nacque il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori – SDAP), poi in Francia (con la nascita nel 1882 del Partito Operaio Francese – POF) e così via fino ad arrivare in Italia, che vide la nascita del Partito Socialista Italiano (PSI) nel 1892.

Queste nuove formazioni politiche, cui si affiancarono anche associazioni a tutela dei lavoratori (i primi sindacati e camere del lavoro), riuscirono nei decenni ad ottenere – tra lotte aspre e cruente, talvolta sedate nel sangue – alcune migliorie delle condizioni dei lavoratori.

Ma cosa avevano scritto Marx ed Engels di così “pauroso”? In sostanza, proponevano la socializzazione dei mezzi di produzione. Chi ha letto il paragrafo che precede ha già compreso il “pericolo”. Se quelli che detengono il capitale sono gli stessi che detengono i mezzi di produzione, proporre la socializzazione dei mezzi di produzione significa sottrarre il capitale a chi lo detiene. Socializzare i mezzi di produzione significa pertanto distribuire il capitale tra tutti, in maniera più o meno equa, e di conseguenza distribuire gli utili – se vi sono - in egual misura. Il comunismo, in parole povere, è esattamente questo. Con l’obiettivo finale di evitare, una volta per sempre, lo sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo. Così è quantomeno in teoria, nella pratica le cose sono andate diversamente. Ed anche il comunismo si è dimostrato un sistema profondamente ingiusto ed iniquo. Ma questa è un’altra storia.

3. L’Italia liberale

Nell’Italia post-unitaria, lo Statuto Albertino da un lato tutelava le libertà tipiche dello Stato liberale (libertà individuale, di domicilio, di stampa, di associazione etc), dall’altro ignorava completamente il lavoro e i diritti sociali. Esattamente come quasi tutte le Costituzioni liberali dell’epoca. In pratica, lo Stato liberale garantiva le libertà politiche ma ignorava i diritti sociali. Tra scioperi e reazioni governative a suon di cannonate (vedesi l’eccidio milanese per mano di Bava Beccaris), nei primi tre lustri del Novecento la mediazione politica di Giovanni Giolitti riuscì a strappare ai detentori dei mezzi di produzione (i capitalisti, come si diceva all’epoca) alcune concessioni sociali anche particolarmente rilevanti. Si pensi, ad esempio, alla regolamentazione del lavoro femminile e minorile, alla limitazione dell’orario di lavoro (da 12 a 10 ore), al riconoscimento degli scioperi per motivi economici, all’istituzione della Cassa Nazionale per l’Invalidità e la Vecchiaia (poi INA), alle tutele per la maternità etc. Giolitti introdusse anche il suffragio universale maschile, modificando in tal modo la base di rappresentanza nelle Istituzioni del Regno.

Il punto merita un breve cenno di approfondimento. Se nel 1861, alla nascita del Regno d’Italia, il diritto di voto era fondato su criteri di censo (votava solo l’1,9% della popolazione, quindi solo la borghesia e i capitalisti, cioè i detentori dei mezzi di produzione), con la “riforma Giolitti” del 1912 il diritto di voto fu definitivamente esteso a tutti i cittadini di sesso maschile che avessero compiuto i trent’anni di età. Ciò produsse ovviamente una significativa modifica al principio della rappresentanza. Se la Camera dei deputati nei primi decenni post-unitari (durante i quali il diritto di voto fu comunque gradualmente esteso soprattutto negli anni della cosiddetta “sinistra storica”) era composta di rappresentanti della sola borghesia e dei detentori dei mezzi di produzione (definiamoli genericamente “notabili”), dopo l’introduzione del suffragio universale maschile vi trovarono residenza anche le istanze popolari, quindi anche le istanze degli operai e dei contadini. Infatti, alle elezioni politiche del 1919 il Partito Socialista Italiano risultò il primo partito nazionale con il 32,28% dei voti, quasi dodici punti percentuali in più del Partito Popolare italiano (anch’esso un partito di massa, ma di estrazione cattolica) e circa sedici punti percentuali in più delle Liste concordate (liberali e radicali). Nonostante l’affermazione elettorale, i socialisti restarono fuori dal governo. Il sistema capitalista, sostenuto dalla Corona sabauda, riuscì a tenere fuori dalla compagine governativa il partito dei lavoratori. Ma questa è un’altra storia. Il dato di fatto saliente che qui ci interessa è un altro: per effetto del suffragio universale maschile, ma anche a causa delle condizioni economico-sociali post-belliche, le istanze del lavoro trovarono in Parlamento una rappresentanza politica che formava alla Camera dei deputati una maggioranza relativa efficacemente disinnescata dall’alleanza tra tutti gli altri partiti. Responsabilità anche del PSI, ma pure questa è un’altra storia.

