PALERMO, 23 MAGGIO 2013 - «Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto». Così diceva Giovanni Falcone nel libro “Cose di Cosa Nostra”, un testo articolato in una serie di interviste, rilasciate dallo stesso giudice alla giornalista Marcelle Padovani, e che furono raccolte tra il marzo e il giugno del 1991, ovvero appena un anno prima della sua morte. Chissà, oggi, quanto sarebbe felicemente stupito, Giovanni Falcone, nel vedere come tale intenzione si sia estesa a più categorie e sia diventata per i giovani siciliani, e non solo per loro, un instancabile impegno quotidiano.[MORE]
Un impegno fondato sulla ferma volontà di non cedere alla cultura del compromesso mafioso, una condizione, quest’ultima, che si intreccia fortemente con l’èthos di una popolazione, quale quella siciliana, che nel passato si è mostrata fin troppo rassegnata all’incedere delle nefaste dinamiche di Cosa Nostra. Nella sua intelligente quanto lungimirante analisi del fenomeno mafioso, Giovanni Falcone, invece, non nascondeva e non perdeva mai la speranza di formare e costituire delle nuove coscienze. Una speranza che passando dal sacrificio della sua stessa vita è diventata, col tempo, concreta realtà. Ed è così che, da anni, ci sono semplici cittadini capaci di portare avanti le sue pragmatiche idee di legalità, di uguaglianza nonché di sviluppo culturale, sociale ed economico. Con queste premesse abbiamo incontrato Giovanni Pagano che dall’ottobre del 2012 è il coordinatore di “Libera Palermo”, il gruppo associativo palermitano che appartiene a quell’immenso coordinamento nazionale che è “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”.
Da coordinatore di “Libera Palermo” e da giovane palermitano cosa significa e quale valore ha per lei la commemorazione della Strage di Capaci?
Per la mia età rappresenta certamente un momento che ha segnato profondamente la mia infanzia. Avevo otto anni, ma ricordo perfettamente come è mutato il clima in città, le catene umane, l’arrivo dell’esercito, le prime occasioni di studio a scuola quando Antonino Caponnetto venne ad incontrare alcune classi dell’istituto che frequentavo, ed indubbiamente la carica emotiva di quell’anno terribile ha cambiato in gran parte questa città. Il valore che ricopre oggi lo racchiuderei nel momento in cui, per il minuto di silenzio, vengono letti i nomi delle vittime di mafia, tra i quali quelli di Dicillo, Montinaro e Schifani. Per molto tempo anche io ho avuto la pessima abitudine di parlare genericamente di “Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta”, contribuendo involontariamente ad uno degli atti peggiori che possiamo compiere nell’esercizio della memoria, cioè la privazione del nome. Per questa ragione Libera ritiene fondamentale praticare un esercizio di memoria compiuta, ricordando tutti i nomi di tutte le vittime di tutte le mafie fin qui conosciuti ed impegnandosi a raccoglierne altri dimenticati.
Una delle grandi intuizioni investigative di Giovanni Falcone, per combattere la mafia, fu quella di seguire i movimenti dei grandi flussi di denaro sporco, operati dai boss di Cosa Nostra, ponendo così particolare attenzione alla dimensione economica e finanziaria dell’organizzazione criminale. Il lavoro e l’esempio del giudice palermitano, assieme a quelli di Paolo Borsellino, di Pio La Torre e del gen. Dalla Chiesa, sono stati senza dubbio utile ed importante contributo per la costituzione della legge di iniziativa popolare n.109 del 1996 che regolamenta sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Per statuto una delle finalità precipue di “Libera” è promuovere l’applicazione di tale legge. Può spiegarci, per quanto possibile, come “Libera Palermo” ha operato ed opera nel territorio e nella gestione dei beni confiscati?
