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Smetto quando voglio Masterclass, a lezione da Sydney Sibilia: io, spettatore a cui fanno fare film

Smetto quando voglio Masterclass, a lezione da Sydney Sibilia: io, spettatore a cui fanno fare film
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La banda di Smetto quando voglio è tornata: e che musica! Con Smetto quando voglio – Masterclass, il regista Sydney Sibilia, l’audace team di produzione ed il composito cast capitanato da Edoardo Leo portano sul grande schermo il secondo film di una trilogia che appare destinata a segnare una pietra miliare nella storia recente del cinema italiano. Un proclama troppo trionfalistico? Niente affatto, e non solo per la capacità di riscoprire certe radici da troppo tempo sotterrate nel cinema di genere nostrano: i segreti della freschezza e dell’innovatività della formula ce li spiega lo stesso Sibilia, che torna a parlare ad Infooggi (qui l'intervista sul primo film). Ed a proposito: non è una formula, perché, spiega Sydney, “abbiamo provato a fare qualcosa di diverso”, a partire dall’alleanza tra i ricercatori ed i cervelli in fuga a livello di trama e di una produzione più cervellotica – in senso buono.


ANTONIO MAIORINO: Smetto quando voglio fu un successo piacevolmente esploso tra le mani. Con Smetto quando voglio – Masterclass, più il terzo capitolo girato in contemporanea, c’è già un diverso e più ambizioso sforzo di produzione…

SYDNEY SIBILIA: ambizioni da blockbuster in effetti, ma non è mai una questione economica, quanto d’impegno. Sono film molto diversi – il primo dal secondo, ed il secondo dal terzo – e l’idea è quella di fare una cosa nuova. Per questioni generazionali si cerca proprio di proporre una novità rispetto al panorama esistente: questo è il motivo per cui uno vuole andare al cinema, vedere cose diverse. Noi, nel nostro piccolo, l’abbiamo fatto. Anzi: proposto.

A.M: a livello narrativo, invece, hai puntato più sull’assuefazione – e non spendiamo questa parola a caso – o sull’effetto sorpresa?

S.S: centomila volte più su quello sorpresa. Ci sono tanti modi per fare un sequel: una copia carbone del primo, come fanno si fa di solito, oppure una cosa unica. E non solo nel panorama italiano. Ora ce le siamo un po’ dimenticate, negli ultimi 15 o 20 anni, ma le saghe c’erano, non le inventiamo noi con Smetto quando voglio. Il vero aspetto innovativo è quello di fare una trilogia con tre film che hanno la base della commedia ma appartengono a tre generi diversi: il primo è una commedia d’impostazione quasi classica con derive moderne, il secondo una action comedy, il terzo è ancora più diverso nel suo genere. Ne siamo molto fieri.

A.M: è vero che l’idea di serialità applicata a Smetto quando voglio proviene, come hai dichiarato, dalle saghe di qualche decennio fa; ma non è vero anche che i tempi sono maturi per operazioni del genere anche grazie allo sdoganamento delle serie tv? E il tuo film potrebbe mai avere uno sbocco televisivo?

S.S: non credo proprio (ride, n.d.R.). La serialità da saga richiama ad un tipo di serialità che non può mai essere televisivo per linguaggio e sforzo di produzione: non è pensabile fare per la televisione quello che abbiamo fatto con Smetto quando voglio – Masterclass, come nel caso dell’assalto al treno. Abbiamo impiegato solo per quella scena 15 giorni, per un totale di 7 minuti; una puntata televisiva ci metti un mese a farla. È un prodotto che ha nella sua natura produttiva l’esclusività del luogo cinematografico. Vale anche per Star Wars e per i film della Marvel: sono concepiti per essere saghe, hanno budget talmente alti che meritano il grande schermo ed hanno bisogno di certi tempi. Non è questione di soldi, è proprio il tempo il problema: 18-20 settimane è tantissimo per fare due film.

A.M: quindi, la cura, la fattura della trilogia di Smetto quando voglio è un elemento distintivo. Veniamo proprio a questo, divertiamoci a dissezionare il film. A partire, magari, dal quella fotografia acida, così caratteristica, che s’era vista nel primo film. Come si evolve nel secondo capitolo?

S.S: abbiamo mantenuto quella fotografia ed in effetti l’abbiamo evoluta: è un sequel e serviva coerenza visiva, ma nel frattempo avevamo capito delle cose, anche sbagliando. Abbiamo lavorato più in ripresa che in postproduzione e correction, quindi l’incarnato resta realistico ma con i colori brillanti del nostro franchise, di Smetto quando voglio.

A.M: la colonna sonora è fondamentale infondere adrenalina e ritmo. Come hai combinato le musiche originali di Michele Braga con gli altri pezzi in scaletta? Cosa gli hai chiesto?

