• Scrivi una notizia
  • Sostienici
  • Privacy Policy
  • Feed Rss

"Il grande Gatsby" di Baz Luhrmann, titani(c) al Moulin Rouge

Campania

Il grande Gatsby di Baz Luhrmann - la recensione. La villa di Gatsby, plurimilionario dal passato oscuro, tra guglie e scalinate, luci e giochi d’acqua, ma completamente vuota dopo un party sfrenato: è forse l’immagine più congrua, o solo la più affascinante, per descrivere l’orgia visiva del film di Baz Luhrmann, una festa per gli occhi, meglio, un’ubriacatura sudata a suon di Charleston di cattivo gusto, che ti lascia, infine, spossato e col vuoto dentro, su quella poltroncina del cinema che pare un divano di una festa da imboscati. A meno che non piaccia riempirsi – son gusti – con la frizzantezza svenevole ed effimera di uno champagne d’immagini a basso costo: a noi sembra che ci sia solo uno stile scoppiettante, che detona come un tappo ma non disseta. [MORE]

Due ore e venti di scialacquato 3D, e la prima “D” è quella di Leonardo Di Caprio, che impersona Jay Gatsby, facoltoso nababbo del West Egg, arcinoto, notissimo, al punto che nessuno lo vede mai, in quelle feste lussuose zeppe di ballerine, politici, poliziotti corrotti, jazzisti a cottimo che fanno tripudiare l’organo e combriccole d’infiltrati che arrivano in Rolls. Roaring twenties, ma la parte del leone è tenuta in gabbia per un bel po’: come agli invitati, il milionario si disvela allo spettatore in ritardo e con una certa misteriosa discrezione. All’inizio, invece, è la nevrosi alcolica di Nick Carraway (Tobey Maguire), voce narrante del romanzo di F. S. Fitzgerald, che su invito del proprio terapeuta racconta per iscritto di come conobbe l’ingombrante ma generoso vicino, durante il soggiorno in una casetta di fronte all’opulenta villa della cugina, Daisy (Carey Mulligan). Gatsby la conosceva bene: l’aveva amata, ricambiato, prima di sparire tra guerra e sogni di gloria, mentre su di lei piombava come un falco, per sposarla, Tom Buchanan (Joel Edgerton), ricco, aitante ed impomatato. Per Gatsby, ora, è la ricerca del tempo perduto: a partire da una villa, e dal suo vicino.

FIL (MOULIN) ROUGE - Se dovessimo rinvenire un fil rouge tra Il grande Gatsby e la precedente produzione di Lurhmann, lo troveremmo… nel Moulin Rouge. Tutto, ancora, è una giostra spettacolistica e multicolore, che fa da ridondante scenografia ad un amore difficile: i sentimenti sono una girandola da mélo, con saliscendi emotivi da montagne russe, più che da trivellazione drammatica. Ralenti, dissolvenze, sovrimpressioni, panoramiche, zoomate soap-operistiche coloriscono un campo visivo perennemente fracassone, con tanto di colonna sonora che ibrida Jay Z e Jazz, black music e Back to black (di Amy Winehouse, in una cover di Beyoncè feat. Andre 3000), Lana del Rey e l’hip hop. Non è tanto, non è solo il fatto che la versione letteraria non abbia trovato nemmeno questa volta, dopo il tentativo del ’74 sceneggiato da Coppola, una degna trasposizione: siamo abbastanza disincantati sul rapporto letteratura\cinema da non osare avanzare pretese di fedeltà. Più che di romanzo sciupato, vien da pensare ad un soggetto discutibilmente tradotto in via esecutiva: non si può fare di un romantico masnadiero come Gatsby una simpatica canaglia, tutta intercalari e giacche linde. L’ironia è una cosa, la parodia sfiorata ne è un’altra: chi è stato al cinema può testimoniare dei risolini a certe comparse improbabili di Di Caprio, ai “vecchio mio” sparati a mitraglia come colpi da gangster imbranato, o a scene come quella del primo appuntamento con Daisy a casa di Nick, con impeccabile giacca bagnata ed invasione floreale. I toni sono calibrati male, la love story si macchia di macchiettismo.


LUCI PER I SUOI OCCHI - E rumorose, dicevamo, sono le immagini. Se Il grande Gatsby di Baz Luhrmann, a fronte di queste insanibili dappocaggini, riesce appena a rendere digeribile la propria stucchevolezza, è perché il regista si mostra consapevole del dispositivo festaiolo, della propria visività colorata come una fotografia iper-satura, della propria ipercineticità da melodramma videoclippato. Il tema dello sguardo, ora eccitato, ora incapace di guardare davvero, attraversa tutta l’opera – aspetto peculiare del film, per una questione “semiotica”, rispetto al romanzo. Così, gli ambienti sembrano amplificare la personalità di Gatsby, costituirne una proiezione emotiva: per Nick, la casa del vicino è “enorme e incoerente”, proprio come la personalità – spiega – dello stesso proprietario; dopo l’amaro epilogo, a Nick New York appare ingrigita e tetra, anziché come un set metropolitano di avventure; Gatsby dice a Nick che quando c’è Daisy la sua casa, benché vuota, gli appare “splendente”, come non gli appare – se non allo sguardo superficiale, abbacinato da lustrini e faretti – durante le feste; Tom, marito distratto, "vede" la moglie solo quando sta per perderla. Si aggiunga che Nick viene definito da Tom “uno a cui piace solo guardare”, anziché agire – ed infatti, la sua è una testimonianza di fatti in cui è stato per lo più spettatore; e che sulla strada che diventa teatro dei uno degli eventi chiave del film, il garage dei Wilson, campeggia – inquadrato enfaticamente – il cartellone pubblicitario con gli occhi del dottor T. J. Eckleburg, oculista dimenticato.

Contraffatto, compiaciuto, neutro, inetto, lo sguardo è sempre presente. Gatsby che mira la lanterna verde sul pontile della casa di Daisy, che compra la casa di fronte all’amata per poterla vedere, in questo contesto filmico è il perfetto emblema dell'inseguitore di miraggi: fatua, l’illusione di fuggire con l’amata; fatua, la crescita economica fatta di speculazioni, che crollerà nel ’29 dando inizio alla Depressione; fatui anche i fiumi d’alcol, alla vigilia del Proibizionismo; fatuo persino l’amore di Daisy, passione riscaldata a breve termine, la cui sorte ricorda quella della cometa che per due volte Gatsby vede attraversare, nel cielo, la notte nerastra.

Bravi, certo, i vari artificieri – specie Carey Mulligan\Daisy, perfetta stella senza cielo, e Joel Edgerton\Tom, ex campione di polo e marito stallone molto attento alle “puledre”; più compassati, ma rispettosi dei ruoli, Di Caprio, titano formato Titanic, e Tobey Maguire, bravo ad essere di troppo, come i veri narratori. Ma Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann resta un fuoco d’artificio, o un artificio focoso, molto furbo nell’abbagliare (con) lo sguardo e nell’assordare con detonazioni di scena: smoke gets in your eyes, cantava una canzone degli anni '30, e questo fumo negli occhi, benché scotti ancora sulle palpebre tanto finto calore, svanisce in un istante, non appena chiude il Moulin Rouge della sala cinematografica.

Titolo originale: The Great Gatsby
Regia: Baz Luhrmann
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher, Jason Clarke, Adelaide Clemens, Elizabeth Debicki, Amitabh Bachchan, Callan McAuliffe
Origine: Australia/USA 2013
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Durata: 143'

Antonio Maiorino
Critico d'arte e di cinema
follow on Twitter