Durante la Milano Fashion Week, l’artista trasforma gli spazi della Galleria Glauco Cavaciuti Arte in
un’opera urbana di quasi venti metri. Migliaia di farfalle gialle raccontano libertà, spiritualità e il
bisogno di tornare a guardare oltre le distrazioni contemporanee.
MILANO — Nel flusso incessante di immagini che accompagna la Milano Fashion Week, Cupydo
sceglie un simbolo piccolo, fragile e apparentemente innocuo per occupare lo spazio urbano: una
farfalla gialla. La ripete però migliaia di volte, fino a trasformarla in una presenza impossibile da
ignorare.
È questo il cuore dell’ultima azione dell’artista, realizzata in collaborazione con la Galleria Glauco
Cavaciuti Arte, nel centro di Milano. Sei grandi teli neri, per uno sviluppo complessivo di quasi venti
metri, sono diventati il terreno di un intervento performativo durante il quale Cupydo, con il suo ormai
riconoscibile passamontagna giallo, ha impresso una moltitudine di farfalle.
Il risultato è una sorta di invasione: una costellazione irregolare di segni, colature e impronte che
modifica la percezione della facciata e accompagna lo sguardo lungo l’intero intervento.
BE FREE.
Due parole contro le gabbie contemporanee
“Essere liberi” potrebbe sembrare un messaggio elementare. Nell’opera di Cupydo diventa invece il
punto di partenza per una riflessione più ampia.
La libertà alla quale fa riferimento l’artista non è soltanto quella fisica. È libertà di pensiero, libertà
creativa, capacità di sottrarsi ai condizionamenti e possibilità di conservare una propria identità in un
mondo che continuamente suggerisce cosa desiderare, cosa acquistare, cosa guardare e persino
come apparire.
Un tema particolarmente significativo durante la settimana milanese dedicata alla moda, quando la
città diventa una gigantesca macchina di comunicazione e produzione d’immagini.
Cupydo ha sempre rivendicato la propria indipendenza, definendosi un artista libero dalle catene e
dai compromessi ai quali, nella sua visione, anche chi opera nel sistema dell’arte può trovarsi a
sottostare.
BE FREE
diventa così anche una dichiarazione autobiografica.
Ma l’opera non si esaurisce nello slogan. Sono le migliaia di farfalle che lo circondano a raccontare la
nuova fase della ricerca dell’artista.
SWATTER ART: quando il gesto diventa linguaggio
L’intervento davanti alla galleria arriva infatti pochi giorni dopo il 19 settembre, data scelta da
Cupydo per presentare il manifesto della SWATTER ART, il nuovo linguaggio artistico che l’artista
sta portando nello spazio urbano.
Alla sua base ci sono tre elementi: uno strumento, un gesto e un’impronta.Lo strumento è lo Swatter. L’azione prende forma attraverso un contatto rapido con la superficie. Il
risultato di quel gesto è lo SWAT.
La stessa matrice può essere utilizzata infinite volte, ma l’immagine non sarà mai esattamente
identica: cambia la pressione, cambia il colore, cambia l’inclinazione e soprattutto cambia la
superficie che riceve l’impronta.
Per questo sbavature, mancanze, colature e segni incompleti non vengono nascosti. Sono parte della
grammatica della Swatter Art.
La ripetizione non cerca la perfezione industriale. Al contrario, dimostra che ogni gesto è accaduto
realmente e che ogni SWAT conserva la propria individualità.
A Milano questa grammatica viene portata su scala monumentale: migliaia di piccoli gesti finiscono
per costruire un’unica grande opera.
Perché una farfalla?
La scelta della farfalla introduce un ulteriore livello di lettura.
Nell’universo di Cupydo non è semplicemente un simbolo di bellezza o libertà. È soprattutto un
segnale.
L’artista guarda alla contemporaneità come a una società nella quale l’attenzione dell’individuo è
costantemente contesa: telefoni, social network, videogiochi, denaro, consumo, desideri e
intrattenimento accompagnano praticamente ogni momento della giornata.
Secondo la sua visione, più aumenta il rumore esterno, più diventa difficile ascoltare quello che
accade interiormente.
Da qui nasce la componente spirituale della Swatter Art e il riferimento a Dio.
Cupydo vede nel cielo, nella natura e negli elementi più semplici della vita altrettanti possibili richiami
a una dimensione superiore. Segni che continuano a essere davanti all’uomo ma che, sommersi
dalle distrazioni, rischiano di diventare invisibili.
La farfalla interviene proprio qui.
Non vuole raffigurare Dio: vuole ricordare all’uomo di tornare a cercarlo.
Piccoli segni contro un mondo gigantesco
C’è un contrasto volutamente sproporzionato nella Swatter Art.
Le città diventano sempre più grandi. I palazzi salgono verso il cielo. Gli schermi aumentano di
dimensione. La pubblicità compete continuamente per conquistare qualche secondo della nostra
attenzione.
Cupydo risponde con qualcosa di minuscolo.
Una farfalla. Poi un’altra. Poi cento. Poi mille.
La forza non risiede nelle dimensioni del singolo simbolo, ma nella sua capacità di ritornare
continuamente.È una protesta diversa dall’iconografia urbana più aggressiva. Non ha bisogno dell’insulto o dello
scontro frontale.
Cerca piuttosto di insinuarsi nello sguardo dello spettatore e produrre una domanda.
Perché ci sono tutte queste farfalle? Perché proprio qui? Cosa vogliono dire?
Nel momento stesso in cui qualcuno si ferma a interrogarsi, anche soltanto per pochi secondi, l’opera
ha già interrotto il flusso ordinario della città.
Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti dell’azione realizzata con la Galleria Glauco
Cavaciuti Arte: utilizzare migliaia di immagini non per aggiungere ulteriore rumore, ma per
cercare di interromperlo.
Rendere visibile l’invisibile
La grande installazione milanese permette così di leggere concretamente uno dei principi centrali del
manifesto di Cupydo:
RENDERE VISIBILE L’INVISIBILE.
Le farfalle appaiono sulle superfici come tracce di qualcosa che prima non c’era, o forse — nella
poetica dell’artista — di qualcosa che c’era già ma che non eravamo più capaci di vedere.
Ed è proprio per questo che BE FREE assume un significato che supera la semplice libertà artistica.
Liberarsi può voler dire anche recuperare il proprio sguardo. Liberarsi dal rumore. Dalla necessità di
apparire. Dall’ossessione del possesso. Dalla distrazione permanente.
Per tornare, almeno per un momento, a guardare fuori e dentro di sé.
In una Milano attraversata dalla Fashion Week, Cupydo sceglie quindi di non aggiungere un’altra
immagine da consumare velocemente.
Ne ripete una migliaia di volte.
Finché diventa difficile non vederla