MILANO, 29 APRILE - L’ultimo atto della corsa alla segreteria Pd, tra proclami ed interviste televisive, lascia intravedere qualche polemica silenziosa. Sotterranea, come l’andamento di questa campagna elettorale. Ed è proprio la chiusura di Renzi a destare malumori, con in primis il Guardasigilli, Andrea Orlando, deluso dalla 'ingerenza governativa' concretizzatasi nella giornata di ieri.[MORE]
La campagna dell’ex premier si è infatti conclusa con l’intervento di Paolo Gentiloni, che ha parlato direttamente in favore del suo predecessore al governo. Una mossa, che oltre a confermare l’asse tra i due nonostante le staffette politiche ipotizzate dalla stampa, non è affatto piaciuta al ministro Orlando. Il ministro della Giustizia sarebbe infatti deluso dall’atteggiamento non imparziale dell’attuale premier.
Nell’iniziativa al Church Palace (Roma) organizzata da Roberto Giachetti, Paolo Gentiloni contribuisce di fatto attivamente alla campagna elettorale di Matteo Renzi. Ed è subito polemica, stando alle prime dichiarazioni del deputato Martella, che invece sostiene Andrea Orlando: «Il rush finale per Renzi lo sta facendo il governo invece del suo comitato. Spiace constatare che anche Gentiloni non si sia potuto sottrarre» - conclude Martella, nella propria amara constatazione.
Da una parte un Pd a vocazione maggioritaria, dall’altra una proposta diversa e finalizzata al recupero del partito per mezzo di una larga coalizione a sinistra, in veste ulivista ma con lo stesso Pd a far da baricentro. Gentiloni parrebbe essere schierato a vantaggio della prima, con il sostegno nei confronti di Renzi: «Con la leadership di Renzi il Pd ha una responsabilità a livello europeo: i valori del Pd non sono condivisi da tutta linea europea. C’è molto lavoro da fare».
Il messaggio di Gentiloni è chiaro: ripartire dal Pd senza lasciarsi condizionare dai movimenti che si stanno esplicando per la riorganizzazione della sinistra. Gentiloni ha infatti esortato a non perdere «l’ambizione maggioritaria» a cominciare dalla prossima delicata sfida sulla legge elettorale, che ha visto anche l’intervento in campo di Sergio Mattarella. Con il messaggio degli scorsi giorni del Colle si completa un quadro piuttosto complesso, la cui matassa dovrà e potrà essere sbrogliata solo con una adeguata armonizzazione delle leggi alle Camere, in grado di garantire al contempo rappresentatività e governabilità.
Al netto delle prossime sfide, agli orlandiani non è piaciuto affatto l’atteggiamento benevolo dell’Esecutivo verso Renzi. Anche Sandra Zampa dice infatti la sua: «Renzi ha fatto un’intera campagna elettorale a difesa del suo governo e in connessione a questo governo. Non ha voluto il dibattito, non ha raccolto alcuna critica, ha svuotato la campagna congressuale di contenuti».
Insomma, non mancano le polemiche né il fervore (rigorosamente silenzioso) delle ultime ore. Poi sarà tempo di fare i conti con il verdetto del voto, non potendo tralasciare peraltro il possibile spettro dell’astensione. La giornata di lunedì offrirà dunque non solo la certezza di chi si porrà come nuovo leader del Partito Democratico, ma anche ulteriori delucidazioni sullo stato di salute di un partito a caccia del riscatto. O forse, di personalistici rilanci di chi sente ormai di giocare una partita mai messa in discussione.
L’obiettivo “reale” di Renzi & co. è evidente quello di raggiungere un largo consenso, magari vicino addirittura al 65%. Un eventuale plebiscito ingolosirebbe di fatto l’ex premier in vista di possibili elezioni anticipate. Per riprendersi una leadership solo momentaneamente abbandonata. Ma bisognerà necessariamente passare dalla legge elettorale, con il primo atto parlamentare in data 29 maggio. E siamo sicuri che i tempi non saranno affatto brevi.
foto da: unita.tv
Cosimo Cataleta