Il calcio brasiliano sta vivendo una svolta significativa nei rapporti con l’industria delle scommesse. Nella Serie A 2026 del Brasileirão soltanto 12 club su 20 hanno uno sponsor master proveniente dal mondo delle bets, contro i 18 della stagione precedente. Una contrazione netta, accompagnata dalla decisione di sei squadre di rinunciare a un main sponsor di settore, tra cui Vasco da Gama, Grêmio, Internacional, Coritiba, Bahia e Santos. Si tratta di un cambio di passo per uno sport che nel paese verdeoro ha sempre avuto un legame strettissimo con gli investimenti pubblicitari.
Riforma 2025 e tassazione: perché le bets riducono il calcio
Le ragioni sono in larga parte regolatorie ed economiche. A gennaio 2025 è entrato pienamente in vigore il quadro normativo previsto dalla legge PL 2626/2023, firmata da Lula a fine 2023, che ha imposto una tassazione del 12% sui ricavi lordi al netto dei premi pagati, l’identificazione facciale obbligatoria dei giocatori e il divieto di utilizzare i depositi non ancora giocati a fini pubblicitari.
Secondo le rilevazioni di mercato, le sponsorizzazioni delle bets in Serie A sarebbero calate del 28% rispetto al 2025. Un trend che si inserisce in una più ampia revisione globale, simile per logica a quanto fa in Italia l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, unico ente concessorio del gioco legale.
Lula: “Gioco sfrenato”, il settore replica
Sul fronte politico, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha rilanciato la sua linea critica: “Non è possibile continuare con questo gioco sfrenato in questo paese”, ha dichiarato, aggiungendo che se dipendesse solo da lui chiuderebbe tutte le agenzie di scommesse. A fine 2025 il governo è riuscito a far approvare un aumento graduale della tassa fino al 15% a partire dal 2028, mentre il presidente ha richiamato il ruolo di supervisione della Banca centrale sul comparto.
Il settore regolamentato, attraverso le sue principali sigle, ha respinto le richieste di un divieto generalizzato: una mossa del genere, sostengono gli operatori, spingerebbe milioni di scommettitori verso piattaforme illegali, riducendo al tempo stesso il gettito fiscale dello Stato.
Legale contro illegale: il modello italiano come riferimento
È proprio sul confine tra mercato regolato e mercato nero che si gioca la partita più delicata. Le piattaforme autorizzate dispongono di strumenti come limiti di deposito, controlli temporali e funzioni di autoesclusione, garanzie che il settore brasiliano definisce assenti nei mercati illegali. Una contrapposizione che il modello italiano conosce bene: tutti i siti legali in Italia, come sottolinea Arianna Venegoni di Sitiscommesse, devono disporre di concessione ADM, ed è solo a quella condizione che può offrire scommesse e gioco a distanza ai cittadini.
Tra le tutele previste dal sistema italiano figurano il Registro Unico degli Autoesclusi, i limiti di deposito personalizzabili, l’app istituzionale “Gioco Sicuro” e il divieto pressoché totale di pubblicità del gioco, elementi che disegnano un perimetro di tutela del giocatore che il dibattito brasiliano oggi rivendica come argine al mercato nero.
Diversificazione e contesto internazionale
Davanti al nuovo contesto, le bets brasiliane stanno diversificando gli investimenti: meno calcio di vertice, più sport secondari, eventi statali, partnership con il retail (che nei campionati statali del 2026 raddoppierà la propria presenza). Il Brasile, però, va in controtendenza rispetto ad altri grandi mercati: in Premier League, dove gli sponsor di scommesse occupano oggi circa il 55% degli spazi sulle maglie, scatterà dalla stagione 2026/27 il divieto totale di sponsorizzazioni master da parte dei bookmaker. Un movimento che interessa l’intero panorama del calcio internazionaleinteressa l’intero panorama del calcio internazionale e che spinge anche i club brasiliani più ricchi (Flamengo in testa, con un contratto record da 268 milioni di reais l’anno con Betano) a interrogarsi sulla sostenibilità di lungo periodo del modello.
Un equilibrio ancora da trovare
Il caso brasiliano racconta un paradosso: un governo che da un lato regolamenta e tassa le scommesse, dall’altro ne mette in discussione l’esistenza stessa. Il settore, appena uscito dalla regolarizzazione, si trova così a difendere proprio quella riforma che ha contribuito a ridurne i margini, contrapponendo i propri standard alle insidie del mercato illegale. Il confronto con l’Italia (dove tutela del giocatore, gettito erariale e contrasto all’abusivismo coesistono dentro un unico perimetro concessorio) mostra come la strada del divieto sia spesso meno efficace di quella della regolazione rigorosa.