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Osservatorio Turchia: Erdogan al tramonto?

 ISTANBUL, 24 DICEMBRE 2013 – Negli ultimi tempi si è diffuso un consenso, in Turchia, riguardo i recenti arresti per gli scandali di tangenti e il giro di corruzione, che hanno coinvolto importanti figure dell'entourage turco, insieme a figli di ministri, che pare abbiano un respiro di portata internazionale. Gli arresti non sarebbero altro che la conseguenza delle tensioni sviluppatesi tra il primo ministro turco Erdogan, e il leader del movimento turco “Fethullaci” - con base negli Stati Uniti - , Fethullah Gulen, in passato stretti alleati nella lotta contro il golpe militare turco, negli anni '80.

Le prime reazioni di Erdogan agli scandali della scorsa settimana erano state furiose. “Una sporca operazione”, tesa ad infangare la sua amministrazione e a minare il progresso del paese, aveva detto, puntando il dito contro chi sta dietro le indagini, accusati di voler creare “uno stato nello stato”, con un apparente riferimento al movimento di Fethullah, i cui seguaci pare abbiano una forte influenza sulle forze di polizia e la magistratura del paese. Dalle reazioni verbali, Erdogan è subito passato ai fatti, avviando una profonda revisione a livello nazionale delle forze di polizia, rimuovendo decine di funzionari di polizia dai loro incarichi, tra cui il capo della polizia di Istanbul, accusati di abuso di ufficio. La mossa pare sia tesa a rimuovere i funzionari coinvolti nell'operazione, e a ripulire il cesto dalle “mele marce”.

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La Guerra Tiepida coinvolge anche i media, di loro già fortemente polarizzati da una parte o dall'altra, chiamati ad arroccarsi ognuno sulle proprie posizioni, in base alle loro affiliazioni. Recentemente, un editorialista del Sabah, testata vicina al partito di Erdogan, è stato licenziato per aver preso una posizione “insolita” sugli scandali, ossia richiedendo le dimissioni dei ministri coinvolti negli scandali. Casi simili si sono verificati anche in altri quotidiani, per tutte le svariate ragioni che da sempre scuotono la Turchia.

Tutto è in bilico, insomma, a pochi mesi dalle tanto attese elezioni amministrative, ma altre voci ufficiose affollano i vicoli della città vecchia di Istanbul. In tanti cominciano a pensare che Erdogan deve uscire di scena, e che la decisione è stata già da tempo presa “altrove nel mondo”. E la coincidenza del “ritorno alla ribalta” di Fethullah sembra benzina sul fuoco.

Ma chi è Fethullah Gulen?

72 anni, e da 14 vive in un esilio auto-imposto tra i monti della Pennsylvania. Si era trasferito negli Stati Uniti per ricevere cure mediche, ma secondo alcuni anche per sfuggire a un processo per eversione dell'ordine laico. Filosofo e scrittore turco, è considerato dai media come una delle figure più influenti del mondo musulmano, ma pure additato da tanti come uno spauracchio dell'Islam internazionale. La sua influenza, certo, non si discute: oltre 100 scuole e una decina di università controllate in Turchia, centri di istruzione privati in 110 paesi – dalla Francia al Sudafrica –, e interessi in moltissimi settori, finanza inclusa. Bank Asya, per esempio, che offre prodotti senza interessi secondo i dettami dell'Islam. Influenza tentacolare, anche sui media, con il controllo di uno dei più stampati quotidiani turchi, “Zaman”, oltre ad altre riviste. Un impero stimato intorno ai 25 miliardi di dollari. Eppure, la società mantiene una struttura liquida, a cerchi concentrici: chi siano i veri finanziatori, alla fine, non è dato saperlo.

Per decenni, le istanze dell'elettorato islamico in Turchia sono state due: più influenza nell'economia e più libertà nelle manifestazioni religiose. Realizzando la prima, si è resa possibile anche la seconda. È questa la rivoluzione politica di Erdogan e del suo partito, l'AKP, che il 3 novembre ha festeggiato i dieci anni al governo del paese. Ma è anche quella di Gulen e del blocco sociale che lo sostiene, i “fethullaci”. Le ombre sui nuovi assetti politici turchi, però, non sono poche. Come denuncia il CHP, principale partito d'opposizione, la comunità di Gulen controllerebbe buona parte dei Tribunali speciali, in cui dal 2002, anno in cui l'AKP è salito al governo, il numero degli imputati è passato da 8 a 68mila. Per non parlare delle accuse storiche dell'infiltrazione nelle forze di polizia.

È opinione diffusa che l'organizzazione incoraggia giovani laureati a prendere posizione nelle istituzioni statali turche. Lo stesso Gulen ammette la presenza dei suoi negli organi di governo, ma respinge le accuse di essere lui l'artefice di una formazione “con un secondo fine”. “Sono essenzialmente un figlio dell'Anatolia, e per il bene e i valori del mio paese è normale invogliare i membri dell'associazione a diventare agenti di polizia, diplomatici, militari o giuristi”.

In passato, vari giornalisti che hanno provato a condurre ricerche sul movimento di Gulen hanno guadagnato il carcere o sono stati prontamente messi a tacere.

Il movimento di Gulen ha sostenuto il partito di Erdogan per anni, fino a poco tempo fa. La situazione è andata incrinandosi negli ultimi anni, e ha avuto lo scossone a seguito delle proteste di Gezi Park. Gli analisti sostengono che le tensioni tra il movimento e il governo siano dovute a tutta una serie di fattori, tra cui la politica estera – specie in Siria –, la questione curda, con i colloqui portati avanti di recente da Erdogan con il leader del PKK Ocalan, cosa poco gradita a Gulen, passando per l'incidente della Mavi Marmara e le tensioni con Israele.

Si suppone che le due fazioni continueranno a scontrarsi fino alle elezioni di marzo, per influenzarne i risultati. La natura corrosiva dello scontro potrebbe portare una delle parti a fare un passo indietro. O, se ciò non avverrà, terzi soggetti potrebbero approfittarne. Secondo Ahmet Sik, giornalista turco, entrambe le parti hanno materiale a sufficienza per dissolversi l'un l'altro.

Foto: thepostinternazionale.it

Dino Buonaiuto (corrispondente dalla Turchia)