Teatro d'aMare chiude la sua decima edizione e guarda al futuro del territorio

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Dagli spettacoli al confronto con C.Re.S.Co., la manifestazione di LaboArt rilancia la necessità di un presidio teatrale permanente nella costa tirrenica calabrese

Tropea (VV) - Si è conclusa la decima edizione di Teatro d'aMare, il festival ideato e diretto da Maria Grazia Teramo e Francesco Carchidi, che anche quest'anno ha trasformato Tropea e il suo territorio in un luogo di incontro tra teatro contemporaneo, comunità e ricerca artistica. Un'edizione che ha abitato il tema della cura come gesto collettivo e necessario, attraversando linguaggi diversi e mettendo al centro il corpo, le relazioni, il desiderio e la possibilità di immaginare nuovi modi di abitare insieme i luoghi.

Ad aprire il festival “Tre” di Annalisa Limardi e “La giostra dei Tarocchi” di LaboArt, spettacoli in grado di centrare subito il punto focale del festival attraverso la presenza sulla scena di Paola Limardi (co-protagonista in “Tre”) e degli allievi-attori con neurodiversità di LaboArt.

Il programma ha intrecciato spettacoli, laboratori e incontri dedicati ai temi della disabilità, dell'inclusione e della relazione. Tra gli artisti ospiti La Scuola Elementare del Teatro, Roberto Latini, Gioia Salvatori, Alessandra Cristiani e i concerti di Glomarì e Katia Valente. Il festival si è concluso con la performance nel paesaggio “Just Walking” di Campsirago Residenza: lo spettacolo ha permesso al festival di invadere la città attraverso un corteo silenzioso in grado di restituire senso di comunità.

«Teatro d’aMare è nato quasi per gioco sotto forma di rassegna, in un momento storico in cui Tropea non era così inflazionata di appuntamenti estivi. Negli anni è diventato un luogo di relazione in grado di generare legami. Il momento decisivo è stato lo stop forzato negli anni della pandemia: dal 2022, infatti, abbiamo sentito la necessità di trasformarlo in un festival tematico, capace di far dialogare artisti, compagnie e pubblico. Con le ultime due edizioni abbiamo riconosciuto nella cura la direzione più autentica del nostro lavoro: una cura intesa come pratica artistica e umana, capace di creare relazione, ascolto e nuove possibilità di incontro, in dialogo con i percorsi di inclusione che LaboArt porta avanti tutto l’anno», affermano Maria Grazia Teramo e Francesco Carchidi.

Il lavoro di LaboArt sul territorio dura da sedici anni e da quasi dieci intreccia teatro, inclusione e percorsi rivolti a persone che vivono condizioni di fragilità o emarginazione. Da questa esperienza nasce oggi l’esigenza di rendere sempre più continuativa la presenza culturale costruita nel tempo: non solo durante i giorni del festival, ma lungo tutto l’anno, attraverso uno spazio di lavoro adeguato, attività e occasioni di incontro capaci di tenere insieme teatro, danza, musica, arti visive, formazione e pratiche di relazione.

«Le ragazze e i ragazzi che frequentano LaboArt non sono destinatari delle nostre attività, ma il cuore del progetto. Il nostro obiettivo è costruire percorsi di inclusione sempre più concreti, capaci di generare partecipazione, comunità e, dove possibile, anche opportunità professionali. Lavoriamo ogni giorno con persone che vivono condizioni di marginalità e crediamo che anche il nostro lavoro debba uscire dalla periferia, fisica e simbolica, per tornare al centro della comunità. Per questo motivo vorremmo fondare a Tropea un centro culturale attivo 365 giorni l’anno. Un luogo in cui favorire scambi e moltiplicare le opportunità sociali di tutta la comunità che decide di vivere i nostri luoghi anche nei mesi non turistici. Un luogo in cui l’inclusione sia la norma e dove la collaborazione con le altre associazioni del territorio possa generare un circolo virtuoso», sottolineano i direttori artistici.

Il 10 luglio, nella giornata conclusiva, il festival ha dedicato un momento specifico a “La cura del desiderio”, incontro realizzato insieme a Nutrimenti – Tavolo delle Idee e C.Re.S.Co.. Al centro, il rapporto tra arti performative, corpo, desiderio, disabilità e benessere relazionale: un tema ancora poco attraversato nel dibattito pubblico, ma centrale nel lavoro quotidiano di LaboArt. La presenza di Barbara Apuzzo, protagonista del progetto cinematografico “Non è amore questo”, per la regia di Teresa Sala, ha contribuito a portare l’attenzione sul diritto delle persone con disabilità a vivere pienamente affettività, desiderio e relazioni. Un percorso che continuerà a vivere oltre il festival, nei luoghi e nelle relazioni che LaboArt costruisce ogni giorno, affidando al teatro la possibilità di favorire nuove domande e nuovi spazi di libertà.

Teatro d'aMare 2026 è un evento organizzato da LaboArt Tropea APS e Comune di Tropea. I workshop del progetto Arte-è-Cura sono finanziati dall'Avviso Pubblico "Sostegno e promozione turistica e culturale" (D.D.G. n. 8026/2025) della Regione Calabria, finanziato nell'ambito del POC Calabria 2014-2020 (Azione 6.8.3); i workshop del progetto Teatro-è-Cura sono finanziati dall'Otto per Mille della Chiesa Valdese. L'evento è realizzato con il patrocinio del Comune di Drapia e del Comune di Parghelia, con il sostegno dei main sponsor LaboApartments e Tropis Hotel.

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Scritto da Redazione

Giornalista di InfoOggi

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