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RENDE (CS), 27-02-2012. Il nuovo appuntamento della prima Stagione del Teatro Auditorium Unical &egr...

RENDE (CS), 27-02-2012. Il nuovo appuntamento della prima Stagione del Teatro Auditorium Unical è con un grande classico della scena teatrale, L’Avaro, commedia in cinque atti scritta nel 1668 da Molière. La storia è nota: vi si racconta del vecchio taccagno Arpagone - nome divenuto paradigmatico nel tempo – il quale, pur di tenere per sé i suoi soldi, sceglie di far sposare al figlio una vedova molto ricca e alla figlia un marchese che, ricco anch’egli, aveva rinunciato alla dote di lei. Per sé vuole invece una ragazza, Marianna, bella e con molte virtù, seppure senza dote. Purtroppo di Marianna è anche innamorato il figlio Cleante, mentre la figlia Elisa è a sua volta innamorata del valletto Valerio, che ha perduto la famiglia in mare.


L'avaro visto a Rende è stato prodotto per il Teatro Stabile di Napoli e il Teatro Stabile delle Marche con la traduzione di Cesare Garboli da Arturo Cirillo, regista e interprete principale nel ruolo del protagonista. Cirillo (la cui carriera ha spaziato negli anni in ambiti diversi, radio televisione e cinema, e che è ormai un nome di punta della scena teatrale italiana) è affiancato da un cast particolarmente affiatato, formato da Michelangelo Dalisi, Monica Piseddu, Luciano Saltarelli, Antonella Romano, Salvatore Caruso, Sabrina Scuccimarra, Vincenzo Nemolato e Rosario Giglio, tutti importanti per la buona riuscita di uno spettacolo che molto deve anche all’intesa dei suoi interpreti.


Il regista-attore si muove sulla scena nei panni di un vecchio rinsecchito e arcigno, dai bianchi capelli arruffati e vestito di nero, l’unico dei personaggi caratterizzato nell’abbigliamento da un solo cupo colore, a indicarne l’inaridimento che l’ha portato ad allontanarsi da tutti i piaceri della vita (una nota di merito va riconosciuta ai convincenti costumi di Gianluca Falaschi). Arpagone è il padrone cui nulla e nessuno sfuggono, in un furore di possesso e di controllo che lo porta a soffocare chiunque vive nella sua stessa casa, a cominciare ovviamente dai figli, costretti sotto il suo giogo a reprimere ogni afflato di vitalità, in una triste lotta della vecchiaia contro la giovinezza, con quest’ultima destinata alla sconfitta – ricorda niente nell’Italia della gerontocrazia imperante? – prima che l’agnizione finale sciolga la vicenda facendola giungere all’atteso lieto fine. Eppure ciò che resta veramente nel cuore e nella mente degli spettatori è il tono cupo e quasi grottesco che ammanta l’opera e ne definisce i caratteri, le situazioni, gli eccessi.

Quello che immediatamente colpisce l’attenzione è la magnifica scenografia di Dario Gessati: lo spazio teatrale è dominato da tre grandi cornici che creano una prospettiva claustrofobica e tortuosa, accentuata dalle luci drammatiche di Badar Farok. I personaggi sono così imprigionati in uno spazio chiuso che tutti avvolge e stringe, quasi fossero nelle mura di un carcere, una fortezza, una cassaforte, tutti vittime di un uomo avaro ed egoista, sempre intento a osservare e spiare le mosse di chi lo circonda per curare esclusivamente i propri interessi, e che vampirizza ogni energia altrui. Eppure anche gli altri sembrano vivere, più che di vita propria, solo in funzione di questa estenuante lotta contro l’Avaro. Il quale rimarrà solo, per sempre legato alla preziosa cassetta contenente la sua ricchezza, sua autentica e riconosciuta “figlia”. Nella scena finale gli altri personaggi saranno distanti da Arpagone, si sposeranno e vivranno la loro vita, mentre il vecchio rimane legato a quella cassetta tanto da ficcarci dentro la testa, quasi che la ricchezza si possa respirare e vivere. Ma che faranno gli altri? Scrive Cirillo: “Quando l’operetta delle agnizioni li scioglie dal legame, loro, finalmente liberi dove andranno? Di cosa riempiranno ora le loro giornate senza più questo sottrattore di vita? Adesso gli toccherà viverla la vita, diventando Arpagoni loro stessi o magari liberandosi del cappio dell’avere, del possedere, di quello che oggi è il nostro esistere”.


Il prossimo appuntamento della prima stagione teatrale INCONTRIAMOCIATEATRO del Teatro Auditorium Unical sarà Sabato 3 e Domenica 4 Marzo con Compagnia Totò, scritto e diretto da Giancarlo Sepe, con Francesco Paolantoni e Giovanni Esposito. Info: http://www.teatrostabilecalabria.it, www.unical.it (Foto da www.teatrostabilecalabria.it).

Tommaso Spinelli
 

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