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Metti la nonna in freezer, i registi Fontana e Stasi: "ridere di tutto, ma con eleganza"

Campania

Lui (Fabio De Luigi) è un incorruttibile finanziere, impacciato di suo, ancora più goffo quando s'innamora. Lei (Miriam Leone) è una giovane restauratrice che campa della pensione della nonna. Il problema: la nonna suddetta (Barbara Bouchet) smette di campare, e la nipote pensa bene di farne una nonna surgelata per continuare ad incassare la pensione. Solo per qualche mese, perchè la morte è dura - la vita anche, a modo suo, in tempi di crisi. Questa la storia di Metti una nonna in freezer che i materani Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi raccontano, a partire da una sceneggiatura d'autore (Fabio Bonifacci), esordendo sul grande schermo dopo gavetta di qualità tra web e tv. Ma soprattutto: col problema di scongelare il genere della commedia nera, che in Italia conosce pochissimi precedenti (Crimen di Monicelli e Che fine ha fatto Totò Baby? con Totò, tra i pochissimi). Li abbiamo intervistati, in una chiacchierata lunga e cinefila.

ANTONIO MAIORINO
: avete lavorato sulla sceneggiatura di un veterano del settore, Fabio Bonifacci. In che modo questa scrittura ha saputo suggestionarvi ed ispirare la vostra visione filmica?

GIANCARLO FONTANA: ci siamo trovati bene a lavorare su questa sceneggiatura perché veniamo dalla satira, abbiamo fatto un percorso lungo io e Giuseppe, iniziato dal web, e continuato sulla televisione, come grandi del passato – Monicelli su tutti – analizzando in maniera ironica la realtà che ci circonda, la triste realtà italiana. Questo film parla di una situazione molto complicata, parla di precariato, di gente che cerca di sbarcare il lunario, che è costretta ad ingannare lo Stato proprio perché viene truffata essa stessa dallo Stato.

GIUSEPPE STASI: c’era dunque questa possibilità di raccontare con una commedia questa situazione e l’abbiamo colta al balzo perché veniamo da un percorso molto affine a quello delineato dalla sceneggiatura e crediamo che si possa fare ironia su tutto, anche su una nonna messa in un freezer, cosa che in Italia normalmente non viene fatta. Abbiamo quindi apprezzato questa ironia ed il tentativo della produzione di fare un film diverso pieno di riferimenti alla realtà che viviamo ma con tinte black che risultano insolite in Italia.

A.M: che il film sia una black comedy, è l’aspetto che ha colpito maggiormente in sede di presentazione di Metti una nonna in freezer. Genere insolito in Italia, più confacente a certo humour anglosassone o d’oltralpe. Ma l’humour non si può copiare… siete stati costretti a trovare un Italian way alla black comedy: in che modo?

G.F: non so se possiamo ergerci a coloro i quali dettano le regole per un modo di girare, non siamo noi in questo momento a poter dire come girare una commedia nera, ma possiamo dirti come noi abbiamo girato la nostra, e sarà il pubblico a decidere se piace o non piace. Ci siamo approcciati in una maniera diversa dal solito nel senso che è una commedia e quindi dobbiamo far ridere, ma non si ricerca la battuta facile o volgare, forzatamente messa in bocca all’attore. La nostra è una comicità di situazione, realizzata dal montaggio, dai suoni, dai costumi, dalle ambientazioni: è tutto questo che rende il film comico. Il black, poi, è dato anche dalla colonna sonora, che non è la classica colonna sonora che potremmo trovare in un film italiano. Non ci sono archi od orchestre, ci sono elementi materici, grande oscurità ma anche tratti di luce evidente.

G.S: il nostro approccio è stato questo: cercare di raccontare la storia di un cadavere messo in un congelatore, ma con eleganza, senza indugiare su dettagli macabri, senza essere trash, raccontare il tutto con una impronta più British, quasi come se non fosse una commedia.

