MILANO, 27 APRILE - Il confronto in casa Pd tra i candidati alla segreteria, andato in onda su Sky Tg24, non può inevitabilmente ignorare la presenza di un vero e proprio passo indietro (inteso, in senso politico) rispetto al passato e ad un clima odierno profondamente rinnovato. Già, perché se le primarie del Partito Democratico si erano qualche anno fa rivelate come aspetto rivoluzionario della politica nostrana (e punto di forza del Pd), oggi esse rischiano invece di azzoppare sia il loro stesso valore che quello dei candidati in campo.[MORE]
Non si può non partire infatti dal significativo incipit che tocca forse il personaggio più atteso, dopo le dimissioni ed i silenzi di riflessione: «Tutto ciò che è sopra il milione va bene». Parole e musica di Matteo Renzi, evidente segnale di ridimensionamento del renzismo all’interno del Paese ma non all’interno del Pd, per le ragioni che si diranno. Non è un caso assistere al gioco al ribasso dell’ex premier, ben consapevole delle difficoltà di un partito che ha bisogno di ritrovarsi dopo la drammatica scissione.
Le primarie del 2012 e quelle del 2013 avevano consegnato al panorama politico di allora la rivelazione di un Pd ben compatto e funzionante, nonostante la consueta girandola di correnti presenti. E la partecipazione aveva visto ben altro entusiasmo sociale, il che è(ra) testimoniato non solo da impressioni ed analisi politiche ma da significativi dati che Renzi e gli altri candidati evidentemente ritengono di non avere più tra le mani, poiché probabilmente non raggiungibili domenica.
La (già) famosa ‘frase del milione’ rappresenta forse quella concreta presa di coscienza nell’aver perso il polso del Paese, oltre che la bussola per mezzo della (nascente) parolina magica ‘rottamazione’, ormai arenatasi nella ‘palude’ (altro vocabolo carissimo all’ex premier) istituzionale instauratasi a dicembre. Una palude che ha tuttavia rilevato come il Paese possa essere in grado di andare avanti. Con o senza l’ex premier. Ne è consapevole lo stesso Renzi, tormentato da un dualismo ormai percepito con il sobrio ed istituzionale Gentiloni, tanto da affrettarsi ad affermare che il vincitore delle primarie «sarà anche candidato premier». Con tanti saluti anche agli scissionisti e alla proposta ulivista (in costruzione) dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia.
Certo, il confronto di ieri rileva tuttavia un altro paradosso: se il renzismo arranca con riferimento alla situazione politica generale del Paese, lo stesso non può dirsi della forza dell’ex premier all’interno del partito. Perché non sarà più il Renzi di un tempo ma non si ravvedono pericoli in vista di domenica, date le impalpabili candidature di Emiliano e Orlando, che hanno dimostrato le proprie pecche comunicative e di coinvolgimento elettorale.
Da una parte il governatore pugliese, la cui estraneità alla partita è risultata particolarmente evidente: «Non sono riuscito a far sapere agli italiani che io posso cambiare la storia e il Pd. Ci provo stasera». Dichiarazioni che lasciano perplessi se non altro per le tempistiche, al netto delle difficoltà per una campagna elettorale limitata dall’infortunio di qualche settimana fa. Tempistiche ormai sempre più strette e che non potranno rovesciare una situazione sempre più indirizzata verso la riconferma dell’ex segretario.
Dall’altra parte si è assistito ad un Orlando ordinato e composto, ma spesso imbarazzato dalla necessità di doversi immedesimare nelle vesti dello spettacolo e della tv. Il Guardasigilli ha incontrato tratti di difficoltà soprattutto negli affondi renziani su appoggi berlusconiani e fiscal compact, nonostante abbia ampiamente offerto un quadro completo della propria esperienza politica e del proprio evidente credo, derivante dalla giovanile fede e militanza nel Pci che fu. Orlando ha risentito appunto di un luogo a lui estraneo, nel quale Renzi è invece risultato spesso a suo agio nonostante lo smalto non sia più quello di un tempo.
Pesa peraltro un format limitante e tutt’altro che chiarificatore, oltre che incapace di delineare forse una adeguata ripartizione di temi che non possono essere limitati al minutaggio, ai fini di un quadro completo. Ieri si è potuto constatare tutto ciò che fa bene a questa attuale politica post-ideologica: parlare di fine vita sì, di aborto ed obiezione di coscienza certo, di privilegi della Chiesa pure. Ma ad una condizione: lo si faccia per un minuto. E poi ancora un minuto ed infine un altro.
E via così, sino alla dimenticanza e alla eterna (in)comprensione di una politica ormai degradata a battuta piuttosto che a concetto, spogliata di un reale confronto politico, a vantaggio di tasti verdi o blu sul telecomando o tweet liberatori e senza contraddittorio. Quello vero. Quel mancato contraddittorio che avrà forse tenuto in piedi l’ex premier rispetto alla non abitualità al contesto degli avversari, ma che difficilmente potrà esimerlo da una seria analisi politica in caso di scarno risultato partecipativo nella (delicatissima) giornata politica di domenica. Ci sarà tempo di fare i conti. E soprattutto, di capire se quel milione farà davvero bene al Pd e al Paese.
foto da: panorama.it
Cosimo Cataleta