Sanromolo, la città dei cachi: viva l'Italia!

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18 FEBBRAIO - Stiamo uniti. E non mi riferisco alla bandiera srotolata al Teatro Ariston per la celebrazione del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, anche se ieri Morandi ha detto che 150 anni fa nasceva la Repubblica. Sanremo si tinge di bianco, rosso e verde per questa terza serata di Festival che vedrà gli artisti eseguire brani che hanno segnato la storia e il costume del Paese. Stiamo uniti, quindi, tanto arriverà Roberto Benigni a salvarci tutti.[MORE]

È con questa consapevolezza che mi accingo a sopravvivere a quella che si preannuncia come una lunga serata, anche se affidare la partenza ad Anna Tatangelo che canta “Mamma”, pezzo che fu di Beniamino Gigli, non mi sembra un tentativo leale di mettere alla prova la mia forza di volontà. Anna Oxa che strilla “O sole mio”, storpiandola senza ritegno, mi ricorda, però, che non bisogna mai lamentarsi prima del dovuto e che non c'è mai fine al peggio.

Al Bano esegue egregiamente “Va pensiero”, e siamo tutti finalmente contenti di trovare un senso alla sua presenza sul palco dell'Ariston. Gioia che si tramuta poco dopo in insopprimibile sconforto quando apprenderemo che quella stessa esecuzione gli consentirà di ritornare in gara grazie al perverso meccanismo del ripescaggio.

Dopo sole tre canzoni, il clima del Festival diventa insostenibile con le sue dosi letali di retorica, luoghi comuni e falsi trionfalismi. E i primi piani di Ignazio La Russa, Masi e Meloni in prima fila di certo non migliorano la situazione. Poi arrivano Franco Battiato e Luca Madonia a spezzare questa ridicola messa in scena portando un brano che non ha niente a che vedere con la serata: “La notte dell'addio” di Iva Zanicchi. Battiato dirige l'orchestra, Madonia canta, supremo.

Finalmente Morandi sveste i panni inadeguati del presentatore e ritorna ad essere il grande cantante che è, quando esegue con contagiosa emozione “Rinascimento”, un brano di Mogol, presente in sala, e Gianni Bella che non ha mai potuto cantarla perché da tempo malato. “Sono contento di prestargli la voce” dirà Morandi sinceramente emozionato davanti all'ovazione del pubblico.

Peccato che le tracce del Morandi che tutti preferiamo, da lì in poi, si perderanno nel nulla.

Quel che resta di Patty Pravo sale sul palco per eseguire “Mille lire al mese” che, nel tentativo fallimentare di stare dietro alle parole, diventa rovinosamente un'incomprensibile rap. Alla fine di tanto strazio, siamo tutti solidali con Gilberto Mazzi.

L'interpretazione di Giusy Ferreri de “Il cielo in una stanza” è un attentato alla bellezza che dovrebbe essere vietata per legge, una violenza per cui pretendere danni fisici e morali.

“Il mio canto libero” di Lucio Battisti è affidata a Nathalie. Compito difficile, considerando anche la presenza di Mogol in sala, da ritenersi comunque superato con sufficienza. Soprattutto se ascoltato alla luce del disastro ad opera della Ferreri.

Il duo Barbarossa/Del Rosario esegue “Addio mia bella addio” , che ha quantomeno il merito di averci fatto dimenticare il malefico ritornello della canzone in gara.

Il tempo passa, Benigni dovrà pur arrivare, mi ripeto come un mantra.

E invece arrivano loro: Emma e i Modà che eseguono un brano cantato da Joan Baez, “Here's to you, Nicola and Bart” e scritto da Ennio Morricone, brano che è la colonna sonora di un film ispirato a due anarchici italiani giustiziati in America per un crimine che non avevano commesso. Il vero crimine, qui, è affidare un pezzo simile proprio a loro.

Penso che in un mondo normale ciò non sarebbe possibile.

Quando sul palco salgono Arisa e Max Pezzali non riesco a credere ai miei occhi: finalmente lui indossa una giacca di tutto rispetto ed ha perfino la cravatta!

Il mio appello è stato accolto con enorme successo, ringrazio tutti di cuore. Siete stati fantastici.