A.M: tutto è curatissimo in Metti la nonna in freezer. La gestazione del film, raccontavate, è stata d’altronde piuttosto lunga: come mai?

G.S: la parte più complicata è stata il casting. Il film ha in effetti una gestazione lunga, ma soprattutto una lunga pre-produzione. Quando siamo partiti, però, siamo partiti a razzo. Abbiamo fatto tanti provini perché abbiamo dovuto inizialmente corteggiare Fabio che non era disponibile. Ci siamo allora concentrati sul ruolo femminile, visionando moltissime attrici per poi rimanere folgorati dalla bravura di Miriam Leone. Il problema è che avendo Miriam, non avevamo però ancora Fabio. Quando abbiamo convinto Fabio, che ha accettato con grande entusiasmo, Miriam non c’era più perché aveva iniziato a lavorare per una serie di progetti molto lunghi. Abbiamo dovuto quindi aspettare un anno per avere il cast che volevamo. È stato un periodo complicato ma non abbiamo mai perso la speranza. Altre fasi della lavorazione lunghe e complesse non ci sono state. Abbiamo avuto sette settimane di lavorazione, dopodiché ci sono stati il montaggio e la post-produzione, che però sono filati in fretta senza intoppi. [MORE]

A.M: a proposito di casting, avete a più ripreso dato ad intendere che De Luigi per voi era un investimento sicuro, tagliato per il ruolo. Miriam Leone appariva invece più come una sfida. Perché “investimento sicuro” De Luigi e “sfida” la Leone?

G.F: De Luigi è un investimento sicuro perché fa parte della storia del cinema recente italiano, tra televisione e mondo dello spettacolo ci ha fatto innamorare con i suoi personaggi meravigliosi a Mai Dire Gol. Siamo cresciuti con lui, con personaggi come Olmo o l’Ingegner Cane: per noi anche solo conoscerlo e stare al suo fianco è stato un onore. Al cinema, poi, ha partecipato a molte commedie di successo, è un punto fermo della commedia italiana. Quando lui ha detto di sì con entusiasmo, noi siamo stati ancora più entusiasti: sapevamo che era un colpo vincente! Miriam era una scommessa non perché non fosse brava, conoscevamo la sua bravura, piuttosto perché veniva da ruoli drammatici. Come spesso accade, tuttavia, chi fa ruoli drammatici può essere un grande comico e viceversa. Abbiamo conosciuto una persona solare e vivace, come dice Lucia Ocone, “matta come un cavallo”! La sua follia è la sua genialità.

G.S: le abbiamo dato fiducia, ma così come d’altronde lei l’ha data a noi, perché noi siamo semi-esordienti e lei si è fidata delle nostre indicazioni. Eravamo certi che funzionasse in una commedia, in una parte in cui deve fare un po’ di tutto: deve imbruttirsi, fare la vecchia, fare l’attentato ad inizio film, correre, fare gag slapstick, far innamorare, fingersi innamorata… c’è tutto quello che un attrice vuole e deve fare.

A.M: eppure c’è anche chi ha osservato, in sede di critica, che i due non sarebbero del tutto assortiti…

G.F: onestamente non so che dire. Penso che siano un tandem perfetto: belli da vedere, perché esteticamente una coppia “figa”, interessante, entrambe belli e bravi. Non saprei rispondere a questa critica.

A.M: oltre alla solida formazione cinematografica di base, alludevate alla vostra esperienza sul web. Siete in questo senso rappresentativi di una generazione che non può non confrontarsi con queste forme di comunicazione, spesso tangenti al cinema. Cosa avete portato sul grande schermo che sia ascrivibile all’esperienza del web?

