Siamo tutti bambini nel tempo

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ROMA, 24 GENNAIO - Se c’è una costante nelle famiglie e nei racconti di “Tutti bambini” di Giuseppe Zucco, è l’incomunicabilità. Da una parte ci sono loro, i genitori: un padre troppo ingombrante o troppo assente, una madre angosciata o isterica, o addirittura una coppia di coniugi che per un irrazionale motivo (o troppo razionale, è lo stesso) diventa aguzzina del proprio figlio. [MORE]

Dall’altra i bambini, tutti i bambini. Che non capiscono questa impossibilità ontologica degli adulti a comprenderli, a stabilire una comunicazione efficace con loro. Eppure sarebbe così facile, basterebbe poco impegno: ai bambini, come Davide e Teresa in Fotosintesi è sufficiente uno sguardo, tra i fratelli protagonisti del Nascondiglio o di Un altro tipo di cielo, c'è un legame innato, quasi trascendentale, che non ha bisogno di quei segni chiamati linguaggio.

I bambini, increduli, guardano i genitori e s’interrogano: perché “tornando indietro nel tempo c’erano bambini, solo bambini, tutti bambini, perché adesso le persone erano più o meno grandi come il padre e la madre, ma indietro nel tempo avevano la loro età, e andavano in bicicletta, si addentravano nei boschi, accendevano il fuoco e la notte non dormivano mai”: gli adulti sono solo bambini nel tempo.
 
Perché dunque questa incomunicabilità, questa incomprensione? La causa, il male, nei racconti di Zucco è sempre uno, la famiglia: “era fondamentalmente questo a cui tendevano i meccanismi biologici della riproduzione della specie, perpetuare una ferita e i cattivi pensieri, tramandare alle ultime generazioni la crudeltà e le nevrosi che aveva subito quella precedente”.

L'incomunicabilità è tale da diventare assenza, e nell'ultimo racconto (Fila indiana) sono gli stessi genitori ad abbandonare volontariamente tutti i bambini in un mondo inospitale e cattivo. Forse, adesso, smarriti e condannati alla solitudine, i bambini nel tempo sono diventati essi stessi adulti.

Tiziano Rugi

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Scritto da Tiziano Rugi

Giornalista di InfoOggi

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