Libia: intervento di terra o stallo

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TRIPOLI, 20 GIUGNO – La situazione libica sembra essersi paralizzata da ormai diversi giorni. Lo stallo vede Bengasi e la Cirenaica sotto il controllo dei ribelli, mentre a Tripoli Gheddafi resiste al comando e non ha intenzione di arrendersi. Le forze degli insorti sono poco organizzate, deboli e soprattutto senza gli adeguati aiuti che, invece, dovrebbero giungere dalla comunità internazionale.[MORE]


È difficile pensare che gli alleati, realmente, credano basti la no-fly zone oppure i raid aerei rafforzati da costanti pressioni diplomatiche per rovesciare uno tra i più fanatici dittatori del mondo arabo. Mentre i ribelli hanno una ridotta capacità di fuoco ed una ovvia disorganizzazione, le milizie fedeli al rais e le unità regolari, altrettanto ovviamente si infiltrano nelle città in modo tale da rendere impossibile un loro attacco dal cielo. Gli insorti non hanno né la forza né le capacità militari per cacciare Gheddafi, di conseguenza o si accetta che il conflitto prosegua ancora a lungo o, se il Colonnello non si decide ad arrendersi, rimane una sola possibilità: eliminarlo.
 

Ovviamente non è la soluzione più democratica né tantomeno augurabile. Vedere il dittatore libico giudicato per crimini contro l’umanità sarebbe certo più giusto ma anche più gratificante rispetto ad una sua morte da “martire”. Ma davanti ad una guerra civile del genere, in cui la comunità internazionale ha deciso senza alcun indugio di intervenire, in cui non esiste una Nazione, in cui gli insorti non sono organizzati né tantomeno costituiscono un fronte coscientemente unitario, bisogna necessariamente aprire gli occhi e prendere in considerazione anche le ipotesi più estreme. Che piaccia o meno da un punto di vista morale, l’uccisione di Gheddafi potrebbe provocare la fine della guerra civile o per lo meno potrebbe aiutare a fermare lo spargimento di sangue. Ma anche, e soprattutto, in questo caso l’ombrello aereo sulla Libia non è sufficiente.
 

Bisogna però ricordarsi che siamo di fronte a ciò che non è definito “guerra” bensì “intervento militare a protezione della popolazione civile”. Di conseguenza la no-fly zone appare, erroneamente, all’opinione pubblica qualcosa in meno di un atto di guerra. E si sa bene come l’Occidente sia sempre molto attento all’utilizzo esatto delle parole e ad un linguaggio “politically correct”. Inoltre un intervento più sostenuto o più azzardato, come potrebbe essere un intervento di terra, causerebbe malumori in diversi Stati che ora partecipano all’intervento Nato. Negli stessi Stati Uniti un gruppo bipartisan di parlamentari ha presentato di recente una causa contro il presidente Obama, sostenendo che le operazioni militari in Libia sono “illegali” perché non hanno ottenuto l’approvazione del Congresso. Solo grazie al fatto che questo intervento si esplichi nella sua forma più attenuata, il presidente americano è riuscito a scavalcare il problema. “Le operazioni non comportano combattimenti sostenuti o scambi di fuoco con forze ostili, né l’uso di truppe di terra statunitensi”. Ciò è quanto si legge nel dossier inviato dalla Casa Bianca al Congresso.
Ma la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu non vieta un intervento di terra. Proibisce solo di “occupare” il territorio libico, ma consente “ogni mezzo” per proteggere i civili. E se i raid aerei si rivelassero insufficienti a rovesciare il regime, allora non resterebbe che l’ipotesi di un intervento terrestre. Oppure abbandonare le operazioni iniziate decidendo di non sacrificare i propri soldati per una guerra altrui. Solo se si riuscisse ad eliminare il Rais politicamente, o se i suoi stessi collaboratori lo tradissero, oppure se casualmente Gheddafi venisse colpito in un raid, allora si riuscirebbe a dare una svolta a questa situazione la quale, altrimenti, rischierebbe di paralizzarsi in una situazione che sarebbe destabilizzate per tutta l’area magrebina. Ciò non sarebbe accettabile, non solo per motivi umanitari, ma anche per una questione di sicurezza del mediterraneo e di approvvigionamento di risorse indispensabili nonché di un ovvio aumento del flusso migratorio. Qualche mese fa John McCreary, uno dei commentatori americani più ascoltati sulle questioni di sicurezza, si era schierato per un’opzione di un singolo attacco risolutivo per distruggere gli aerei e gli elicotteri di Gheddafi quando ancora sono a terra. “Il principio di fondo è che se non ci sono più aerei in grado di volare, allora la no-fly zone è assicurata automaticamente, senza bisogno di andare a colpire batterie antiaeree, installazioni radar e i soldati che comandano missili anti aerei”, ha sostenuto McCreary aggiungendo “il mio non è un suggerimento, è un lampo di ovvietà”. Altri esponenti politici si sono azzardati ad esprimere l’ipotesi di fornire armi ai ribelli. Ma probabilmente troppa è la paura di non sapere chi c’è dall’altra parte di Gheddafi. Il Colonnello, per quanto assolutamente poco democratico e alquanto irriverente, era già conosciuto, con i suoi pro e contro, dall’intera comunità internazionale che sapeva chi aveva di fronte. In questo caso, invece, non si ha ben chiara la costituzione del fronte dei ribelli, che potrebbero essere giovani istruiti mossi dal desiderio di democrazia e diritti, tribù disomogenee ed imprevedibili, estremisti islamici e chi più ne ha più ne metta. Di certo la costruzione del nemico, tipico strumento di potere delle democrazie occidentali, aiuta la riluttanza verso ogni forma di ignoto o di diverso.
 

Mentre i leader dei maggiori Paesi occidentali rassicurano i propri cittadini che mai un’azione militare via terra sarà realizzata, iniziano però, per lo meno, a parlarne rompendo il recedente “tabù”. I tempi necessari a costituire e addestrare un esercito della Cirenaica non sono compatibili con la necessità Occidentale di chiudere in tempi brevi un conflitto che genera instabilità e minaccia di comportare costi finanziari difficili da giustificare, specie in tempo di crisi. I ribelli hanno sempre affermato di non volere truppe straniere sul suolo libico ma lo stesso consiglio che guida l’insurrezione a Bengasi ha ammesso che, nonostante l’intervento aereo Nato, le forze del Colonnello resistono e potrebbero quindi cambiare opinione su una eventuale presenza straniera sul campo di guerra libico. Alla necessità di un intervento terrestre per soccorrere le città ribelli assediate dalle truppe di Gheddafi si aggiungerebbe la possibilità di dare il colpo di grazia al Colonnello e prendere Tripoli.
 

L’intervento terrestre è azzardato, difficile e di certo non ben visto poiché, sì ridurrebbe di molto la possibilità di vittime civili, ma esporrebbe i fanti alleati agli attacchi delle unità regolari e delle milizie di Gheddafi. E forse a fare gli eroi con i propri soldati, non tutti sono disposti. È lecito però chiedersi quali fossero le aspettative delle potenze della Nato, non appena hanno deciso di intraprendere questa nuova crociata per la democrazia.
 

Filomena Maria Fittipaldi

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Scritto da Filomena Fittipaldi

Giornalista di InfoOggi

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