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Siamo umani o lo diventeremo. Per adesso Restiamo Umani

CATANZARO - In questa intervista la band folk rock Sine Frontera prova a dare la sua risposta alla domanda "Siamo umani o lo diventeremo" e ci parla un po’ di sé e del suo album. Un’occasione da non perdere, leggere per credere.[MORE]

Nell’epoca del tutto al contrario e del nulla per scontato, siamo umani o lo diventeremo?

E’ una bella domanda…
Siamo umani e in molte occasioni abbiamo dimostrato di possederne tutte le virtù, ma a volte abbiamo come l’impressione che l’evoluzione dell’uomo si sia fermata e che sia iniziato un processo di involuzione. Pensiamo che ci sia ancora molto da lavorare in questo senso e che ci sia ancora uno spazio vuoto e molto ampio da riempire per essere veramente degni della definizione di “umani”. Tuttavia non sta a noi fare la morale, quello che cerchiamo di fare, nel nostro piccolo, è di esprimere, con la musica, il nostro punto di vista e di divulgare un messaggio di pace e di speranza, di sensibilizzare in materia di ambiente.“Ecco l’uomo scimmia dall’alto del suo trono, che immagina il suo mondo dove non c’è più nessuno...con l’odio nelle vene e la ferocia di un leone, brucia le città come ai tempi di Nerone… Restiamo Umani, solo l’amore può darci un domani!”

La vita pone delle barriere, ma spesso la musica le supera, voi che siete Sine Frontera di nome e di fatto, da quale idea siete nati?

Prima di tutto dall’amore per la musica, poi il sogno era quello di tutti i musicisti, di appartenere ad una vera band, con la quale poter esprimere la propria vena artistica, scrivere canzoni, fare concerti e viaggiare. “Senza frontiere” voleva essere uno stile di vita, uno stato mentale, non a caso il primo slogan che coniammo fu:“musica per un mondo senza muri mentali e frontiere culturali”.
Erano gli anni in cui la nostra generazione vedeva aprire le frontiere in Europa e nonostante le mille contraddizioni, il processo di integrazione nell’Unione Europea sembrava andare sempre di più verso il concetto di “apertura”. Internet entrava prepotentemente nelle nostre vite, gli studenti viaggiavano di più, con un biglietto interrail pagato con la moneta unica e l’aria che si respirava in quel momento era che l’evoluzione e il progresso stessero finalmente andando di pari passo.
Per un attimo ci siamo sentiti più europei.
Erano però anche gli anni delle contestazioni No-global e dell’11 settembre, delle mobilitazioni di massa contro le guerre… e noi sentivamo il bisogno, sempre crescente, di comunicare le nostre opinioni, di aprirci al mondo con la nostra storia, la nostra cultura e con il nostro modo di esprimerci con la musica. E’ in questo contesto che è nata l’idea e il progetto Sine Frontera..

Il 22 aprile 2016 è uscito l’album “Restiamo Umani”, qual è la genesi di questo lavoro?
Un titolo suggestivo che non è casuale ma è un omaggio sentito, spiegatelo voi un po’meglio.

Come da sempre succede i nostri album nascono alla fine del processo creativo, si fa una panoramica dell’intero lavoro e in base ai contenuti e agli argomenti trattati, cerchiamo di focalizzarne il messaggio principale. Solitamente, l’ultima canzone che nasce è quella che determina il titolo. Anche in questo caso, l’ultima ad essere scritta e composta è stata proprio“Restiamo Umani”.
Pensiamo che in questo momento storico, ci sia bisogno di più cuore e di buoni esempi e Vittorio Arrigoni è senz’altro un buon esempio, per noi e per le generazioni future, un eroe dei giorni nostri, che ha dato la vita per le cose in cui credeva e che ci ha lasciato in eredità, con le sue parole, l’azione sul campo e con i propri scritti, una visione del mondo un po‘ più umana.
Per questo abbiamo deciso di intitolare il nostro ultimo album:“Restiamo Umani”, la frase con cui Vittorio Arrigoni (Vik), chiudeva ogni suo articolo di corrispondenza.

 Le classificazioni in musica sono sempre ostiche e restrittive. Come vi sentite di definire questo album e qual è il messaggio che volete offrire?