4. Biennio rosso e fascismo

Poi venne il biennio rosso e l’occupazione (sostanzialmente fallimentare) delle fabbriche (1919-1920), e al governo, seppur per circa un anno, vi fece ritorno l’ormai ottantenne Giovanni Giolitti, che con la sua proverbiale capacità di compromesso politico riuscì a mediare tra Capitale e Lavoro. Nel frattempo, nel 1921, era nato a Livorno (per effetto della scissione del PSI, ma soprattutto quale conseguenza della Rivoluzione russa del 1917), il Partito Comunista d’Italia, ampiamente minoritario rispetto ai socialisti, che vedeva tra i suoi più autorevoli esponenti quella grande mente di Antonio Gramsci. Il resto è storia conosciuta: circa vent’anni di regime fascista, Stato totalitario, abolizione del diritto di sciopero e soppressione dei partiti e dei sindacati, fatta eccezione ovviamente per il Partito Nazionale Fascista e per il sindacato fascista (l’unico consentito). Uniche note positive da segnalare in materia di lavoro durante il regime furono l’introduzione degli assegni familiari, la protezione delle donne e dei fanciulli, con precise disposizioni sul trasporto e sollevamento pesi, il divieto di occupazione dei fanciulli e delle donne minorenni e l’introduzione di una sezione lavoro del tribunale. Ma, di fatto, durante il ventennio fascista le condizioni dei lavoratori (e i salari) peggiorarono.

Poi vennero la seconda guerra mondiale, la caduta del fascismo e la Repubblica.

5. Dalla Rivoluzione russa a Jalta

Nel frattempo, con la Rivoluzione del 1917 e conseguente ascesa al potere dei bolscevichi di Lenin, la Russia diviene comunista e mette in atto – seppur in modo non del tutto conforme – la dottrina comunista di Marx ed Engels. Tanto è vero che, da quel momento in avanti, la Russia diviene Unione Sovietica e – citando l’incipit del Manifesto dei due filosofi tedeschi – rappresenta per il mondo occidentale “uno spettro che si aggira per l’Europa”. Pur di tenere lontano il comunismo, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale i capitalisti europei vedono di buon occhio le politiche anti-comuniste di Hitler: meglio Hitler che Stalin è il loro motto. Piuttosto che vedere avanzare il comunismo, cerchiamo di concedere ad Hitler gran parte di ciò che chiede. È la politica dell'appeasement di Chamberlain, il Primo Ministro inglese che si fida delle promesse del cancelliere tedesco. In realtà questo non si accontenta di Austria e Cecoslovacchia e vuole anche la Polonia. A quel punto inglesi e francesi non ci stanno e scoppia la seconda guerra mondiale, ma nel frattempo la Germania ha sottoscritto con l’Unione Sovietica un patto di non aggressione (Patto Molotov-Ribbentrop), facendo restare a bocca aperta le cancellerie europee. Fatto sta che poi la Germania invade l’Unione Sovietica (giugno 1941), i giapponesi affondano parte della flotta americana a Pearl Harbor (dicembre 1941) e le cose per la Germania si complicano: tenere botta su così tanti fronti è impossibile, anche perché da nord-ovest e da sud arrivano gli anglo-americani, da est i sovietici, e l’alleato fascista (anche se non serviva un granché) si è sganciato. Per nostra fortuna i tedeschi perdono la guerra e i vincitori ridisegnano a Jalta la geopolitica mondiale (febbraio 1945). Il mondo occidentale agli Stati Uniti d’America; il mondo ad est all’Unione Sovietica; le colonie agli inglesi. L’Italia, nonostante la presenza al suo interno del più forte partito comunista d’occidente, finisce sotto l’influenza americana.

