Israele, aperta ambasciata USA a Gerusalemme. Il bilancio degli scontri: 60 morti e 2800 feriti

by Paolo Fernandes in Estero15/05/2018
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GERUSALEMME, 15 MAGGIO E’ raggiante Ivanka Trump, mentre scopre la targa simbolo dell’inaugurazione della nuova ambasciata statunitense in territorio israeliano, a Gerusalemme. Ad una manciata di chilometri dalla nuova sede della diplomazia di Washington, intanto, il terreno si macchia di sangue palestinese.

La popolazione di Gaza, furibonda per lo schiaffo subito dagli USA, si rovescia in massa a ridosso della barriera che la separa da Israele, lanciando sassi e bruciando pneumatici. La risposta dello stato ebraico è brutale: non solo lacrimogeni, ma anche proiettili. Veri. A fine giornata, quando Hamas manda gli autobus a raccogliere i palestinesi al confine per riportarli nelle proprie città, è salito a 60 il numero dei morti, mentre quello dei feriti si aggira intorno ai 2800. Tra di loro, anche una neonata: fatali, per lei, le inalazioni di gas lacrimogeno.

Se per gli Stati Uniti ed Israele quella di ieri è stata una giornata memorabile, altrettanto non può dirsi per (quasi) tutto il resto del mondo. Accanto alla delegazione americana guidata da Ivanka Trump e Jared Kushner, accolta con parole di giubilo da parte del premier Netanyahu (“Non abbiamo migliori amici al mondo che gli USA, grazie per aver avuto il coraggio di mantenere la promessa”), erano infatti presenti ben pochi rappresentanti di altri Paesi.

La condanna alla unilaterale decisione statunitense è arrivata all’unisono da tutte le principali potenze mondiali: l’Unione Europea (al netto di Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca), il Regno Unito, la Russia e la stessa ONU hanno infatti espresso il proprio dissenso per il trasferimento dell’ambasciata, ritenendolo una scelta azzardata e soprattutto in grado di minare irrimediabilmente un percorso di pacificazione già di per sè difficile.

Durissima è stata la reazione della Turchia: Ankara ha decretato tre giorni di lutto nazionale, mentre il presidente Erdogan ha definito Israele “uno Stato terrorista che sta compiendo un genocidio”. Anche l’Egitto ha condannato gli attacchi compiuti contro i civili palestinesi, parlando di “martiri” ed esprimendo il proprio “rifiuto categorico dell’uso della forza” unitamente all’ “appoggio totale ai diritti legittimi del popolo palestinese”.

In questo scenario di violenze e sangue, a guadagnarci è il movimento politico-religioso Hamas, storicamente poco propenso al compromesso. Proprio Hamas ha infatti diffuso volantini con le mappe dei villaggi israeliani di confine, con l’obiettivo (secondo Tel-Aviv) di infiltrare i manifestanti in territorio ebraico. Ma non è tutto. Anche il numero uno di al Quaeda, Ayman al-Zawahiri, è tornato ad invocare il jihad contro gli USA ed Israele, invitando tutti i musulmani a prendere le armi.

E intanto, mentre Israele e Gaza sono tornati una polveriera pronta ad esplodere, dagli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito come l’impegno americano per il raggiungimento di una soluzione di pace sia incessante, sottolineando inoltre la necessità di un accordo tra stato ebraico e Palestina sullo status da attribuire alla città di Gerusalemme, la quale, però,  resta “la capitale di Israele”.

Paolo Fernandes

Foto: ilsecoloxix.it