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Maxi operazione contro le infiltrazioni mafiose nella ricostruzione post sisma nelle Marche

Redazione
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Maxi operazione contro le infiltrazioni mafiose nella ricostruzione post sisma nelle Marche
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Un'importante operazione della Guardia di Finanza di Ancona ha portato alla luce un sistema illecito che coinvolge appalti per la ricostruzione privata dopo il terremoto del 2016 nelle Marche. Su delega della Direzione Distrettuale Antimafia, i finanzieri hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Ancona lo scorso 12 ottobre. Otto gli indagati finiti in carcere, cinque quelli sottoposti a interrogatorio preventivo, mentre sono state sequestrate tre società e beni per un valore superiore a 57 milioni di euro. Contestualmente, oltre 50 perquisizioni sono state effettuate in diverse province italiane, da Ancona a Roma, da Napoli a Reggio Calabria, coinvolgendo pubblici ufficiali, professionisti e imprenditori.

Le indagini e i legami con la 'ndrangheta

L'indagine, coordinata dalla DDA di Ancona e dalla Direzione Nazionale Antimafia, si è articolata in tre filoni principali. Il primo ha preso le mosse dalla figura di V.C., imprenditore edile attivo nelle Marche dagli anni '90, ritenuto collegato ad ambienti della 'ndrangheta calabrese, in particolare alle cosche Avignone di Taurianova, Crea di Rizziconi e Cittanova. Le sue società sono state utilizzate per fornire manodopera nei cantieri della ricostruzione e per un sistema di fatture false per circa 8 milioni di euro, con retrocessione di contanti e trasferimento di denaro verso esponenti delle cosche reggine. Il GIP ha riconosciuto l'aggravante dell'articolo 416-bis.1 del codice penale per aver agevolato associazioni mafiose, contestando anche frode fiscale e bancarotta fraudolenta.

Il secondo filone: truffa aggravata ai danni dello Stato

Il secondo filone riguarda un articolato sistema di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640-bis c.p.). Al centro, la figura di E.C., imprenditore marchigiano che, secondo gli inquirenti, avrebbe ottenuto una posizione dominante nel settore della ricostruzione grazie a una rete di subappalti a imprese riconducibili a prestanome e a soggetti legati alla criminalità organizzata. Le indagini hanno evidenziato come E.C. abbia intrattenuto rapporti con V.C. e con imprese campane formalmente intestate a prestanome ma riconducibili a G.D. e R.D., contigui al clan dei Casalesi, fazione Zagaria. Attraverso l'interposizione soggettiva, queste imprese avrebbero eluso i controlli antimafia e ottenuto l'iscrizione all'Anagrafe Antimafia degli esecutori, prevista dal decreto legge 189/2016. Il GIP ha contestato anche l'aggravante mafiosa per aver favorito l'infiltrazione del clan nel tessuto economico marchigiano. L'ammontare complessivo delle risorse pubbliche indebitamente allocate è stimato in circa 200 milioni di euro, con un profitto di circa 39 milioni per la società appaltatrice e 18 milioni per le subappaltatrici.

Il terzo filone: corruzione e appalti pilotati

Un terzo filone investigativo ha fatto emergere un sistema di corruzione legato a finanziamenti pubblici nei settori della sanità e dell'edilizia universitaria, con il coinvolgimento di enti come la Regione Marche, l'ERDIS Marche e l'Università di Camerino. Gli inquirenti hanno individuato un comitato d'affari composto da A.C., A.E., F.P. e altri soggetti, che avrebbe orientato gare e veicolato finanziamenti in cambio di tangenti. In particolare, F.P., ex alto funzionario della Regione Marche, avrebbe ricevuto 105.000 euro in denaro e utilità per favorire procedure amministrative. Tra gli episodi contestati, l'acquisto da parte di ERDIS Marche di un ex monastero a Macerata per oltre 3,3 milioni di euro, poi ristrutturato con fondi pubblici per circa 12 milioni e appaltato a E.C., che a sua volta lo avrebbe subappaltato a V.C. e ad altre imprese. Il valore complessivo delle procedure oggetto di illecito supera i 150 milioni di euro.

L'operazione ha così disvelato un intreccio tra imprenditoria, politica e criminalità organizzata che ha sfruttato le ingenti risorse della ricostruzione post terremoto, mettendo a rischio la legalità e la sicurezza nei cantieri delle Marche.


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