Il dato di fatto saliente che a noi interessa in questa sede è il seguente: se fino al 1941-42 l’Unione Sovietica era considerata dalla politica europea come una entità con cui non si può e non si deve trattare perché comunista, quindi “pericolosa” per il sistema capitalista, dopo la fine del conflitto bellico l’URSS diviene a pieno titolo (anche perché è tra i vincitori della guerra) soggetto politico determinante negli assetti geopolitici mondiali, con la conseguenza che nel mondo occidentale il comunismo non può più essere ignorato. Temuto, sì, ed anche parecchio, combattuto anche, ma non ignorato. E ciò influirà sulle scelte di politica economica del mondo occidentale dei successivi decenni: pur di evitare che il richiamo comunista diventi - per le masse - più attraente del sistema capitalista, quest’ultimo decide di garantire nel proprio spazio di influenza un maggiore benessere sociale collettivo. Arriva così il mutamento antropologico più incisivo della storia dell’Umanità: la società dei consumi.

6. L’Italia repubblicana

Il 2 e 3 giugno 1946 l’Italia diventa Repubblica e il 1° gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione, frutto del primo compromesso storico tra forze politiche cristiano-popolari e liberali da un lato, e forze social-comuniste dall’altro. Già, la Costituzione. A differenza dello Statuto Albertino, la Costituzione repubblicana - oltre ad estendere le libertà (la libertà personale, ad esempio, da meramente garantita diventa inviolabile) – introdusse il sistema economico keynesiano, frutto delle teorie dell’economista inglese John Maynard Keynes, che in sostanza si tradusse in un compromesso brillante ed efficace tra Capitale e Lavoro: da un lato venivano garantite l’iniziativa economica privata e la proprietà (che da diritto inviolabile, secondo la concezione liberale, incontrava adesso il limite invalicabile del rispetto della dignità umana) , dall’altro veniva tutelato il lavoro in tutti i suoi aspetti ed applicazioni (prevedendo ad esempio l’obbligo di una retribuzione dignitosa per il lavoratore e per la sua famiglia, il diritto al riposo settimanale e alle ferie, alla regolamentazione dell’orario di lavoro e così via). Ma la Costituzione del Quarantotto fa anche di più: tra i principi su cui si fonda la Repubblica, sanciti all’art. 1 della Carta, pone il lavoro al primo comma e il principio della sovranità popolare al secondo comma.

La maturazione dei principi costituzionali in materia di lavoro si ha poi nella seconda metà degli Anni Sessanta, che sfocia con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, fortemente voluto dalla Democrazia cristiana (partito di massa e di ispirazione cattolica, maggioranza relativa in Parlamento) e dal Partito Socialista Italiano. Voterà contro il Partito Comunista Italiano (PCI), seconda forza politica del Paese e il più forte partito comunista del mondo occidentale.

Il consociativismo partitico della Prima Repubblica, con la Dc quale forza preminente e gravitazionale di conduzione politica, garantisce per quasi cinquant’anni un medio benessere collettivo, anche per evitare che il forte Partito comunista possa prendere più voti e reclamare legittimamente la guida del governo. In realtà, dopo Jalta, un partito comunista al governo di un Paese occidentale non ci può andare. E infatti mai ci andrà. Tuttavia, occorre dirlo, il PCI sarà determinante nel percorso della Costituente e nella difesa dei diritti sociali.

7. La caduta del muro di Berlino, l’avvento dell’Unione europea e il trionfo del Capitale assoluto

Partiamo col dire che il capitalismo, se lo si lascia sviluppare senza freni e senza dighe sociali, è uno dei sistemi più iniqui e violenti che l’Umanità abbia mai conosciuto. Lo stesso dicasi per il comunismo, il quale, se applicato alla lettera, non lascia spazio alla naturale aspirazione di sviluppo – anche legittimamente individualista - dell’essere umano. Due gabbie: la prima, quella capitalista, che uccide con le eccessive diseguaglianze; la seconda, quella comunista, che uccide con l’irragionevole eccessività di eguaglianza. Il compromesso brillante, come si è detto, lo aveva trovato la Costituzione italiana del 1948 attraverso il sistema economico keynesiano.

