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Intervista ad Ahmad Bahrami, vincitore di Orizzonti a Venezia77: The Wasteland, operai senza colore

Per la rubrica UNCUT GEMS – diamanti grezzi, The Wasteland di Ahmad Bahrami: le interviste di Antonio Maiorino sui migliori film d’autore del cinema contemporaneo mondiale. Spesso, inediti (in Italia), non ancora “sgrezzati” dallo sguardo dello spettatore; spesso, autentici gioielli nascosti.

Ha vinto come miglior film nella sezione Orizzonti della 77esima Mostra internazionale d'arte cinematografica (2-12 settembre 2020): The Wasteland, del regista iraniano Ahmad Bahrami, ha convinto la giuria presieduta da Claire Denis con un film, verrebbe da dire, di vite senza orizzonte. Già, perché la classe operaia non sa dove andare. Ambientato nell’Iran interno, nella terra desolata, The Wasteland racconta la fase terminale di una fabbrica di mattoni, i cui operai si apprestano a essere congedati; prosegue, nel frattempo, la loro routine lavorativa, fatta di micro-conflitti, problemi di ogni sorta con cui assillare il boss, sopravvivenza isolata e alienante. Implacabile nel racconto – con incastri narrativi perfetti e una sequenza “chiave” ripetuta da diverse prospettive – ed esteticamente rigoroso – bianco e nero, piani sequenza strategici – The Wasteland è realizzato con tale confidenza autoriale da legittimare l’importante riconoscimento all’ultimo Festival di Venezia per Ahmad Bahrami.




LA TRAMA

Nella polvere della terra brulla, quel mattonificio, a volte, sembra una polveriera. La fabbrichetta dell’Iran remoto, con gli affari in pesante declino, vive ogni giorno la routine del lavoro manuale, iterato, a catena. Pesante è anche l’atmosfera, tra conflitti etnici, richieste economiche e pressing di ogni sorta al capo; che ascolta, asseconda, blandisce, promette, decide. Lo assiste Loftollah, il sorvegliante, tramite tra operai e boss: una vita in fabbrica e ora a malapena il tempo di sognare di andar via con Sarvar, la donna che ama. Anche perché la fabbrica sta per chiudere, dice il capo – visto che il cemento omnia vincit, e non è tempo di mattoni. Ma dove ricostruirsi la vita, quando non è facile immaginarsi (un) altrove?


PERCHÈ INNAMORARSI DI THE WASTELAND

Riprendendo con imperturbabile spietatezza in bianco e nero, abbracciando la reiterazione come espediente scenico per immergere in una routine alienante, visitando gli stessi luoghi cinematografici con lunghi piani sequenza, The Wasteland è un film affascinante per il distacco con cui racconta le vite della comunità degli operai del mattonificio: un piccolo dramma del grigiore, con molte sfumature di grigio –  una bega per ogni lavoratore – ed un respiro che dal soffocamento del micro-mondo evolve all’universalità di un racconto pregno di senso metaforico.


INTEVISTA AD AHMAD BAHRAMI

ANTONIO MAIORINO: col suo spiccato realismo, il cinema iraniano, almeno nelle sue espressioni più libere e brillanti, ci ha abituati a ritratti fortemente credibile della società contemporanea dell’Iran. Possiamo dire, però, che nonostante il proprio forte realismo, concentrandosi su di una comunità così piccola e chiusa, The Wasteland sembri piuttosto annullare certe coordinate spaziali e temporali e diventare una storia universale?

AHMAD BAHRAMI: esatto, è così. La storia del film riguarda lavoratori iraniani, anche se quanto si svolge nel film potrebbe succedere ad ogni lavoratore, ovunque, in ogni parte del mondo. Le difficoltà dei lavoratori e le sfide con i rispettivi capi non sono limitati all’Iran, per cui la storia di questo film può essere considerata la realtà della vita di tutti i lavoratori del mondo. Possiamo dire la stessa cosa per quanto riguarda la gestione del tempo nel mio film. Ci sono già precedenti dei tanti problemi dei lavoratori nel corso della storia, soprattutto quando il mondo è cambiato e si è spinto in direzione dell’industrializzazione. Di conseguenza, la maggior parte dei lavoratori riscontra problemi del genere e il film può essere considerato senza tempo.



A.M: una delle caratteristiche principali del tuo film è quella di ruotare attorno al discorso con cui il capo annuncia ai lavoratori la chiusura della fabbrica: lo rivediamo cinque volte, da diverse prospettive, seguito da diverse porzioni di storia. il tempo sembra essere smontabile e rimontabile come i mattoni della fabbrica. A quale effetto drammatico puntavi?

A.B: The Wasteland ha una forma ripetitiva, e lo si vede in varie parti del film. Per esempio, il discorso del capo che si ripete più e più volte, come dicevi. Ecco, per esempio, diamo uno sguardo anche alla location della nostra storia. È un posto che produce mattoni: hanno tutti la stessa forma e sono dello stesso materiale. O agli stessi dialoghi, che ruotano attorno a un perno e si ripetono cercando di ribadire la medesima domanda principale. Questa ripetitività si trasmette persino alla coreografia della macchina da presa, in cui la macchina parte da un punto stabilito e termina ritornando allo stesso punto. Penso che la forma e struttura ripetitive possano meglio rappresentare l’alienazione e rendere il senso della noia di quei lavoratori nella vita quotidiana.