Questo è un album tipicamente “Sine Frontera”, nel senso che le influenze musicali sono parecchie e la linea stilistica, in generale, non cambia di molto dai nostri album precedenti.
C’è sicuramente un’evoluzione e una maturità maggiore negli arrangiamenti e nell’esecuzione, ma sostanzialmente ripercorre i sentieri del Folk-Rock, ( per usare una definizione generica ), materia che conosciamo abbastanza bene e nel quale ci sentiamo a nostro agio.
L’intento è quello di offrire spunti di riflessione, alternati a momenti più festosi, di raccontare la nostra storia e la nostra appartenenza culturale. Lo facciamo rispolverando qualche vecchia canzone della tradizione mantovana come “Pino l’orb”(Pino il cieco), adattandola al nostro stile, includendo il dialetto ed espressioni colorate, tipicamente nostrane.
E’ un modo per far conoscere e per tener viva la nostra identità culturale, qualcuno ha detto:”Non puoi sapere davvero dove vai, se non sai da dove vieni!”

Le vostre radici musicali sono molto legate ai luoghi, in particolare alla Pianura Padana e alla tradizione Combact Folk, le melodie celtiche e irlandesi si fondono con la musica folk, balcanica, raggae, ma riescono con leggerezza a condurre l’ascoltatore da periferie a grandi città, da posti più piccoli a quelli più immensi. In che modo cercate di realizzare questa giusta combinazione di musica e testi ?

Non esiste una combinazione unica, esistono infinite combinazioni e possibilità, si tratta di scegliere quella che più ci soddisfa. La musica segue degli standard ben precisi e il testo viene adattato in base alla metrica e alla struttura, ma potrebbe avvenire anche l’esatto contrario e cioè che, partendo da un testo, si cerchi di creare una musica che ne sottolinei, per esempio, gli aspetti descrittivi o l’ambientazione geografica e talvolta capita che magicamente avvenga“ l’alchimia”, la fusione tra testo e musica.
Ogni canzone è una storia a sé e necessita di una propria identità : se il contenuto di un testo è ambientato nel vecchio West o in Africa, cerchiamo di fare una musica che ricordi quei luoghi.
Il ritmo, è sempre la prima cosa da cui partiamo per collocare la canzone in un determinato posto, ma anche la sonorità è fondamentale perché si crei l’atmosfera giusta, poi è la forza e la magia della musica in sè a far scaturire l’emozione e il sentimento, a portare chi ascolta, a “viaggiare” con la mente.


“Mar dei Migranti” è il dramma dell’abbandono dai luoghi natii verso le coste europee da parte di migliaia di persone per sfuggire a guerra e miseria, parlateci un po’ di questo brano?

Con“Mar dei Migranti” abbiamo semplicemente cercato di mettere in luce l’aspetto personale della questione, ovvero vista dagli occhi di un migrante nel quale abbiamo cercato di calarci (per quanto è possibile calarsi nei panni di una persona che sta affrontando, forse, la sfida più grande della propria vita, attraversando uno stretto di mare, apparentemente semplice da oltrepassare, ma in realtà estremamente pericoloso, per le condizioni precarie delle imbarcazioni con cui affrontano questo disperato viaggio).
Abbiamo voluto mettere al centro“l’uomo”, al di là dei giudizi e della retorica politica, immaginandoci di essere noi stessi su quel barcone, le paure che si possono provare, il sogno e la speranza di farcela, il terrore negli occhi dei bambini, quando il mare si fa grosso, centinaia di corpi ammassati, in balia di onde giganti e poi…”chi si è salvato non so!.. chi si è perduto non so!.. chi ci è arrivato non so!..
Evidentemente il nostro migrante è uno dei tanti a non avercela fatta.


Secondo voi quanto e quando la musica può essere sociale e quando invece crea distacco?

