Nel suo magistrale saggio Storia della Sicilia. Regno delle Due Sicilie, la nota autrice Melinda Miceli, con la sua consueta capacità di fondere storia, filosofia e identità, offre una chiave interpretativa preziosa non solo per comprendere la Sicilia, ma per illuminare l’intero sistema politico e culturale del Regno delle Due Sicilie. Il risultato è un affresco storico di grande respiro, che restituisce dignità, complessità e profondità a un Mezzogiorno troppo spesso semplificato, mostrando come Sicilia e Puglia costituissero due anime diverse ma armoniche dello stesso organismo storico. La prospettiva di Melinda Miceli, nutrita di visione crociana, rigore documentario e un forte richiamo all’etica della memoria, tratteggia la Sicilia come un vero laboratorio di civiltà: crocevia di popoli, lingue, poteri e simboli. In questo quadro, la Puglia emerge come regione cardine del Regno, parte integrante di un sistema meridionale che comprendeva anche Campania, Basilicata, Calabria e Molise. Afferma la Scrittrice Critico d'arte internazionale: "Le fonti storiche confermano che la sua posizione geografica, affacciata sull’Adriatico e sul Mediterraneo, ne fece la cerniera orientale del Regno, erede di una lunga tradizione di scambi con l’Oriente sin dall’età romana e bizantina. Divisa storicamente in Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto, la Puglia ottocentesca si distingueva per un’agricoltura avanzata e modernizzata; gli impianti meccanici per la produzione dell’olio erano considerati tra i più efficienti d’Europa, mentre la cerealicoltura dell’entroterra alimentava i mercati del Regno. A ciò si aggiungevano lanifici e industrie tessili motorizzate, segno di una precoce industrializzazione rispetto ad altre aree meridionali. Bari ospitava una delle borse merci più attive del Regno, testimonianza di una borghesia agraria e commerciale in rapida ascesa. I porti di Brindisi e Taranto, potenziati da Ferdinando II, divennero snodi fondamentali per traffici, collegamenti e strategie marittime, confermando la vocazione della Puglia come porta commerciale e militare del Mediterraneo. La Puglia sotto Federico II di Svevia (1194–1250) visse un periodo di massimo splendore, diventando il cuore pulsante del suo Regno di Sicilia. L’imperatore la scelse come sede prediletta per la caccia e per la sua posizione strategica, avviando un vasto programma di incastellamento, emblema ne è Castel del Monte, e trasferendo la capitale a Foggia, definita “la pupilla dei miei occhi”. La Capitanata divenne così la sua “scrivania operativa”. Federico II regolamentò i tratturi, tassando il passaggio delle greggi dall’Abruzzo alla Puglia; i Borbone istituzionalizzarono definitivamente questo sistema con la Regia Dogana della Mena delle Pecore a Foggia. Entrambi i regni riconobbero nel Tavoliere una risorsa fiscale e strategica fondamentale, legando il destino economico della regione alla grande pastorizia. Se Federico II trasformò il paesaggio con castelli e cattedrali, i Borbone investirono in grandi opere civili,dal Borgo Murattiano ai fari monumentali, confermando la Puglia come “frontiera orientale” del Regno. Culturalmente, la Puglia conservava un’identità plurale, frutto di eredità greche, romane, bizantine, normanne e aragonesi. Le riforme borboniche del Settecento e dell’Ottocento, mirate alla modernizzazione amministrativa e alla riduzione del feudalesimo, trovarono nella regione un terreno fertile, favorendo la crescita urbana e la diffusione dell’istruzione. Non mancavano tuttavia tensioni sociali; la pressione fiscale, le disuguaglianze agrarie e le aspirazioni liberali che percorrevano tutto il Regno alimentarono fermenti che avrebbero preparato il terreno agli eventi risorgimentali. La Puglia, pur meno turbolenta di altre province, partecipò al clima di trasformazione che portò alla caduta del Regno e all’ingresso nell’Italia unita nel 1861. Un episodio significativo avvenne nel gennaio 1859, quando Ferdinando II intraprese il suo ultimo viaggio proprio in Puglia per accogliere a Manfredonia la futura regina Maria Sofia di Baviera. Il re fu ricevuto trionfalmente in molte città, come Cerignola e Bari, incontrando notabili e popolazione per ascoltare esigenze e istanze locali. Il malcontento sociale, che esploderà nel brigantaggio post-unitario (1861–1865), affondava le radici anche negli squilibri tra la ricca borghesia fondiaria e i contadini poveri del periodo borbonico. Bande come quella del Sergente Romano operarono nei boschi e nelle masserie pugliesi, spesso con l’intento dichiarato di restaurare l’ordine borbonico contro il nuovo Stato italiano".
Dopo il successo di Templaris Compendium, considerato il vertice della letteratura templare contemporanea, Melinda Miceli dimostra ancora una volta che scrivere storia professionalmente significa applicare un metodo critico rigoroso: analizzare e incrociare fonti originali, conoscere la storiografia precedente, interpretare i fatti nel loro contesto culturale e sociale senza proiezioni moderne.
Il suo stile, che unisce lirismo e analisi storiografica, permette di cogliere come Sicilia e Puglia, pur con identità differenti, condividessero la stessa struttura amministrativa e politica borboniche, le tensioni liberali e antiborboniche che attraversarono tutto il Regno, un patrimonio culturale mediterraneo, tanto caro allo Stupor Mundiun destino storico intrecciato, dalle riforme federiciane alle trasformazioni ottocentesche.
L’opera magistrale di Melinda Miceli restituisce così al lettore un Mezzogiorno complesso, stratificato, un mosaico di culture e poteri che, lungi dall’essere periferico, fu protagonista della storia mediterranea, pertanto è destinata a diventare fonte storica imprescindibile anche per la Storia dell'Italia.
Cav. Martino Sgalambro Critico e Storico