ROMA, 20 MAGGIO 2013 - Quando il tessuto sociale cede e la cecità vera o presunta della finanza apre le porte alla criminalità organizzata, solo la cultura e l’esercizio della legalità costituiscono il vero argine al dilagare della non-cultura criminale. Santo Della Volpe sottolinea in questo incontro l’importanza dell’onestà intellettuale, della verità e della trasparenza come armi per contrastare la crescita nazionale e internazionale della ‘ndrangheta, paradigma delle mafie.[MORE]
Rapporto ‘ndrangheta e politica, perché sono sempre a braccetto?
Il problema, annoso in Italia, del rapporto tra organizzazioni mafiose e politica, dipende dal controllo del territorio da parte delle associazioni mafiose,tra le quali oggi una delle più potenti a livello mondiale, è la ‘ndrangheta. Se una organizzazione ha il controllo di chi abita in una certa zona, imponendo traffici criminali, distribuendo il lavoro ed il benessere (relativo perché sempre di briciole si tratta) assume anche il controllo dei pacchetti di voti di chi abita in quella zona. La ‘ndrangheta organizza il voto per un certo politico o un certo partito, offrendo migliaia di voti che controlla; quindi poi passa a raccogliere la contropartita, in termini di appalti, commesse, assunzioni, una volta che il tal politico viene eletto grazie ai suoi voti. Il problema è quello di rompere questa spirale: ma in molte zone d’Italia il voto non è libero. Si conteggiano i membri di una famiglia e poi si contano i voti espressi in quella zona per il politico che l’organizzazione criminale fa votare. Se il dato non coincide, scatta la rappresaglia. Se coincide, scatta il bonus. Per liberare il voto ci vuole una doppia operazione: bloccare le famiglie mafiose con arresti e presidio del territorio da parte delle forze di polizia e magistratura, colpendo i loro traffici e smantellando la catena che lega mafia e politica con arresti, sequestro dei beni, scioglimento delle amministrazioni comunali, provinciali o regionali corrotte. E’ poi importante una vera ribellione delle coscienze di chi vive in quei territori, dimostrando, alla luce del sole, che l’organizzazione del libero voto può sconfiggere la corruzione ed il voto controllato. Ma è poi necessario che appalti e lavoro siano liberi, che i giovani e le famiglie di quella zona possano accedere al lavoro,ai concorsi, all’occupazione senza dover ricorrere a raccomandazioni o appoggi politici. E soprattutto che il lavoro ci sia, che i servizi sociali siano efficienti, che la sanità funzioni, insomma che si possa avere speranza per il futuro. Altrimenti il controllo della vita delle persone e delle loro menti rischia di restare sempre nelle mani della criminalità.
Perché la criminalità organizzata al Nord è stata così a lungo sottovalutata?
Perché si è pensato, sbagliando, che mafia, camorra e ‘ndrangheta fossero legati alla cultura di certi territori, senza pensare che le organizzazioni criminali controllano i luoghi dove hanno radici, per poi espandersi là dove ci sono soldi ed affari. In più al Nord la cultura diffusa non ha capito, per anni, chi aveva di fronte, pensando che quei signori con tanti soldi, fossero imprenditori o commercianti o professionisti come altri, puliti. Sbagliando: perché in molte piazze finanziarie ed industriali si è pensato per troppi anni che “pecunia non olet”, cioè che non era importante sapere da dove venivano certi investimenti e valigette di soldi. Un errore cruciale che ha favorito non solo l’arrivo, ma anche il radicamento delle organizzazioni criminali al Nord,al punto che ormai molti di quei gruppi economico-finanziari si sono inseriti nell’economia legale.
La ‘ndrangheta è ancora la mafia invisibile?
Credo di no, ormai anche quel gruppo criminale è diventato permeabile: molti collaboratori di giustizia hanno cominciato a parlare, raccontando le ramificazioni della ‘ndrangheta che quindi comincia ad essere visibile. Quello che è inquietante è vedere comunque che vengono effettuati arresti in Colombia, a Medellin o Bogotà, proprio di personaggi della ‘ndrangheta che stavano mediando grandi acquisti di droga. Segno della loro potenza sulla piazza mondiale.
