Venerdì 25 settembre 2026 Roberto Vannacci ha pubblicato una foto. Non una foto qualunque. Un'immagine di Matilde Siracusano, Sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, modificata digitalmente. La maglietta che indossava è sparita. Al suo posto, una scollatura costruita al computer, per colpire un avversario politico attraverso il corpo di una donna.
Siracusano lo ha detto con chiarezza: la foto originale è stata presa dal suo profilo Instagram e alterata. Non ha dato il consenso. Non lo poteva dare, perché nessuno lo chiede, in questi casi. Si prende un'immagine, la si trasforma, la si usa. La persona diventa materiale.
Questo non è un episodio isolato. È un metodo. E il metodo, più della singola foto, dovrebbe preoccuparci.
Perché lo stesso meccanismo che ha colpito una sottosegretaria oggi, colpisce ogni giorno ragazze e ragazzi nelle scuole italiane. Una foto presa da un profilo social. Un software, a volte un'intelligenza artificiale, che la altera. Un'immagine che gira, che umilia, che resta. Con una differenza sostanziale: quando succede a una persona pubblica, ci sono giornali che ne parlano, colleghi che si schierano, un avvocato pronto a una querela. Quando succede a una quindicenne, spesso c'è solo lei, sola davanti allo schermo.
Ho letto le reazioni di questi giorni. Anche da schieramenti diversi da quello di Siracusano è arrivata solidarietà. Segno che su questo, almeno, un confine condiviso esiste ancora. Ma un confine condiviso non basta, se non diventa anche uno strumento.
La legge, in realtà, già esiste. Dal 2024 il codice penale punisce chi diffonde immagini alterate con l'intelligenza artificiale per ingannare sulla loro autenticità. Il problema non è l'assenza di norme. È la loro lentezza. Una persona che subisce questo tipo di attacco non ha bisogno, prima di tutto, di un processo. Ha bisogno che l'immagine sparisca. Subito. È da qui che dovrebbe ripartire la politica, se vuole essere credibile quando parla di dignità.
Non con un editto contro l'intelligenza artificiale, che non fermerebbe nessuno: chi vuole manipolare un'immagine trova sempre lo strumento per farlo. Ma con regole che proteggano chi la subisce, indipendentemente da chi sia.
Tre proposte concrete.
Primo: una procedura d'urgenza, attivabile anche da un minore o da un genitore, che obblighi la rimozione di un'immagine manipolata entro poche ore dalla segnalazione, senza dover prima passare da un avvocato.
Secondo: sanzioni reali per le piattaforme che non rispettano questi tempi. Non linee guida. Sanzioni.
Terzo: uno sportello che non sia solo un modulo online, ma un punto di riferimento nelle scuole e nei territori, per chi non sa nemmeno di avere diritto a una tutela immediata.
Base Popolare nasce per rimettere le persone al centro della politica. Non le istituzioni, non gli schieramenti. Le persone. E oggi la persona di cui parlare è una donna che è stata trattata come uno strumento di propaganda.
Per questo, oltre a scrivere queste righe, ho scelto di esprimere pubblicamente la mia vicinanza a Matilde Siracusano, a nome di Base Popolare. Non per una posizione di parte contro Vannacci. Ma perché su questo non dovrebbe esserci parte. C'è solo un limite che la politica, tutta, dovrebbe imparare a rispettare: la dignità di una persona non è mai materiale di propaganda.
Se non partiamo da questo, ogni discorso sull'intelligenza artificiale e sulla tutela dell'identità digitale resta un esercizio astratto. La politica ha valore nella forma che assume solo se risponde ai bisogni delle persone. Oggi, il bisogno è semplice: che nessuno debba più vedersi spogliato, online, per una campagna elettorale.