S.S: con Michele abbiamo fatto un lavoro di preparazione prima delle riprese, abbiamo parlato un sacco. Abbiamo provato varie strade, ma alcune non ci convincevano perché erano troppo marcatamente da commedia. Abbiamo poi capito che con la musica si poteva fare quello che io sono sempre restio a fare: prendersi sul serio. Con la musica puoi lavorare così a fondo che alcune emozioni vengono proprio virate in base alla colonna sonora. Abbiamo detto: facciamo una musica anni ’70, facciamo un western sul treno, ecc. Per quanto riguarda il repertorio, è sempre frutto di gusti personali e di un aggiornamento sul contemporaneo.

A.M: e tutto questo è straordinariamente ben miscelato, l’insieme è fluido.

S.S: ti ringrazio. Ti assicuro, abbiamo fatto un gran lavoro sulla colonna sonora. È molto difficile combinare un certo tipo d’azione con la musica. In italia non è facile attingere da un repertorio storico, abbiamo dovuto beccare anche film americani con altri budget. Ne siamo molto contenti.

A.M: visto che siamo in periodo di Oscar: se dovessi darti l’Oscar per una scena, è proprio quella dell’inseguimento col sidecar a vincere per distacco?

S.S: sì, quella del treno di cui vado veramente fiero. Dopo l’esame di maturità al liceo scientifico, delle cose di cui vado fiero nella vita c’è questa scena del treno. È stata complicatissima, oggetto di discussione a priori. Dovevamo decidere se farla o meno, ci sembrava troppo complessa: ci dicevamo, non ce la faremo mai, in cosa ci stiamo imbarcando. Poi grazie anche a Matteo Rovere e Domenico Procacci ci siamo tuffati per vedere cosa succedesse e ci è andata bene. Non sono solo io, è una questione produttiva, un lavoro collettivo enorme: giravamo 30 secondi al giorno completamente scomposti. Prima tutti i totali col drone, poi i primi piani; a volte il treno era fermo, altre in movimento. Tutto molto analogico, Edoardo Leo e Luigi Lo Cascio sul tetto di un treno, ma anche tutte le persone con la macchina da presa: un set itinerante, a 40° fahrenheit! Quando tutti si rema nella stessa direzione possono venir fuori cose belle. Mi assegno il David di Donatello, non un Oscar, non esageriamo… un Premio Goya, dai!

A.M: tanti modelli “storici”, dalle saghe anni ’80-90, al poliziottesco, alla commedia all’italiana, ma anche un generale movimento del cinema italiano contemporaneo che riscopre manifatture e generi diversi. Se mi parli di Matteo Rovere, penso alla sua regia per Veloce come il vento, ma citerei anche Gabriele Mainetti per Lo chiamavano Jeeg Robot. Cosa resta da sdoganare e riscoprire al nostro cinema?

S.S: non saprei… il cinema è semplicemente figlio dei gusti del pubblico e di fatto io sono pubblico, Matteo e Gabriele sono pubblico. Più che un regista, sono uno spettatore a cui fanno fare dei film, e cerco di proporre la mia idea di cinema, come Matteo e Gabriele. Poi più o meno coincidono perché siamo figli della stessa generazione, Gabriele qualche anno in più, io e Matteo proprio coetanei, quindi proponiamo un tipo cinema che ci piace. Siamo contenti che poi piaccia anche al pubblico, ma ben vengano altri tipi di film. L’imporante è che la gente abbia possibilità di variegare, di andare al cinema a scegliere. Più roba c’è, meglio è. Come in altre industrie: per un po’ di anni, invece, si sono fatti gli stessi di film.

A.M: i cinefili, spesso, sono i migliori registi…

S.S: anche perché, non avendo fatto scuole, mi sono formato guardando i film!

USCITA: 02 febbraio 2017
GENERE: commedia, azione
REGIA: Sydney Sibilia
CAST: Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Valeria Solarino, Giampaolo Morelli, Luigi Lo Cascio, Greta Scarano, Rosario Lisma
SCENEGGIATURA: Sydney Sibilia, Francesca Manieri, Luigi Di Capua
FOTOGRAFIA: Vladan Radovic
MONTAGGIO: Gianni Vezzosi
PRODUZIONE: Fandango, Groenlandia con Rai Cinema
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
PAESE: Italia
DURATA: 118'

 
(in copertina: cast, dettaglio di foto di Emanuela Scarpa, fonte: 01Distribution; all'interno: Sydney Sibilia, al centro, tra Luigi Lo Cascio ed Edoardo Leo sul set, fonte: 01Distribution)

Antonio Maiorino

Il Video


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