G.S: rispetto ad altri nostri colleghi, non ci definiamo youtuber perché non abbiamo un’esperienza lunga, ma abbiamo sfruttato Youtube come se fosse un curriculum. Per noi Youtube è stata una vetrina, abbiamo fatto uno o due video solo per il web e ci hanno consentito di entrare nel mondo del lavoro: avevamo mandato curricula ad aziende senza ricevere risposta, poi siamo stati chiamati dalle stesse aziende solo per aver fatto questi video. È stato un rodaggio per poi finire a lavorare in televisione. Noi crediamo che internet ed il linguaggio di internet sia dinamico, fresco, veloce rispetto al passato: deve intrattenere e colpire lo spettatore, ormai non abbiamo più tempo di vedere cose lunghe, il messaggio deve concentrarsi in pochi secondi o minuti di video. Questa caratteristica l’abbiamo presa dal web: una regia dinamica, un dinamismo che si estende anche al montaggio, anche se su questo aspetto abbiamo per lo più riferimenti cinematografici – il cinema di Scorsese, Guy Ritchie, Edgar Wright, che sono maestri nelle carrellate e nei movimenti di macchina.

A.M: Giancarlo in particolare è accreditato come montatore, ma è facile immaginare anche su questo un lavoro di squadra.

G.F: il montaggio è stato deciso a priori: molte delle cose che si vedono sono state programmate in fase di preparazione, gli stacchi sono stati quasi tutti story-boardati. Soprattutto Giuseppe ha lavorato molto con lo story-board e questo è stato un vantaggio perché ci ha fatto arrivare sul set preparati, tutta la troupe sapeva quello che doveva fare, e nel caso in cui ci fossero stati problemi – ritardi, imprevisti… accade sempre! – da montatore sapevo già cosa tagliare, a cosa rinunciare, perché il montaggio viene fatto in testa in tempo reale. Penso che alla fine guardando il film, si capisca che è un film pensato e montato da prima: è il vantaggio di avere regista e montatore in un’unica figura.

A.M: in tema di cadaveri, continuiamo con la nostra dissezione del film. Nelle meticolose scenografie di Paki Meduri, sapreste indicare una “genialata”, qualcosa che vi ha colpito in fase di realizzazione del film?

G.F: gli interni, la casa della nonna sono dei capolavori di architettura. Certo, la casa era già sostanzialmente così e forse sarebbe banale indicare l’arredo come punto di forza della scenografia. Allora ti dico una chicca, una cosa di cui ci siamo accorti mentre montavamo il file in 6k: all’interno del camper di Augusto – l’amante della nonna, che viene a cercarla, interpretato da Eros Pagni – in un’inquadratura abbiamo scovato il numeretto che si prende alle poste. Questa è una genialata incredibile perché ti fa vedere l’attenzione per i dettagli: l’anziano signore che prima di venire a fare la piazzata davanti a casa di Claudia (Miriam Leone) è passato alle poste e conserva il tagliandino nel camper. Questo ti fa capire che genio è Paki Meduri.

A.M: anche la fotografia di Valerio Azzali contribuisce, più che all’abito visivo, al mood del film.

G.S: Valerio è stato un grandissimo professionista, non aveva mai fatto commedia ed a noi piaceva proprio per questo. Non volevamo la solita fotografia rassicurante della commedia, quella fotografia pulita dai colori naturali. Nonostante si parlasse di una nonna in un congelatore, non volevamo un look freddo, ma qualcosa di saturo e caldo, come appunto calda è la provincia, la campagna, calde sono le sonorità country di questo film. Tutto è virato verso il giallo, il rosso. Valerio è stato contentissimo di abbracciare questa idea. Tra i riferimenti fotografici che gli abbiamo mostrato c’era Ladykillers, ma poi lui ci ha portato delle reference che ci hanno fatto innamorare della sua fotografia. Rappresenta benissimo il film.

A.M: domanda da cinefili. Il vostro film è uscito in tempi di David di Donatello. Qualcuno di voi due si vuole sbilanciare sul film italiano dell’anno?