”La cultura è l’unica arma di riscatto”, la scritta in un palazzo di Scampia. È davvero così?
Sì, lo credo profondamente, perché anche se gli arresti dovessero disarticolare le mafie internazionali e nazionali, solo la Cultura, la consapevolezza di sé e delle proprie capacità, le menti aperte e curiose, l’arte della dialettica e della conoscenza, possono dare ai singoli, alle persone il coraggio di dire dei no e dei sì, per opporsi alla corruzione, ai sotterfugi ed alle scappatoie, alle richieste di favoritismi e di raccomandazioni, alle tangenti ed all’offerta di protezioni illegali. La Cultura ti rende forte: ma non può essere racchiusa solo nelle singole persone. La Cultura è forte quando diventa collettiva, diventa organizzazione del cambiamento e della resistenza antimafia, quando è piacere della vita e della libertà in solidarietà con altri. Questa,per altro, è la vera Politica con la P maiuscola.
A volte la ricerca della verità e della giustizia sembra una guerra persa in partenza. Come si vince lo scoramento? Cosa aiuta ad andare avanti?
Mi sembra di aver già risposto: solo la Cultura condivisa e l’organizzazione possono sconfiggere lo scoramento e l’indifferenza che ne consegue. Condividere i propri problemi significa parlare della verità e della giustizia, quando si è subìto un torto o avuto un danno e/o richiesta da parte delle organizzazioni mafiose, condividendo tutto questo con altri che hanno lo stesso problema e la stessa necessità di ricerca. Per questo sono importanti organizzazioni come Libera oppure SOS Impresa ed altre ancora che lottano contro le mafie, ma anche contro l’isolamento di chi si ribella al racket, alla corruzione,alle intimidazioni mafiose o alle estorsioni. Ed è poi importante saper indirizzare alla politica ed amministrazioni, le giuste richieste di Verità e Giustizia, senza perdere mai di vista l’interesse collettivo, coincidente con quello individuale.
Esiste una “deformazione professionale” del giornalista di prima linea, del cronista?
Non credo, perché il giornalista di prima linea è soprattutto un osservatore attento, che non si ferma di fonte alle prime difficoltà o ai primi risultati delle proprie inchieste, ma vuole approfondire, conoscere, andare in fondo per capire di più e dare più informazioni ai propri lettori o telespettatori. Se si vuole, la nostra deformazione professionale è la “curiosità”, il coraggio di non fermarsi di fronte alle prime inevitabili difficoltà di una inchiesta. E soprattutto l’occhio del cronista non deve mai distogliersi dai diritti delle persone e dai propri doveri di rispetto della verità; soprattutto se sono le persone di cui si occupa sono soggetti, in quel momento, più deboli di altri. Il nostro dovere è di essere rispettosi dei deboli e forti verso i poteri forti. Con quella indipendenza che dà anche il coraggio di fare sino in fondo il nostro lavoro. Ma per essere liberi nel nostro lavoro bisogna avere alle spalle un giornale, una redazione, una Tv o radio o sito Internet che appoggiano il lavoro del cronista,che non lo sfruttano salarialmente, rendendolo debole e solo di fronte alle persone ed ai poteri su cui indaga. Non credo che si possa chiedere di essere forti e liberi fino in fondo a chi guadagna 5 euro ad articolo, quando va bene e se viene pubblicato.
La scelta di certe professioni condiziona pesantemente la vita. La sua scelta professionale ha avuto ripercussioni sulla sua vita privata?
Si e no. Ha avuto ripercussioni positive perché mi ha fatto conoscere tante bellissime persone, compreso mia moglie che è giornalista come me, e tanti colleghi che mi hanno insegnato molto; sia del nostro mestiere che dei rapporti con le persone. Non mi ha condizionato perché ho cercato di essere me stesso, sempre: sotto le bombe in Iraq come nell’inchiesta sulla pesca nel Mediterraneo, tanto per fare due esempi lontani uno dall’altro. L’importante è mantenere l’onestà intellettuale e la ricerca della verità dei fatti, sapendo sempre che nel giornalismo l’obiettività assoluta non esiste. Ma che ci si può avvicinare, con molto lavoro e dedizione.
Alessandro Bertolucci e Giulia Farneti