Nel volume, pubblicato da Armando Editore, l'autore mette a fuoco le criticità della scuola italiana e propone un cambio di prospettiva: restituire centralità alla persona, alla relazione educativa e alla cura, come fondamenti di una scuola davvero inclusiva.
C'è una domanda che attraversa silenziosamente le aule scolastiche italiane e che troppo spesso rimane senza risposta: cosa significa, davvero, includere? È sufficiente che una scuola garantisca la presenza dell’insegnante di sostegno, predisponga il Piano educativo individualizzato e rispetti tutte le procedure e le disposizioni normative? O l’inclusione si realizza soltanto quando, al di là degli obblighi formali e degli strumenti burocratici, ogni studente viene riconosciuto nella propria unicità, ascoltato e compreso, e può contare su una relazione educativa autentica, capace di accompagnarlo nel proprio percorso di crescita? È attorno a questo interrogativo, tutt'altro che teorico, che si sviluppa "La terza via dell'inclusione. Relazione, interiorità, cura educativa", il nuovo volume di Francesco Luigi Gallo, pubblicato da Armando Editore. La prefazione è firmata da Loredana Giannicola, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per la Calabria, che introduce il volume inquadrandone le principali sfide pedagogiche. Il libro affronta uno dei temi più delicati e strategici della scuola contemporanea, con il merito di andare oltre la superficie del dibattito. Gallo entra nelle contraddizioni del sistema italiano, ne mette in evidenza le fragilità organizzative, professionali e culturali e propone una prospettiva pedagogica che invita a ripensare profondamente il modo in cui la scuola si prende cura di ogni alunno. La sua tesi è chiara e, per certi aspetti, controcorrente: non si può ridurre un percorso educativo a un insieme di adempimenti amministrativi, strategie didattiche e procedure organizzative. Prima di essere un sistema, deve essere un incontro. Prima di essere un progetto, deve essere una relazione. Prima di essere una competenza tecnica, deve essere una responsabilità umana. È proprio in questa prospettiva che prende forma la «terza via» indicata da Gallo: superare la contrapposizione tra organizzazione scolastica e rapporto personale, ricomponendo entrambe in un progetto educativo che riconosca nella persona il centro e il fine di ogni intervento.
L'Italia vanta una tradizione normativa importante in materia di integrazione e inclusione scolastica. Eppure, a distanza di oltre cinquant'anni dalle prime esperienze in questo campo, permangono criticità che continuano a incidere profondamente sulla vita degli studenti con disabilità, delle loro famiglie e degli stessi insegnanti. Gallo individua un profondo divario: da una parte, un sistema legislativo che riconosce diritti e afferma principi avanzati; dall'altra, una realtà quotidiana nella quale precarietà, discontinuità didattica, incertezza professionale e carenze formative rischiano di svuotare di significato quelle conquiste. Il primo capitolo del volume, intitolato "In cerca di un riconoscimento definitivo", affronta proprio la questione dell'identità ancora incerta dell'insegnante di sostegno. Questa figura viene troppo spesso percepita come una presenza aggiuntiva, un assistente individuale incaricato di occuparsi di un singolo alunno, come se la responsabilità educativa possa essere separata da quella del resto della classe. L'autore contesta questa rappresentazione riduttiva e restituisce al docente specializzato il valore di una professionalità complessa, che richiede competenze pedagogiche, didattiche, psicologiche e, soprattutto, relazionali.
La riflessione acquista particolare intensità quando affronta il tema della continuità didattica. Che senso ha delineare un «progetto di vita» se la persona chiamata ad accompagnare lo studente nel suo percorso può cambiare continuamente? Com'è possibile costruire un legame solido se, a ogni nuovo anno scolastico, si è costretti a ricominciare da zero? L’autore non ne parla da osservatore esterno: nel libro racconta un’esperienza personale dolorosa, mostrando ciò che spesso rimane nascosto dietro graduatorie, punteggi e procedure amministrative. Non ci sono soltanto cattedre da assegnare, ma persone, aspettative e legami che rischiano di essere spezzati. La continuità, dunque, si configura come una garanzia educativa, una condizione che consente di costruire fiducia e dare sicurezza al cammino di ogni studente. Questa consapevolezza introduce il secondo capitolo, in cui Gallo approfondisce uno degli aspetti centrali della sua proposta pedagogica: il valore imprescindibile della relazione educativa. Non un semplice supporto alla didattica, ma il motore di ogni processo di apprendimento e crescita, perché è attraverso l'incontro umano che ciascun alunno può scoprire e sviluppare le proprie potenzialità.
In una delle immagini più suggestive del volume, l'autore paragona la relazione educativa a un porto sicuro: un punto di riferimento dal quale lo studente può salpare per esplorare il mondo scolastico e sociale, sapendo di poter tornare per ritrovare ascolto, accoglienza e gli strumenti necessari per orientarsi nelle proprie esperienze. Gallo non mette in discussione il valore delle conoscenze scientifiche, delle classificazioni e dei modelli di riferimento, a partire dall'ICF, che ha contribuito a superare una visione della disabilità circoscritta al deficit individuale. Ne segnala, tuttavia, un rischio: lasciare che categorie descrittive e indicatori di funzionamento diventino l'unica chiave di lettura dello studente, finendo per oscurarne la complessità umana. La questione investe direttamente anche il Piano educativo individualizzato (PEI) e le modalità con cui viene elaborato. Un documento può essere tecnicamente impeccabile, ricco di osservazioni e accuratamente strutturato, ma non riuscire comunque a restituire la ricchezza della persona a cui è destinato.
Il libro si rivolge così all'intera comunità scolastica e alle famiglie, proponendo un cambiamento culturale prima ancora che organizzativo. Il suo messaggio è forte: uno studente non è la sua diagnosi, né la somma delle prestazioni, delle difficoltà osservabili e degli indicatori funzionali. È anche il suo mondo interiore: ciò che sente, desidera, teme e immagina, persino quello che non riesce ancora a comunicare. È proprio questa dimensione più profonda della persona, che sfugge alle griglie e agli indicatori, a non poter restare ai margini della vita scolastica. Per Gallo, è da qui che deve ripartire la scuola.
«Questo libro nasce da esperienze personali che mi hanno segnato profondamente -ha precisato Francesco Luigi Gallo-. Ho conosciuto il valore di una relazione educativa autentica, ma ho sperimentato anche quanto possa essere doloroso vederla interrompere, soprattutto quando ci si rende conto che a pagarne il prezzo più alto non è il docente, ma lo studente. Non volevo scrivere un altro libro fatto soltanto di teorie, definizioni e buone intenzioni. Volevo interrogare la scuola, mettere in discussione alcune convinzioni consolidate e soprattutto provare a restituire centralità alla "cura educativa". Non possiamo continuare a preparare professionisti fornendo loro soltanto conoscenze teoriche e strumenti operativi, trascurando la dimensione emotiva, empatica e relazionale. Educare significa mettere in gioco la propria persona, imparare ad ascoltare, saper accogliere la fragilità dell'altro senza esserne sopraffatti. Vorrei che queste pagine contribuissero a far maturare una consapevolezza: non c'è inclusione senza relazione».
Ufficio stampa Denise Ubbriaco