Spesso, per cattiva informazione, alcuni immaginano "Libera" come il soggetto deputato alla gestione dei beni confiscati. Non è assolutamente così, siamo una associazione molto impegnata su questo tema ma ben distinti dagli organismi istituzionali, in primis l’Agenzia Nazionale ed i Comuni, deputati a svolgere un ruolo fondamentale. A Palermo la nostra sede sociale è ospitata in un bene confiscato. Un recente studio della Diocesi ha censito 33 associazioni che utilizzano un bene confiscato come sede perseguendo le proprie finalità statutarie. “La Bottega dei Saperi e dei sapori”, nella centralissima piazza Castelnuovo, rappresenta un luogo costantemente accessibile a tutti i cittadini, dove ospitiamo incontri con scolaresche, presentazioni di volumi, conferenze e altre iniziative di carattere culturale, mentre nel territorio della provincia di Palermo operano quattro cooperative aderenti al progetto “Libera Terra” ed impegnate nella gestione di beni e terreni confiscati. Ma la vera sfida che ci vede costantemente impegnati è la costruzione di una capillare rete tra i soggetti operanti su beni confiscati per stimolare un ricco confronto e migliorare il know how delle associazioni e delle cooperative sociali che si spenderanno in tal senso nel futuro.
A tal proposito, nella legge 109/96 risulta essere essenziale l’esclusiva disponibilità di affidare il bene confiscato alle cooperative sociali, alle associazioni o comunque ad enti che rappresentano la collettività. Ciò ha permesso di realizzare in numerose zone del territorio italiano delle vere e proprie realtà produttive. “Libera” ne è un esempio concreto. Sono tanti, infatti, i prodotti che provengono dalle coltivazioni delle terre confiscate alle mafie e che vengono immessi in commercio col marchio “Libera Terra”. Il vostro operare non è, dunque, una semplice gestione, ma significa ottimizzare al meglio le qualità di un bene che è simbolo di un riscatto sia sociale che economico. Ma quali sono le difficoltà organizzative contro le quali vi imbattete? E quante sono, nonostante tutto, le resistenze territoriali che incontrate?
Nel tempo abbiamo assistito ad un progressivo miglioramento delle “condizioni ambientali”, sarebbe sufficiente mettere a paragone nel territorio dell’alto Belice il numero di candidature pervenuto per il bando pubblico di costituzione della cooperativa Placido Rizzotto, una trentina, e quelle pervenute per la cooperativa Pio La Torre otto anni dopo, oltre trecento. Sono dati che parlano da soli. Tuttavia non vanno sottovalutati i problemi, in particolare i tempi lunghissimi che trascorrono dal momento del sequestro alla confisca definitiva e successivamente all’assegnazione, come anche il tema delle ipoteche e delle proprietà indivise che troppo spesso bloccano l’iter in un vero e proprio vicolo cieco.
Anche per tali ragioni il vostro agire ha di frequente come primi interlocutori il mondo istituzionale e politico. Percepite da loro una reale e concreta vicinanza?
Credo sia un errore fare di tutta l’erba un fascio, il rischio che si corre quando si colpevolizza in maniera indiscriminata una intera categoria è involontariamente di assolverla in toto. Esistono istituzioni e politici più sensibili di altri, questo è normale. Certamente il momento difficile che sta vivendo la nostra società, l’esigenza che le istituzioni hanno di liberare risorse possono rappresentare il terreno fertile per un ritrovato impegno sui temi per i quali Libera si batte. Se in Italia si riuscisse a recuperare al patrimonio dello Stato l’ammontare dei proventi delle mafie, della corruzione e dell’evasione fiscale avremmo dimezzato il nostro debito pubblico. Certamente non dobbiamo considerare la politica onnicomprensiva del sistema delle istituzioni. Esistono tantissimi operatori delle forze dell’ordine e del comparto giustizia che quotidianamente compiono il loro dovere in silenzio e spesso tra mille difficoltà, credo che sia la società ad avere il dovere di far percepire loro una vicinanza reale e concreta.
Durante le ultime elezioni politiche il coordinamento regionale di “Libera Sicilia” ha indetto una campagna dal nome “Riparte il Futuro”. Qui si chiedeva ai deputati e senatori siciliani eletti di sottoscrivere un «impegno contro la corruzione attraverso la modifica, entro i primi cento giorni di attività parlamentare, della norma sullo scambio elettorale politico-mafioso». Il risultato non è stato rassicurante. Se non erro, infatti, tra i 52 deputati e i 25 senatori siciliani eletti soltanto 15 di loro hanno aderito. Da cosa dipende, a suo avviso, tanta refrattarietà? E quanto è grave?