A.M: possiamo affermare che The Wasteland è un contenitore di storie, quelle dei vari lavoratori e del capo. Rispetto agli altri personaggi, però, quello di Loftollah, l’aiutante del capo, sembra in grado di unificare le diverse prospettive attraverso il suo punto di vista. È in qualche modo lui il protagonista della storia, o in fin dei conti a essere protagonista è il mondo attorno a lui?

A.B: in questo tipo di film, non abbiamo esplicitamente un “protagonista”, quanto un “personaggio principale”. Loftollah, come personaggio principale, avverte il dovere di aiutare gli altri, ma non è così scontato se il suo aiuto risulti benefico per i lavoratori, o piuttosto li danneggi. Pertanto, Loftollah non è a tutti gli effetti il protagonista e in ultima istanza può prendere decisioni solo per sé stesso. In altre parole, è piuttosto l’atmosfera del film ad implicare in qualche modo chi sia l’eroe e chi l’anti-eroe o, per essere più specifici, chi ne sia l’Antagonista e chi ne sia il protagonista.


A.M: in un altro senso, il capo stesso è un elemento di unione tra le diverse storie e i vari personaggi. Lo vediamo spesso dietro la propria scrivania; è colui che ha il potere decisionale, ma propri a causa di questo potere, è colui che è destinato a sorbirsi sfoghi, lamentele, richieste. Diresti, allora, che in The Wasteland c’è un’opposizione forte tra capo e lavoratori, o dobbiamo concludere che la vita è dura per tutti, da entrambe i lati di quella scrivania?

A.B: sì: né i lavoratori né il capo si trovano in una buona situazione e la vita non è facile per nessuno di loro. Per lo più, sembrano intrappolati in una condizione sociale e storica. Non c’è un vero responsabile per tutti i conflitti; tanto il capo quanto i lavoratori stessi hanno interessi in gioco.  



A.M: girare in bianco e nero, come hai fatto per The Wasteland, è una scelta che impronta profondamente il film e va quindi fatta in fase di progettazione artistica. Alla fine del processo di realizzazione del film, cosa ti ha particolarmente soddisfatto di questa scelta? L’essere riuscito, a livello fotografico, a catturare i dettagli dell’ambiente naturale, le espressioni dei tuoi personaggi o cos’altro?

A.B: guardare al mondo in bianco e nero è una possibilità inventata filmando i negativi, e la storia di The Wasteland è un’opportunità fantastica per mostrare il mondo in bianco e nero, ma anche per aggiungerci del grigio. A causa della situazione riscontrabile nell’ambiente di questi lavoratori, entro queste catene che producono mattoni, ho deciso di fare un film in bianco e nero, perché ritengo che nelle loro vite non ci sia colore. E cionondimeno, a livello formale e strutturale creare armonia tra due colori è molto meglio che crearla tra tanti colori, e più piacevole.


A.M: in un mondo che appare così statico come quello di The Wasteland, l’utilizzo del piano sequenza sembra il più logico accompagnamento visivo e dinamico della macchina da presa ai fatti raccontati. In che modo l’uso così pervasivo del piano sequenza consente a te e allo spettatore di immergersi nel mondo filmico?

A.B: ricavare una sequenza con un’unica ripresa comporta alcuni aspetti importanti: prima di tutto, ottieni maggior senso di realismo; poi, la recitazione è più credibile perché non c’è taglio dell’azione; infine, il tempo degli eventi della vita reale coincide col tempo degli eventi filmici. In definitiva, il piano sequenza si avvicina di più alla vita di quanto si faccia di regola a livello cinematografico, e il film proiettato sullo schermo appare assai più simile alla vita vera.


A.M: una comunità che condivida stenti, lavoro e molto altro, dovrebbe avere un grado di coesione e solidarietà superiore rispetto a quella di The Wasteland. Nel tuo film, invece, vediamo esplodere diversi conflitti, come tra Ebrahim e Sharu per ragioni etniche (Sharu è curdo). Alla fine, secondo te, che cos’è che “wastes”, guasta, rovina le comunità, anche quelle più ampie, generando conflitti?

A.B: l’accettazione e il rispetto delle altre culture all’interno della società ci condurrà a una maggiore diversità culturale, a una migliore tolleranza nei confronti di credenze che non sono le nostre e financo a bandire la xenofobia. D’altro canto, se non ci abituiamo ad accettare di avere attorno persone con differenti etnie o razze e le rifiutiamo, questo non può che sfociare nel caos. Avere una società pacifica dipende dal grado di responsabilità dei singoli individui, verso loro stessi e verso gli altri. Può esistere un tipo di atteggiamento che non giudica gli altri anche quando le loro azioni o credenze sono discutibili.


SCHEDA DEL FILM

TITOLO ORIGINALE: Dashte khamoush
PAESE: Iran, 2020
GENERE: drammatico
DURATA: 102'
REGIA E SCENEGGIATURA: Ahmad Bahrami
CAST: Ali Bagheri, Farrokh Nemati, Mahdieh Nassaj, Majid Farhang, Touraj Alvand
FOTOGRAFIA: Masoud Amini Tirani
MONTAGGIO: Sara Yavari
COLONNA SONORA: Foad Ghahremani
PRODUZIONE: Saeed Bashiri
DISTRIBUZIONE: Persian Film Distribution


(immagini, fonte: Persian Film Distribution. Fotogrammi dal film The Wasteland)

Antonio Maiorino