Sociale è un termine molto ampio, per noi significa “dal basso”, raccontare le storie della gente comune e parlare la nostra lingua. Sentirci parte di una comunità, non per forza chiusa nei propri piccoli confini territoriali , ma estesa al mondo intero. In fondo siamo tutti cittadini del mondo e il linguaggio musicale è il veicolo più immediato per creare un ponte tra tutte le culture e per sensibilizzare su temi, più o meno importanti, che riguardano il “vivere insieme”, in un mondo sempre più piccolo.
La musica non crea mai distacco, per chi ha un cuore per ascoltare e una mente per pensare.
La musica unisce, ed è indispensabile, qualunque essa sia. A creare distacco talvolta sono i pregiudizi e i muri mentali che noi stessi ci creiamo, in base al modo in cui viviamo e al mondo che ci circonda. La musica non è di chi la fa, ma è di chi l’ascolta!

Critica al presenzialismo a tutti costi, ironia pungente e sarcasmo in “Picchi in testa”, un altro volto dei Sine Frontera, che fotografia della società avete voluto scattare?

Il presenzialismo in generale, lo si potrebbe sconfiggere semplicemente cambiando canale o addirittura spegnendo la televisione ( per citare una nostra vecchia canzone), ma il problema è che oggi non si fa molta attenzione ai contenuti , quanto a chi urla di più o a chi la spara più grossa. Crea audience l’insulto, il populismo e la parolaccia, abbassando il livello culturale in maniera drastica. E’ una perenne sfida fra squadre, di cui non si conoscono nemmeno bene le reali intenzioni. L’importante è sostenere tutto e il contrario di tutto in base a come tira il vento.
E’ una società un po’ pigra, che non approfondisce, resta sempre in superficie, che non ha più voglia di leggere e di scrivere, tutto viaggia rapidamente e le “faccine” hanno preso il posto delle parole, le immagini scorrono veloci e i video hanno una durata sempre più breve, l’attenzione cade facilmente.
Una società dove tutti parlano e nessuno ascolta, dove tutti criticano e nessuno fa autocritica, siamo “connessi”, siamo “social”, attratti come un branco di pesci dalle luci della pubblicità, consultiamo internet anche per farci una pasta al pomodoro e soprattutto non abbiamo mai tempo…chissà perché?
“Picchi in Testa” è una di quelle canzoni che non ha bisogno di molte interpretazioni, ha un testo abbastanza esplicito e una musica altrettanto immediata. E’ una critica e uno sfogo contro il presenzialismo appunto, l’incoerenza e anni e anni di mostruose affermazioni razziste da parte di una formazione politica e dei suoi leader. Questo non significa che non vediamo tutte le altre schifezze o nefandezze che combina, la classe politica in generale e del quale abbiamo sempre scritto in maniera critica.
In quanto all’ironia e al sarcasmo, fa parte del nostro modo di scrivere fin dall’inizio. Un testo ironico risulta più leggero e quindi più fruibile da parte del pubblico. La leggerezza è importante anche per raccontare e riflettere su vicende drammatiche o situazioni in realtà molto complicate. Divertire, divertendoci, senza smettere di pensare.

 Se per Victor Hugo “la libertà comincia dall’ironia”, per i Sine Frontera dove inizia l’ironia e dove finisce la libertà?

L’ironia dovrebbe essere alla base della nostra vita, non prendersi troppo sul serio aiuta a sentirsi più simili agli altri. Ridere dei propri difetti o delle proprie fragilità, aiuta a vivere più serenamente, ad accettarsi, e a farsi accettare per come si è.
La libertà finisce quando non si ha più la possibilità di potersi esprimere liberamente, quando i diritti fondamentali dell’uomo vengono calpestati impunemente, quando il più forte usa il suo potere sul più debole, quando non si accetta una visione altrui e le differenze.
Poi tutto dipende da che punto la si guarda, per questo bisognerebbe allargare gli orizzonti e avere una conoscenza e una visione della vita più ampia possibile.

Si vive di presente e un po’ di fantasia, ma quali sono i vostri progetti futuri?

Al momento stiamo valutando l’idea di portare lo spettacolo in teatro, in forma “Unplugged”, per fare questo abbiamo bisogno di un po’ di tempo per ri-arrangiare i vecchi e i nuovi brani in modo più acustico e adattarli al tipo di spettacolo che vorremmo mettere in piedi.
Poi, non appena avremo un po’ di materiale su cui lavorare, metteremo giù le basi per un nuovo album e quindi nuove canzoni, nuovi video e nuovi tour!
Quello che ci auguriamo è che questa bella avventura possa continuare il più a lungo possibile.

Iolanda Raffaele