Che bello Vecchioni che regala una versione sobria ed elegante de “'O surdato 'nnammurato” restituendole la dignità che merita senza cadere in facili e prevedibili scimmiottamenti partenopei.

E che bravi i La Crus durante l'esecuzione di “Parlami d'amore Mariù”.

Peccato che a chiudere questo revival di brani storici siano proprio Tricarico e Toto Cutugno, con il brano “L'italiano” alla cui già intrinseca retorica va ad aggiungersi quella insopportabile del coro dei figli degli immigrati che accompagnano gli artisti.

Anche se nel peggiore dei modi, comunque, questa prima parte arriva al termine e un motivo per rallegrarmi alla fine lo trovo.

Poi arrivano i giovani ad ammazzare impietosamente ogni previsione ottimistica sul futuro.

Passeranno il turno Micaela e Roberto Amadé, con due brani inutili almeno quanto la necessità di far esibire la minorenne prima di mezzanotte. In nome di cosa, poi, questo non l'ho mai capito.

Esclusi dalla gara il pezzo di Marco Manichini, che prova ad emulare, senza farcela ovviamente, Antonello Venditti, e quello dei gemelli Btwins (nome di un'originalità senza pari) che puzza tanto di Nickelback. E voglio dire, bisogna esser messi proprio male per plagiare i Nickelback.

Diciamocelo. Il momento del ripescaggio degli esclusi tra i big, adesso che la rosa è completa, non fa poi così orrore. Andiamo incontro a questo momento con la rassegnazione del condannato che sale sul patibolo. Dalla lotta tra poveri escono vincitori Al Bano, come accennato, e Anna Tatangelo che, pur cantando uno dei brani più brutti della storia dell'umanità, ha una vitalità che le altre due, Pravo e Oxa, ormai hanno perso lifting dopo lifting.
Quando arriva Benigni, come un garibaldino in sella ad un cavallo bianco sventolando il tricolore, si cade in un'atmosfera nuova, finalmente diversa.

Tanti sono i riferimenti alla situazione politica italiana "Avevo paura a venire a cavallo perché in questo periodo ai cavalieri non gli va tanto bene", "Silvio Pellico ha scritto Le mie prigioni, prima di trovare un altro Silvio che scriva un libro così, sai quanto tempo deve passare..." e ancora "Sono lieto di essere qui con Morandi, persona straordinaria, uno stile memorabile... Lui è lì, con la sua calma. Intorno può accadere di tutto e lui non reagisce. Gli possono fare dei soprusi, e lui non reagisce. Mi piace questo stile. L'anno prossimo il Festival lo facciamo presentare a Bersani", al caso Ruby: “Che poi 'sta cosa delle minorenni è nata proprio qui a Sanremo, ve la ricordate Gigliola Cinquetti? Non ho l'età, non ho l'età... S'era spacciata per la nipote di Claudio Villa".

Poi inizia un toccante, gigantesco monologo sull'Inno di Mameli, il Risorgimento, la bandiera, l'Italia.
E improvvisamente non sembra di essere davanti alla tv, non sembra di essere a Sanremo, non sembra di essere in Italia.

È un Benigni appassionato, pieno di fervore, innamorato. "Se non ci si ricorda del passato, non si sa dove si va". E poi cita le donne del Risorgimento “donne straordinarie che non hanno mai avuto diritti”, parla dell'Unità d'Italia “L'Unità d'Italia è talmente bella, pensate, che qualcuno può permettersi la libertà di dire che non va festeggiata!” e poi aggiunge “Svegliamoci! L'unica maniera per realizzare i propri sogni è svegliarsi!”.

Roberto, stasera ci hai fatto commuovere tutti di una felicità strana. Ci hai fatto sentire vittime colpevoli di soccombere a chi non crede alle possibilità concesse dalla bellezza, a chi le nega quotidianamente, a chi ci ha convinti di non meritarle. Ma ci hai regalato una speranza vera, l'unica degna di essere creduta: la bellezza come forma di resistenza.

“Siate felici e se qualche volta la felicità si scorda di voi...voi non scordatevi la felicità!”
Grazie Roberto.

Lidia Tagnesi
 

 

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Scritto da Lidia Tagnesi

Giornalista di InfoOggi

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