La campagna era a carattere nazionale ed in tutta Italia ha registrato un successo straordinario coinvolgendo, in un quadro parecchio parcellizzato, tante forze politiche tra loro contrapposte. Vorrei assumere questo dato e giudicare il parlamento dai provvedimenti che sapranno effettivamente produrre, indipendentemente dalla provenienza territoriale dei sostenitori. Certamente sarebbe stato un bel segnale se avessero aderito 77 parlamentari siciliani su 77, ma anche nei prossimi mesi ci riproponiamo di mantenere alta l’attenzione e costruire un ponte di dialogo costante per esercitare la pressione che ci viene dal consenso raccolto da Riparte il Futuro.
È consolidata abitudine, purtroppo, fare della parola “antimafia” un uso del tutto incoerente, al punto da fare scadere il suo significato in vuota retorica e sterile demagogia. Cosa significa, secondo lei, fare dell’antimafia un impegno di vita concreto?
Molto semplicemente cercare di orientare i propri comportamenti per perseguire l’obiettivo della giustizia sociale. Non esiste antimafia senza giustizia sociale, come non può esistere legalità senza sviluppo economico. Ad esempio quando una azienda confiscata alla mafia fallisce ed i lavoratori incolpevoli perdono il proprio posto di lavoro è una delle più grandi sconfitte del movimento antimafia, credo che proprio questo tema rappresenti una nuova frontiera su cui concentrare parecchie energie.
Sull’argomento mafia, oggi, i giovani siciliani non sono di certo impreparati. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio sono state dei crocevia che hanno segnato in maniera indelebile la storia della Sicilia, diventando dei punti di non ritorno ben impressi nelle menti delle nuove generazioni. Ma quanto è necessario ancora fare per perpetuare ed accrescere tra i giovani la cultura della legalità? E come agisce “Libera Palermo” in tal senso?
Credo che le nostre sfide principali siano tre: la prima è il mantenimento della memoria anche precedente alle stragi di Capaci e via D’Amelio, perché il progresso della Sicilia lo si deve ad un movimento antimafia costante che al suo interno conta vittime troppo spesso dimenticate o sconosciute. Dalla strage di Portella, all’uccisione dei sindacalisti che guidavano la lotta per la terra, ai delitti politici e di alti esponenti dello Stato, è una lunga storia che ha prodotto importanti risultati segnando duramente la memoria di questa terra, nostro compito è mantenerla viva costantemente. La seconda è la costruzione di una coscienza antimafiosa davvero consapevole; oggi nelle scuole viene fatto un lavoro educativo straordinario e genericamente le giovani generazioni, in una superficiale divisione del mondo in buoni e cattivi, sentono di essere antimafiosi. Tuttavia non è semplice praticare quotidianamente anche nei piccoli gesti quanto si dichiara, dal pagamento del posteggiatore abusivo alle più piccole influenze della mentalità mafiosa nella quotidianità. La terza sfida è provare, per quanto possibile, a stimolare coscienza critica e capacità di giudizio che porti i giovani ad essere intransigenti non contro la politica ma contro quei politici che lo meritano, non contro lo Stato ma contro le sue espressioni deviate. Non era forse espressione dello Stato l’avvocato Giorgio Ambrosoli? Non lo erano Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Gaetano Costa, Boris Giuliano, Beppe Montana, Ninni Cassarà? E non erano espressione della classe politica anche Mattarella e La Torre? Come ho detto prima, far di tutta l’erba un fascio può essere un istinto irrefrenabile ma è certamente una operazione intellettuale che non ci aiuta nel tentativo di capire davvero le cose.
Ringraziandola per la sua gentile quanto gradita disponibilità, un ultima domanda. Il nome “Libera. Associazioni, nomi e numeri” è denso di significati. Al di là del richiamo al valore della libertà, appare evidente l’importanza che si ripone nell’imprescindibile necessità di un riscontro pratico nella lotta alle mafie e che si riflette in più modi. Oltre a quelli già evidenziati, un altro importante aspetto è la vicinanza ed il supporto che “Libera” dimostra sempre nei confronti dei familiari delle vittime di mafia. Ma, allo stesso tempo, quanta forza trasmettono queste famiglie a chi, come lei, è responsabile di un’associazione contro le mafie?
I familiari rappresentano il più bel tesoro nel forziere delle emozioni che Libera regala ai suoi militanti. Essere al fianco di persone che hanno visto la propria vita cambiare in maniera così traumatica ed hanno scelto di reagire con una energia eccezionale e con una forza educativa dirompente ci mostra un modello da tener sempre presente nell’azione dell’associazione.
(Immagine da blogsicilia.it)
Giovanni Maria Elia