L'esperto risponde

Lo stupro di gruppo dell'informazione giudiziaria ai tempi di Facebook

Piombino, 10 febbraio 2012 Essere indagati, vale a dire “sospettati” di stupro, non equivale ad esserne riconosciuti colpevoli. Il giudice può senz’altro valutare e disporre che per gli indagati si debbano aprire le porte del carcere, o degli arresti domiciliari. Ma per l’appunto deve esservi una libera valutazione del giudice caso per caso, non un’acritica, automatica applicazione della misura più pesante in assoluto senza considerare il caso specifico. Se vi sarà condanna dopo il processo, evitare il carcere potrà essere l’eccezione, non la regola, perché il reato è di quelli obiettivamente più gravi, e su questo “non ci piove”. Ma ciò non potrà avvenire prima della sentenza di condanna.

Principi piuttosto lineari, quasi scontati alla luce di quanto viene previsto dalla Costituzione in materia di libertà personale. Tra l’altro, nel diritto italiano le sentenze, anche quelle della suprema Corte di Cassazione, non sono vincolanti per gli altri giudici, costituiscono solo un “precedente” cui in genere si cerca di attenersi, ma non perché vi sia un obbligo specifico. Tutto chiaro dunque? Macchè…[MORE]

Dopo una sentenza della Cassazione che si limitava a prendere atto di questi principi, si è scatenata una bagarre decisamente sproporzionata rispetto alla reale portata del provvedimento. La rete ed i social nerwork si sono rapidamente trasformati in questo caso in una cassa di risonanza di ...disinformazione di massa, con link, post, gruppi e quant’altro che “lapidavano” virtualmente giudici e sentenza. Immotivatamente, c’è da dire, perché in questo caso i magistrati non erano usciti di senno, sentenziando l’insentenziabile, ma avevano semplicemente applicato una norma decisamente più “innocua” di quanto sia stata erroneamente percepita, per “sentito dire” .

Ciò è la riprova che spesso si finisce con il prendere acriticamente atto di una “voce", talvolta poco più che una “leggenda metropolitana” e la si fa propria condendola di considerazioni e commenti, che a loro volta si arricchiscono facilmente in rete di altri elementi spesso frutto di creatività ma non di obiettività. Due gocce di veleno, un pizzico di faziosità ideologica e il cocktail disinformativo è bell’e servito. Una vera e propria violenza – di gruppo- all’obiettività dell’informazione.

 
Raffaele Basile
 

foto liberamente tratta dal web