Cinquant'anni dopo il golpe argentino, il racconto sulle Madri di Plaza de Mayo di Daniela Padoan, presidente nazionale di "Libertà e Giustizia", ha trasformato una serata dedicata alla storia in una riflessione sulla memoria, sulla democrazia e sulla responsabilità di chi sceglie di non voltarsi dall'altra parte.
Prima dei saluti e degli interventi, nella sala è risuonata "Mothers of the Disappeared" degli U2 eseguita dalla band irlandese allo Stadio Nazionale di Santiago del Cile. Un momento di particolare intensità, con la musica che ha aiutato a creare lo spazio emotivo adatto per una storia tragica, ancora oggi difficile da comprendere e spiegare.
Sono ben conosciute, e purtroppo ancora attuali, le violenze che lasciano corpi, macerie, immagini e suoni impossibili da dimenticare. Ma esistono altre violenze che cercano, parimenti ad uccidere, di cancellare. Cancellare il corpo, il nome, la storia, perfino la possibilità che qualcuno possa continuare a domandare dove sia finita una persona.
La dittatura argentina fece della sparizione una delle proprie forme più terribili dell'abuso di potere. Il 24 marzo 1976 le forze armate rovesciarono il governo di Isabel Martínez de Perón e instaurarono il "Proceso de Reorganización Nacional".
Negli anni successivi migliaia di persone furono sequestrate, torturate e fatte sparire. La violenza veniva consumata lontano dagli occhi della società, nei luoghi clandestini della detenzione, mentre il linguaggio ufficiale provava a costruire intorno agli scomparsi una cortina di ambiguità, negazioni, eufemismi.
Non c'erano cadaveri nelle strade, ma aumentavano a dismisura le assenze, sempre più evidenti. Ed è proprio dentro quelle assenze che nacque una delle più straordinarie forme di resistenza civile del Novecento.
Le Madri di Plaza de Mayo cominciarono a cercare i propri figli nonostante lo Stato avesse deciso sistematicamente che ogni traccia di quei figli non dovesse più essere trovata. Il 30 aprile 1977 alcune di loro si riunirono per la prima volta nella Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada. Da allora, ogni giovedì, avrebbero continuato con i loro fazzoletti bianchi in testa a camminare intorno alla piazza, per aggirare i divieti di polizia contro le manifestazioni, trasformando il dolore privato in una domanda pubblica: "dove sono i nostri figli?"
E' da questa storia che ha preso le mosse a Follonica l'incontro organizzato dal circolo di "Libertà e Giustizia Maremma Grossetana" insieme alla sezione soci Unicoop di Follonica e Castiglione della Pescaia.
Con Daniela Padoan sono intervenuti Luciano Gianluca Calì, giornalista radiotelevisivo e presidente regionale di FIAP Toscana ("www.fiaptoscana.it"), la Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane fondata da Ferruccio Parri nel solco della tradizione laica, socialista ed azionista di Giustizia e Libertà e delle Brigate Matteotti, e Paolo Dolfi, da molti anni animatore delle iniziative culturali del circolo di "Libertà e Giustizia" che ha introdotto e moderato l'incontro. La partecipazione numerosa che ha affollato la sala Tirreno ha arricchito la serata di un significato ulteriore, perché quando una comunità si riunisce per parlare di una storia apparentemente lontana, probabilmente quella storia non è poi così lontana.
Il merito dell'evento è stato anche quello di restituire alle Madri una dimensione che un racconto puramente storico avrebbe rischiato di smarrire. Non si trattava infatti di raccontare soltanto le madri dei desaparecidos, ma di raccontare come quelle donne, attraverso la ricerca dei propri figli, abbiano progressivamente scoperto di essere diventate altro, ovvero una coscienza collettiva, una presenza capace di costringere il mondo a guardare attraverso la "socializzazione della maternità" ciò che la dittatura avrebbe voluto mantenere nascosto.
Perché ad un certo punto le Madri smisero di portare in piazza solo la fotografia e il nome del proprio caro. Quei volti e quei nomi appartenevano ormai ad una storia più grande, ogni figlio scomparso era il figlio di tutte. Il dolore aveva trasformato la maternità, per sua natura individuale, in esperienza collettiva e solidarietà autentica, perché ogni perdita rappresentava la violenza e l'ingiustizia sofferta dall'intera comunità argentina.
Daniela Padoan e Luciano Calì, dopo aver ricordato l'utilizzo dell'habeas corpus che leva giudiziaria destinata a proteggere gli scomparsi da una detenzione illegittima finì per divenire la prima fonte di documentazione della repressione militare, hanno quindi portato la riflessione sulla progressiva compressione dei diritti civili e sociali evidente anche nel tempo presente, richiamando in particolare la condizione della stampa italiana bersagliata dal fenomeno delle querele bavaglio, vere e proprie azioni intimidatorie condotte nei confronti dei giornalisti e di chi svolge attività di informazione. Un fenomeno in crescita nonostante il varo della normativa europea contro le cosiddette SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation), al momento rimasta lettera morta a causa del mancato recepimento da parte dell'Italia, relegata ormai al cinquantaseiesimo posto nel World Press Freedom Index pubblicato da Reporter Senza Frontiere (RSF).
In questo percorso ha trovato opportuna collocazione anche la figura di Sandro Pertini ricordata da Luciano G. Calì - che in Maremma è anche portavoce dell'associazione nazionale "Giuristi Democratici", storicamente impegnata nella difesa della stato di diritto - per la significativa coincidenza tra la data dell'incontro di Follonica, avvenuto il 25 settembre, e il 130º anniversario della nascita di uno dei più amati inquilini del Quirinale, il presidente partigiano cantato da Toto Cutugno al Festival di Sanremo del 1983.
Il legame tra Pertini e la vicenda argentina rappresenta una delle pagine più significative e coraggiose della posizione italiana di fronte alla dittatura. Proprio nell'aprile 1983, dopo la pubblicazione del "Documento Final" da parte della Giunta militare, l'allora Presidente della Repubblica reagì con parole durissime, denunciando pubblicamente il cinismo con cui il regime pretendeva di derubricare la vicenda dei desaparecidos.
Due anni più tardi, l'11 marzo 1985, durante la sua visita ufficiale in Argentina, Sandro Pertini volle incontrare a Buenos Aires le Madri di Plaza de Mayo. Non si trattò di un semplice incontro di carattere istituzionale. Per un uomo che aveva conosciuto la persecuzione politica, il carcere fascista e la Resistenza, incontrare quelle donne rappresentò infatti il riconoscimento nella loro battaglia di una richiesta universale di libertà, di democrazia e di dignità davanti ai soprusi del potere e dei regimi totalitari, di ogni tempo e latitudine.