Lollobrigida, un ministro della Repubblica non può trasformare l'arresto di un uomo in una rivincita politica
di Antonello Talerico - Componente Segreteria Regionale Forza italia calabria
Sono un uomo liberale, di area moderata. Non condivido molte delle posizioni ideologiche e politiche della sinistra italiana, ma ritengo che la credibilità di una persona, prima ancora che di un esponente politico, si misuri nella capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, indipendentemente dalle appartenenze. E da cittadino, oltre che da giurista, considero profondamente vergognosa l'uscita pubblica del ministro Francesco Lollobrigida sull'arresto del sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi.
Ho ascoltato attentamente il video diffuso dal ministro, rimanendo sinceramente sconcertato non soltanto dalle parole pronunciate, ma soprattutto dalla scelta di registrare un filmato per rivendicare, quasi con soddisfazione, di avere avuto ragione in una precedente polemica politica.
Non siamo davanti a un cittadino che commenta impulsivamente una notizia sui social. Siamo davanti a un ministro della Repubblica italiana, che dovrebbe conoscere il peso delle proprie dichiarazioni e la responsabilità istituzionale che deriva dal ruolo ricoperto.
Lollobrigida ricorda che Stasi, difendendo gli agricoltori dalle accuse di possibili infiltrazioni criminali, aveva provocatoriamente dichiarato che, se gli agricoltori fossero stati considerati delinquenti, si sarebbero costituiti tutti. Il ministro osserva che non ce n'è stato bisogno, perché ad arrestare Stasi hanno provveduto i Carabinieri del ROS. Poi augura agli arrestati di poter provare la propria innocenza e conclude rivendicando di avere avuto ragione.
È questo il livello al quale può scendere il confronto politico e istituzionale?
Un uomo è stato arrestato nell'ambito di un'indagine per fatti gravissimi, sui quali sarà la magistratura ad accertare eventuali responsabilità. Se colpevole, ne risponderà senza sconti. Ma siamo ancora nella fase cautelare, non davanti a una condanna definitiva. E un ministro, proprio perché tale, dovrebbe avere la prudenza di non trasformare un provvedimento giudiziario in una sentenza politica anticipata.
Ancora più sorprendente è l'augurio rivolto agli arrestati di dimostrare la loro innocenza. Nel nostro ordinamento, ministro, è l'accusa che deve dimostrare la colpevolezza, non il cittadino che deve provare di essere innocente. Non è una sottigliezza giuridica: è una garanzia fondamentale, che chi esercita funzioni di Governo dovrebbe conoscere e rispettare.
Ma c'è un aspetto ancora più inquietante. Quale collegamento esiste tra un presunto accordo elettorale politico-mafioso, relativo alle elezioni amministrative del 2024, e le manifestazioni degli agricoltori dell'ottobre 2026?
Anche qualora le accuse nei confronti di Stasi fossero confermate, questo non dimostrerebbe automaticamente che le proteste degli agricoltori siano state infiltrate dalla criminalità organizzata. Sono fatti diversi, responsabilità diverse, questioni che richiedono accertamenti distinti. Utilizzare l'arresto di un sindaco per sostenere di avere avuto ragione sulle manifestazioni significa compiere un salto logico che un rappresentante delle istituzioni dovrebbe evitare.
La lotta alla 'ndrangheta è una cosa troppo seria per essere trasformata in uno strumento di rivalsa politica.
E soprattutto, mentre il ministro trova il tempo di realizzare questo video, gli agricoltori continuano a chiedere risposte.
Ho letto numerosissimi commenti pubblicati sotto il suo intervento. Al netto delle espressioni offensive, che non condivido, emerge una contestazione ricorrente e molto concreta: perché tanto interesse per l'arresto di Stasi e così poca attenzione, secondo i manifestanti, alle loro difficoltà?
C'è un agricoltore che racconta di lavorare giorno e notte, ma di coltivare ormai soltanto debiti e povertà. C'è chi chiede al ministro di occuparsi del potere della grande distribuzione organizzata, dei prezzi imposti ai produttori e dei margini sempre più ridotti delle aziende agricole. Chi domanda quali risultati abbiano prodotto gli interventi governativi. Chi contesta il mancato confronto con i manifestanti arrivati a Roma.
E non parliamo di problemi immaginari. In Calabria gli agricoltori denunciano rincari del carburante, dei fertilizzanti e dell'energia, mentre il prezzo riconosciuto ai produttori spesso non consente di coprire adeguatamente i costi.
Sono queste le questioni sulle quali un ministro dell'Agricoltura dovrebbe concentrare la propria iniziativa politica, spiegando quali riforme intende realizzare e quali risultati concreti siano stati raggiunti.
Un provvedimento cautelare contro un sindaco non riduce il costo del gasolio, non risolve l'indebitamento delle imprese e non restituisce redditività a chi lavora la terra.
Un uomo delle istituzioni, pur essendo politicamente distante da Stasi, dovrebbe richiamare il rispetto della presunzione di innocenza. Una dimostrazione di come si possa essere avversari senza trasformare le vicende giudiziarie in occasioni di rivalsa.
Non intendo difendere Stasi né anticipare alcun giudizio sulla sua posizione. Difendo il diritto di ogni cittadino, anche del mio più distante avversario politico, a essere giudicato nelle sedi competenti, senza essere sottoposto a una condanna mediatica preventiva alimentata da chi rappresenta lo Stato.
E difendo il diritto degli agricoltori a non vedere le proprie rivendicazioni oscurate da polemiche che nulla risolvono delle loro difficoltà.
C'è infine una domanda che vorrei rivolgere direttamente al ministro.
Se Stasi dovesse essere assolto, chi gli restituirà la reputazione compromessa da dichiarazioni pubbliche di questa portata? E se invece dovesse essere condannato, in che modo quella condanna dimostrerebbe che il ministro aveva ragione sulle proteste degli agricoltori?
In entrambi i casi, la risposta è la stessa: nessuna vicenda giudiziaria può sostituire le responsabilità della politica.
Da liberale e da giurista considero dunque questa uscita pubblica politicamente indecorosa e istituzionalmente inaccettabile. Perché proviene da un ministro della Repubblica.
La differenza tra un uomo delle istituzioni e un qualsiasi commentatore da social dovrebbe consistere proprio nella capacità di misurare le parole, rispettare i ruoli e comprendere che l'esercizio del potere impone responsabilità, non conferisce il diritto di trasformare le disgrazie giudiziarie degli avversari in vittorie personali.
Un ministro dovrebbe preoccuparsi di avere ragione nelle politiche che realizza, non negli arresti che commenta.
Giorgio Almirante, Aldo Moro, Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira e tante altre figure di spessore non si sono mai espressi in questi termini. La politica oggi è scaduta. Troppo.