G.F: a me è piaciuto un film italiano che ho visto lavorando proprio con Valerio, lui ci ha suggerito questo film a cui aveva collaborato e l’abbiamo trovato meraviglioso. L’abbiamo amato anche se non ha ricevuto nessuna candidatura. Si chiama Amori che non sanno stare al mondo, della Comencini. È un film che meritava molto di più, avrei dato un David a Lucia Mascino senza nemmeno candidarla.

A.M: ed a proposito di cinema italiano, sembra respirarsi un’atmosfera di riapertura della cinematografia nazionale verso il cinema di genere, che tanta parte aveva avuto nella nostra gloriosa storia – c’è anche Barbara Bouchet nel vostro film… – ma che per decenni è stato accantonato come per un blackout collettivo. Da giovani che partecipano attivamente al panorama, in che direzione si muove il cinema italiano?

G.S: avvertiamo un grande senso di rinnovamento, sembra quasi che i tempi siano maturi per fare finalmente in Italia qualcosa che nel resto del mondo viene fatto da anni: sperimentare generi diversi, horror, thriller, crime, action, fantascienza, tutte cose che in America ma anche nel resto d’Europa vengono fatte, ma in Italia no. In questo periodo che dicevi di blackout, è sembrato che in Italia sapessimo fare solo commedie o film drammatici, se non film comici, ma di una comicità facile. Negli ultimi anni il grande successo di Smetto quando voglio, Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il vento, ha fatto sì che i produttori si accorgessero di ventenni e di trentenni, nerd che erano cresciuti con le videocassette e con i film guardati in televisione imparandone a memoria le battute. È una cultura cinematografica basata sulle immagini, che consente di spaziare tra diversi generi cinematografici.

G.F: effettivamente credo che i produttori si siano accorti che la commedia classica non funziona più, o meglio, che sia necessario stuzzicare un pubblico sempre più esigente ed abituato a vedere film spettacolari che lo sorprendano, un pubblico che vada scosso dall’apatia. Gli esempi che citavo prima sono significativi del fatto che la commedia in Italia è ora contaminata da altri generi, ed è quello che è avvenuto nel nostro caso.

A.M: in tema di giovani rampanti e di rinnovamento, dai tempi del vostro film per la tv Amore oggi, fino a Metti la nonna in freezer, su che strada si stanno incamminando Stasi e Fontana?

G.F: chi lo sa cosa ci riserverà il futuro! Siamo pieni di idee e stiamo cercando di capire quale sia il migliore, di capire quale strada percorrere. Sicuramente è un percorso fatto di cinema di qualità. Prodotti di qualità, non banali, con una ricercatezza che vorremmo conservare anche nei progetti futuri. Non importa se i film siano scritti da noi o da altri, l’importante è approcciarci al film nel modo giusto, senza sottovalutare fotografia, montaggio, messa in scena, recitazione, costumi, scenografie.

G.S: questo è quello che vogliamo fare, non buttare tutto in una dimensione del già visto e dello scontato: sorprendere, fare del cinema nuovo, diverso, osare, avere audacia. Il genere lo decideremo di volta in volta, tanto più che oggi c’è la possibilità di sperimentare di più rispetto al passato.

REGIA: Giancarlo Fontana, Giuseppe G. Stasi
CAST: Fabio de Luigi, Miriam Leone, Eros Pagni, Barbara Bouchet, Marina Rocco, Susy Laude, Lucia Ocone
SCENEGGIATURA: Fabio Bonifacci
FOTOGRAFIA: Valerio Azzali
MONTAGGIO: Giancarlo Fontana
MUSICHE: Francesco Cerasi
PRODUZIONE: Indigo Film

 

(FOTO, nell'immagine principale: dettaglio del manifesto promozionale di Metti la nonna in freezer; all'interno, Miriam Leone e Fabio De Luigi in una scena del film; Fontana & Stasi in un'immagine dal set, fonte 01 Distribution)

Antonio Maiorino