Con la caduta del muro di Berlino (novembre 1989) e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (dicembre 1991), i partiti comunisti del mondo occidentale mutano repentinamente veste in partiti social-democratici. Il capitale ne approfitta e il sistema economico, non solo in Italia ma in tutta Europa, da keynesiano diviene liberista. Torna dunque in vita il Capitale senza freni tipico dell’Ottocento liberale. Costanzo Preve lo ha definito Capitale assoluto, una forza violenta che – senza lo “spettro” del comunismo – può raggiungere i suoi scopi soprattutto attraverso una competitività sfrenata, che in altre parole si traduce nello sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo. Incubatrice prima e culla poi del Capitale assoluto è l’Unione europea, dove la libera iniziativa economica privata non incontra più il limite del rispetto della dignità umana, ma può prosperare con l’obiettivo principale della stabilità dei prezzi e di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva (obiettivi inseriti espressamente nei trattati).

Fatto sta che, senza la diga del comunismo, il Capitale spaventa perché capace di aumentare le diseguaglianze oltre ogni limite di sopportazione della dignità umana. E un Capitale senza freni non vuole la politica tra i piedi. La politica è mediazione, la politica deve tenere conto dei più deboli, e il Capitale senza freni non accetta che il suo sviluppo sia rallentato dalla mediazione politica. Per questo, occorre eliminare la politica. Ed ecco gli scandali, le tangenti e così via. La politica è corruzione, quindi votate la politica onesta, quella che promette la tutela dei diritti sociali. Votate gli ex partiti comunisti, oggi social-democratici. Loro non possono tradire i lavoratori.

E invece gli ex comunisti, oramai orfani del comunismo, si alleano col Capitale, quello che un tempo era il nemico numero uno. Perché lo fanno? Ci arriviamo.

Nel frattempo la politica, che dovrebbe essere al di sopra dell’economia al fine di proteggere la dignità dell’Uomo attraverso la forza della Legge, abdica definitivamente e si consegna al Capitale assoluto. In altre parole, la preminenza della politica abdica alla preminenza del Capitale.

8. La moneta unica europea e il ruolo degli eredi del PCI

L’Unione europea, che è una specie di nuova URSS non comunista ma liberista, si fonda non sulla mediazione keynesiana ma sulla tutela del Capitale, quindi necessita della stabilità dei prezzi e di un’economia di mercato fortemente competitiva (obiettivi espressamente dichiarati nei trattati). Tuttavia, per tutelare il Capitale, occorre impedire che i governi degli Stati possano agire sulla leva del cambio (impedire cioè la svalutazione monetaria).

Mi spiego meglio. Cosa accadeva in passato quando uno Stato doveva recuperare terreno in termini di competitività? Alcuni governi solitamente intervenivano sulla leva del cambio, svalutando la moneta senza intaccare il lavoro, i salari e i diritti sociali. Ciò comportava non solo un recupero in termini di competitività, ma chi deteneva il Capitale, per evitare di vederselo eroso dalla svalutazione monetaria (da non confondere con l’inflazione), era obbligato a reinvestirlo nelle attività produttive, cioè nella produzione, e quindi nel lavoro.

Allo scopo di tutelare il Capitale, ecco la moneta unica europea: un accordo di cambi fissi che impedisce ai governi di intervenire sulla leva del cambio.

Come fa dunque uno Stato dell’eurozona a recuperare competitività se non può più intervenire sul cambio, cioè se non può più far leva sulla svalutazione monetaria? Semplice. Invece di svalutare la moneta, svaluta il lavoro.

Per recuperare competitività, e dunque per tenere i prezzi bassi, si è passati dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro attraverso la riduzione dei salari e la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore dei lavoratori.

Ma chi può fare tutto questo senza che il popolo se ne accorga, conservando addirittura il consenso elettorale? Ovviamente i partiti di sinistra, vale a dire gli ex comunisti poi trasformatisi in social-democratici. E lo hanno fatto, non da soli, ma con l’aiuto dei sindacati, sempre pronti a scioperare contro il fantomatico ritorno dei presunti fascisti, ma sempre zitti quando i governi di centrosinistra hanno svalutato il lavoro.

Ed ecco che arrivano, limitandomi a soli due esempi per carità verso il lettore, il lavoro interinale (Legge Treu, Governo Prodi I) e il Jobs act (Governo Renzi): tenere i salari sotto controllo e ridurre le garanzie contrattuali e di legge del lavoratore per contenere i prezzi e recuperare competitività.

In conclusione i partiti di sinistra e i sindacati, non potendo più tutelare i diritti sociali per effetto dei meccanismi della moneta unica, sono passati dalla parte del Capitale, il quale, senza più freni, è divenuto assoluto.

