Premier League, perché è il campionato più imprevedibile d'Europa: i numeri

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“In Inghilterra non esistono partite facili” è una delle frasi più abusate del racconto calcistico. Di solito le formule ripetute mille volte reggono poco alla prova dei dati. Qui succede il contrario: le statistiche della Premier League confermano quasi sempre l'impressione di chi la segue dal divano.

Non si tratta soltanto di sensazioni legate a una singola giornata storta del Manchester City o a una rimonta clamorosa a Goodison Park. L'equilibrio competitivo del torneo inglese si misura con parametri precisi: quante volte vince chi sta più in basso in classifica, quanto sono distanti fra loro i punti delle squadre, quante formazioni diverse hanno alzato il trofeo negli ultimi trent'anni. Su quasi tutti gli indicatori la Premier si stacca dagli altri quattro grandi campionati europei. Vale la pena capire perché.

Quanto vale davvero il pronostico basato sulla classifica

Il primo dato riguarda i risultati a sorpresa, cioè le partite vinte dalla squadra con meno punti in classifica al momento del fischio d'inizio. In Premier League il fenomeno si ripete con una frequenza che altrove non si osserva: nell'arco delle 380 partite stagionali quasi un incontro su tre finisce con il successo della formazione ospite, e le sconfitte interne delle prime sei contro squadre di metà o bassa classifica sono un appuntamento quasi settimanale.

C'è poi il tema della densità della classifica. Nella zona che va dal quinto al quindicesimo posto le distanze restano compresse fino a primavera inoltrata: bastano due vittorie consecutive per scalare cinque posizioni. La conseguenza pratica è che la lotta per l'Europa e quella per la salvezza si trascinano fino a maggio, e in almeno quattro delle ultime quindici stagioni anche il titolo si è deciso all'ultima giornata.

Il caso limite resta il Leicester campione nel 2015-16, che i bookmaker inglesi avevano quotato 5000 a 1 prima del via. Un episodio isolato, certo, ma nato da un contesto in cui i valori tecnici non sono separati da un abisso. La Premier League ha raccolto sette vincitrici diverse dal 1992-93 a oggi, un numero che sopravanza quello di Bundesliga e Ligue 1 nello stesso arco temporale.

I dati di rendimento e le ragioni economiche dell'equilibrio

Chi analizza le prestazioni delle squadre inglese per inglese si accorge presto che i modelli statistici funzionano peggio rispetto agli altri campionati: la varianza è più alta, le serie positive durano meno, i valori attesi si discostano più spesso dai risultati reali. Non a caso i portali che raccolgono statistiche, andamenti e quote per le scommesse sulla Premier League dedicano ampio spazio ai rendimenti in trasferta e ai testa a testa recenti, indicatori che nel torneo inglese pesano più della semplice posizione in graduatoria.

Dietro l'equilibrio ci sono ragioni economiche e regolamentari piuttosto chiare:

    • la ripartizione dei diritti televisivi nazionali assegna metà dell'incasso in quote uguali a tutte le venti società, con il resto legato a merito sportivo e numero di dirette;
    • il divario fra il club che incassa di più e quello che incassa di meno si aggira intorno a un rapporto di 1,6 a 1, molto sotto i valori di Liga e Serie A;
    • i parachute payments attenuano il crollo di ricavi delle retrocesse e alzano la qualità media della Championship, il campionato che alimenta la Premier;
    • l'assenza di squadre riserve e la profondità del bacino di tifosi sostengono anche i club di provincia, che riempiono gli stadi a prescindere dai risultati.

Il risultato è che una società di metà classifica in Inghilterra dispone di un budget paragonabile a quello di una candidata al titolo in Portogallo o in Olanda. La distanza fra prima e ventesima resta ampia, ma molto meno di quanto accada altrove.

Il confronto con gli altri campionati europei

Il quadro diventa più nitido guardando cosa è successo fuori dai confini inglesi negli ultimi quindici anni:

    • in Bundesliga il Bayern Monaco ha vinto undici titoli consecutivi fra il 2012-13 e il 2022-23;
    • in Ligue 1 il Paris Saint-Germain ha dominato quasi ogni stagione dal 2012-13 in avanti;
    • in Serie A la Juventus ha messo insieme nove scudetti di fila fra il 2011-12 e il 2019-20;
    • nella Liga spagnola, dal 2004-05, il trofeo è finito soltanto a Real Madrid, Barcellona e Atlético Madrid.

La Premier League, nello stesso periodo, ha visto trionfare Manchester United, Manchester City, Chelsea, Leicester e Liverpool. Cinque nomi diversi, con almeno un ribaltone che nessun modello aveva previsto. Anche la distribuzione dei punti conferma la tendenza: la deviazione standard fra le venti squadre inglesi si mantiene su valori inferiori a quelli di Bundesliga e Ligue 1, dove poche società accumulano stagioni oltre quota novanta mentre il gruppo centrale galleggia.

Dove l'equilibrio si incrina

Sarebbe scorretto dipingere la Premier come un torneo perfettamente livellato. Due segnali vanno in direzione opposta. Il primo riguarda le neopromosse: nelle stagioni 2023-24 e 2024-25 tutte e tre le squadre salite dalla Championship sono tornate indietro dopo un anno, un fatto senza precedenti in serie consecutiva. Il secondo riguarda le prime quattro posizioni, occupate quasi sempre dallo stesso ristretto gruppo di club, con Leicester e Newcastle come rare eccezioni.

L'imprevedibilità inglese, quindi, vive soprattutto nella singola partita e nella fascia centrale della classifica. Al vertice il portafoglio pesa come ovunque, e la forbice fra chi partecipa alle coppe europee e chi non lo fa tende ad allargarsi di anno in anno.

I numeri raccontano un campionato dove la classifica orienta meno del previsto e dove il risultato di una singola giornata resta aperto fino al recupero. Il merito va a una ripartizione dei ricavi più piatta e a un sistema che tiene competitive anche le società senza blasone. L'equilibrio non è assoluto e mostra qualche crepa, ma sul piano statistico la Premier League resta il torneo europeo con il margine di errore più alto per chi prova a prevederne l'esito.

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Scritto da Redazione

Giornalista di InfoOggi

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