9. I nuovi servi della gleba

In un sistema siffatto, non più la dignità dell’Uomo sovraintende nei rapporti di lavoro bensì la competitività: sempre maggiore specializzazione e disponibilità immediata alla mobilità dei lavoratori, indipendentemente dalle capacità effettive di ciascuno, con salari competitivi e orari di lavoro senza limiti sostanziali. Ne sono un esempio i lavoratori di alcune multinazionali della grande distribuzione, i quali lavorano per 10-12 ore al giorno (con contratti di lavoro di 8 ore formali), senza straordinari e per sei giorni alla settimana. Ma i nuovi servi della gleba sono generalmente i giovani laureati. Indottrinati dalle scuole del Capitale, accettano inique condizioni di lavoro nell’illusione di una carriera folgorante, dove la regola non è la collaborazione ma la competizione. Come le bestie. Non più lo studio è l’ascensore sociale, come lo era stato per secoli, bensì la capacità di adattamento. Non è un caso se negli ultimi anni non si parla più di resistenza ma di resilienza. Non più resistere è la regola, ma adattarsi: adattarsi alle esigenze del Capitale.

Il sistema globale che impone la stabilità dei prezzi necessita anche di lavoratori disponibili allo spostamento, alla cosiddetta mobilità, pertanto anche la famiglia e la casa di proprietà (che rendono il lavoratore stanziale e non più flessibile) rappresentano dei “nemici” da attaccare. A fare da megafono ci sono i media, soprattutto le Tv e i giornali, sempre pronti a sponsorizzare la bontà del Capitale assoluto.

Se fino agli Anni Settanta-Ottanta del Secolo scorso i detentori del Capitale erano riconoscibili, e pertanto i lavoratori sapevano nei confronti di chi avanzare le proprie legittime rivendicazioni (il proprietario della Fiat lo conoscevi, sapevi chi era, tanto per fare un esempio semplicistico), oggi il Capitale si è fatto assoluto e apolide, senza volto, e spesso non si sa neppure chi sono coloro verso i quali avanzare le proprie legittime rivendicazioni sindacali.

Ma v’è di più. Il Capitale assoluto ha instaurato un conflitto tra lavoratori, una guerra tra poveri: sul lavoratore dipendente c’è un altro lavoratore dipendente, con mansioni e salario superiori, che ha sui suoi sottoposti il potere disciplinare, di licenziamento e di carriera, ma anche lui, a sua volta, dipende da un altro collega in posizione gerarchicamente superiore. E così via, fino all’apice della piramide dell’organigramma, dove la proprietà (e dunque il potere decisionale) non è tuttavia riconducibile ad un soggetto specifico ma spesso a società di diritto internazionale senza un volto umano a cui rivolgersi. Tuttavia, per rendere il tutto più democratico, ci sia chiama per nome di battesimo, in modo tale che l’ingiustizia sociale abbia un volto falsamente umano.

Inoltre, visto che la moneta unica europea tutela la stabilità dei prezzi, chi detiene il Capitale può anche fare a meno dei mezzi di produzione, spostando l’obiettivo del profitto sui mercati finanziari. E’ meno rischioso investire sui mercati finanziari, visto che l’inflazione è sotto controllo, piuttosto che mettere il proprio Capitale nella produzione e quindi nel Lavoro.

In tutto questo i sindacati e i partiti che un tempo erano i partiti dei lavoratori, nella piena consapevolezza di non poter più tutelare i lavoratori, si lanciano costantemente all’attacco contro nemici inesistenti o appartenenti a categorie del passato. 

Capitale e Lavoro non sono quindi termini anacronistici, non sono due categorie che appartengono al passato. Fascismo e Comunismo appartengono certamente al passato, mentre Capitalismo e Lavoro sono invece termini e concetti attualissimi, molto di più di quanto si pensi. Solo che il Capitale ha vinto, ed ha vinto – per il momento – in via definitiva, quindi fa di tutto per negare l’esistenza della contrapposizione storica con il Lavoro.

Scriveva Antonio Gramsci nel 1917: “Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa […]” (Indifferenti, 11 febbraio 1917).

Non è vero che la Storia va sempre avanti senza mai fermarsi. La Storia è ciclica, è un giro di boa. I corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico.

Giuseppe Palma

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Scritto da Redazione

Giornalista di InfoOggi

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